4-4-2 urbanistico

Ha poca importanza stabilire a priori se sia meglio dotarsi di uno stadio nuovo o continuare con quello vecchio. Più dirimente, a maggior ragione per chi ancora vota, capire se e in che modo chi ci governa si stia preoccupando sinceramente delle controindicazioni negative che l’una o l’altra scelta avranno sulla cittadinanza, e cosa intenda fare in proposito

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


La “fortuna” di approcciarsi alla materia calcistica appassionandosi a qualche squadra d’élite, per chi la sa cogliere, non sta tanto nella percentuale di vittorie garantita, senz’altro superiore alla media, quanto piuttosto nella rapida presa di coscienza che ciò che si sta osservando, sul rettangolo verde e intorno a questo, non è niente più e niente meno che un saggio breve di sviluppo aziendale, manifestato in maglietta e pantaloncini quasi fosse un perenne Casual Friday.

La passione, così, lascia presto il posto alla disillusione e a una consapevolezza quasi greimasiana: calciatori e allenatori non sono più eroi da amare o proteggere, ma asset materiali da esporre e scambiare sul mercato nel tentativo di ottenere oggetti di valore – di solito, sotto forma di una coppa – che aumentino il prestigio di queste società per azioni e, con esso, il loro prezzo d’acquisto per nuovi eventuali investitori, si spera sempre più facoltosi.

Tutto il resto, dai baci alla maglia alle conferenze stampa di presentazione, è pura narrazione: utile a coltivare l’illusione collettiva di un qualche fantomatico senso di appartenenza – del resto frustrato a ogni livello in ciascuno di noi sin dalla più tenera età – per spingere qualche migliaio di persone a occupare il proprio sudato tempo libero cantando a squarciagola amenità del tipo: «Bologna, la mia vita te la dedico». Affermazioni che lasciano più di qualche domanda sulla qualità dell’esistenza di chi le espone, ma sulle quali è perfettamente inutile stare a sindacare. Soprattutto perché espresse dalla parte indubbiamente più genuina della varia umanità che gravita intorno al gioco del pallone.

Ovviamente anche in questa sottospecie di “gioco borsistico” il real estate fa la parte del leone. Uno stadio avveniristico o un centro di allenamento rinnovato, infatti, non hanno funzione molto diversa da un centro commerciale con ampio parcheggio o dal capannone climatizzato di un’azienda metalmeccanica: migliorano i bilanci e le condizioni di lavoro dei dipendenti, l’esperienza d’acquisto dei clienti e il valore patrimoniale dell’impresa che li possiede. E Bologna sarà pure una regola, ma da questo punto di vista non fa proprio eccezione.

Se tutto questo vi risuona, nei giorni in cui politica e maestranze cittadine si sfregano le mani sulla possibile costruzione di un nuovo stadio nel quartiere fieristico, non dovete temere di aver peccato di cinismo. Perché gli unici a preoccuparsi davvero di storia e tradizione del Bologna Fc, in questo caso, sono i suoi tifosi e simpatizzanti senza quote sociali o privi di un pacchetto azionario in BolognaFiere.

Il tifoso-elettore di sinistra, poi, rispetto alla possibile dismissione del Dall’Ara vive un doppio dramma. Perché nel prendere atto della volontà del potere economico e politico di abbandonare quella che Fulvio De Nigris ha definito «la casa dei bolognesi» (qui), si trova davanti a un dilemma di urbanistica “tattica” non indifferente, per quanto non del genere caro agli orfani di Andrea Colombo: coprirsi a sinistra, andando dietro alle velleità dei furono ecoattivisti circa i terreni su cui sorgerà il nuovo impianto, o provare a tutelare il vecchio stadio comunale tamponando lo sviluppismo destrorso che pervade i dem ogni qualvolta qualcuno gli propone di giocare alle costruzioni. La scusa per accelerare, tra l’altro, è già servita: a settembre bisogna infatti presentare la candidatura per ospitare qualche partita degli Europei 2032. Vorreste forse impedire alla città di avere l’ennesimo, totalmente vano e perfettamente estemporaneo “grande evento”? Eddai su…

Il fatto è che esattamente come in una partita di Champions League, preoccuparsi di cosa faranno i fuoriclasse avversari una volta ricevuta la palla è assolutamente inutile. Meglio sarebbe studiare la tattica complessiva, cercando di rischiare il meno possibile. A certi livelli, dopotutto, anche un pareggio può assumere il sapore della vittoria.

Concentrandosi dunque un attimo sulle condizioni date, balzano subito agli occhi alcune considerazioni.

La prima è che ci sono almeno due quartieri e un Comune – Porto-Saragozza, Borgo-Reno e Casalecchio – con residenti giustamente esauriti a causa di una gestione logistica scellerata degli eventi ospitati al Dall’Ara in questi anni. Gente che, come tutti gli altri, avrebbe diritto a tornare a casa dall’ufficio o a farsi una passeggiata senza doversi preoccupare di autobus fantasma, chiusure stradali o code chilometriche da esodo ferragostano, riproposte però a cadenza quindicinale.

La seconda, spostandosi tra Navile e San Donato-San Vitale, è che il terreno su cui dovrebbe sorgere il nuovo stadio, tra ferrovia e tangenziale accanto alla Fiera, con ogni probabilità non è una riserva di biodiversità ma una discarica abusiva di materiale edile scartato dalle grandi opere che gli stanno intorno. Dunque all’incirca un metro e mezzo di terra di riporto, pareggiata per coprire vari strati di materia inorganica poco anfibia comunemente detta merda. Farci sopra uno stadio, magari non da trentamila posti – si sa che l’esagerazione è una peculiarità tutta provinciale -, potrebbe quindi non presentare gli estremi del cosiddetto ecocidio.

La terza, invece, è quella in cui finalmente si quaglia. Perché il fatto arcinoto è che a ogni nuova costruzione o riqualificazione dell’esistente, specie in quartieri a vocazione “popolare”, corrisponde quasi sempre un aumento generale del valore degli immobili circostanti e del costo della vita per chi li abita. Un problema tutto sommato gestibile a Porto-Saragozza, ma assolutamente centrale nel quadrante cittadino in cui dovrebbe inserirsi la nuova cattedrale dei calciofili nostrani, del resto già interessato da parecchi investimenti pubblici e privati volti a stravolgerne non soltanto i connotati urbanistici, ma anche quelli demografici.

Ribadita l’importanza del metodo (qui), in conclusione, ha allora poca importanza stabilire a priori se sia meglio dotarsi di uno stadio nuovo o continuare con quello vecchio. Più dirimente, per chi ancora vota, capire se e in che modo chi ci governa si stia preoccupando sinceramente delle controindicazioni negative che l’una o l’altra scelta avranno sulla cittadinanza, e cosa intenda fare in proposito.

Perché se l’efficacia di un’impresa privata si calcola primariamente sulla base del profitto che genera per chi la possiede, quella di un’amministrazione pubblica si valuta sul benessere diffuso che è in grado di redistribuire a quante più persone possibile. Una distinzione sostanziale, a maggior ragione per chi si autodefinisce “progressista”. E che si spera rimanga sempre chiara ed evidente anche dalle parti di Palazzo d’Accursio.


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