“Lepore dopo Guccini”, un altro ignobile graffito sui muri di Bologna

Preceduta e seguita da due A di anarchia, è la scritta apparsa giorni fa in una strada del centro storico che colpisce per la valenza pericolosamente intimidatoria nei confronti del sindaco ma anche per il modo con cui quell’augurio di morte è stato espresso. Il lascito poetico del Maestrone, profanato da quella scritta, è ricco di formidabili spunti, basti citare “Auschwitz”, in cui pone una domanda vibrante: «Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare»

di Antonella Magnoni, cittadina


“Lepore dopo Guccini” (con due A di anarchia) è la scritta apparsa giorni fa in una strada del centro storico di Bologna che colpisce per la valenza pericolosamente intimidatoria ma anche per il modo con cui quell’augurio di morte è stato espresso.

Francesco Guccini, grande cantastorie e vanto della città di Bologna, è morto qualche giorno fa per cause legate al suo stato di salute, la città è rimasta molto scossa e impressionata dalla sua scomparsa quasi che il Maestrone fosse votato a una immortalità per meriti artistici. La città è ancora ferita per questa scomparsa ed ecco che appare questa ignobile scritta su un muro con la morte di Guccini “usata” per intimidire il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, da giorni bersaglio di attacchi anche via social, come diffusamente documentato da Cantiere.

Non voglio entrare nel merito della minaccia di morte né nelle sue motivazioni, ma vorrei analizzare il metodo con cui è stata comunicata.

Chi ha scritto si è avvalso, parrebbe dalle foto, degli ormai usuali caratteri piccoli, mentre nel passato le scritte erano molto grandi e visibili; questo cambio di stile è stato oggetto di analisi da parte di studiosi perché questi caratteri così piccoli, che caratterizzano la maggiore parte delle scritte sui muri in città, hanno un significato psicologico complesso e probabilmente esprimono una forma di disagio personale del loro autore più che un autentico desiderio di gridare, vergando i muri, la propria rabbia sociale o politica. La rabbia, il bisogno di gridarla ed esprimerla probabilmente trovano maggiore sfogo con scritte grandi e molto più impattanti, come vedevamo nel passato.

Nel caso della scritta contro Lepore l’impatto è peraltro determinato dal come si è scelto di minacciarlo, in altre parole al di là dell’evidente contenuto intimidatorio, quel che colpisce – e ferisce – è l’allusione: chi ha scritto ha voluto cioè lasciare intendere qualcosa usando parole velate e ammiccanti.

Sicuramente sa come è morto Guccini, ma gioca con le parole per arrivare ad augurare al sindaco la morte suggerendo una matrice politica evocata dalle A di anarchia messe, si presume, per dare appunto una veste ideologica a questo aberrante messaggio.

Questa ulteriore triste pagina bolognese è sintomo del tono dello scontro attualmente in atto nella città di Bologna, come giustamente rimarcava la consigliera comunale Mery De Martino da queste pagine (qui).

La nostra collettività cittadina cerca di mantenere vivi e attivi i suoi anticorpi democratici per reagire al clima di violenza e di intimidazione, ma non è facile perché siamo giunti a un livello di aberrazione e di degrado culturale veramente spaventosi.

I tempi che stiamo vivendo sono veramente molto bui, la ragione sembra non avere più la forza di affermarsi, soppiantata dalla forza e dalla violenza tout court come analizzato da Massimo Recalcati su Repubblica (qui), qualche giorno fa: non esiste più una forza del diritto ma il diritto della forza.

Questa “narrazione” a cui siamo sottoposti quotidianamente anche solo leggendo un giornale, ascoltando un notiziario o, peggio molto peggio, scorrendo i social ci sta portando ad assuefarci alla violenza e alle esibizioni della muscolarità (anche nella politica).

A questo abominio di immagini e linguaggi si sottrae chi dispone di un importante sistema valoriale ma chi è più fragile, più in difficoltà, chi si sente abbandonato o non capito dalla società facilmente subisce la seduzione del linguaggio violento, perché è molto facile rottamare lo stato di diritto e affermare un sistema di convivenza basato sulla forza e sulla sopraffazione facendo credere che, da tutto questo, possano scaturirne vantaggi e cambiamenti.

Bugie populiste e demagogiche, a volere essere buoni nel giudizio.

Ma come uscirne?

Credo che il lascito poetico di Francesco Guccini, profanato da quella scritta, sia ricco di formidabili spunti, basti citare una delle sue canzoni più famose, “Auschwitz”, in cui si/ci pone una domanda vibrante – «Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare» – che resta di un’attualità devastante e ci interroga tutti quanti, senza sconti.


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