Una città ben amministrata e inserita dal Mef nella top ten dei redditi che espelle i propri lavoratori essenziali oltre le mura non ha un problema di ordine pubblico o di subculture giovanili: ha un problema di tenuta sociale e di democrazia. Vogliamo essere la città più progressista d’Italia ma ci scontriamo con visioni più corte della nostra, con sistemi asfissianti e con un governo di estrema destra
di Marco Morales, cittadino
Se riflettere sotto forma di articolo sugli ultimi del globo terracqueo ha creato sdegno, incomprensioni e silenzi assordanti, soprattutto nei rilanci delle pagine social della destra ma, tutto sommato, in chiave bipartisan grazie a qualche profilo più riformista, nella sincera volontà di scusarmi col lettore ferragostano proverei allora a ragionare, col lettore di rientro dalle ferie, dei penultimi dello stesso globo definito terracqueo dalla presidente del Consiglio.
È la classifica del Mef delle città metropolitane, con la media del reddito pro capite, che vede Bologna “la grassa” apparire con qualche chilo di troppo, almeno secondo i dati del ministero che mi hanno ispirato.
Allora, cambiando deliberatamente registro, voglio abbandonare le provocazioni della strada, le tute acetate e le casse bluetooth per accendere i riflettori su un’altra fetta di città, che non fa rumore ma che è politicamente ben più affollata: la subcultura di chi indossa, ogni mattina, la divisa d’ordinanza.
Non parliamo di una tribù urbana con una musica o un taglio di capelli specifici, ma di quella vastissima platea di persone che ha fatto del buon costume la propria regola di vita. Niente provocazioni visibili, ma camicie stirate, abiti ordinati e un’apparenza perfettamente allineata agli standard della buona società che non oso più definire borghese.
Sono le persone che si confondono nella folla dei mezzi pubblici, pagandone il biglietto, o a piedi sotto i portici; persone che rispettano la fila alle casse sussurrando a bassa voce: «Buonasera… signore, come sta la sua signora?». È il ritratto dei lavoratori dipendenti del commercio, della logistica, dei trasporti, del pubblico impiego e delle forze dell’ordine, declinato nelle forme contrattuali a oggi più numerose delle stesse professioni. Persone che garantiscono quell’efficienza richiesta dal vivere civile.
Eppure, dietro quella compostezza, dietro i sorrisi di cortesia, i badge timbrati e la pulizia formale, si nasconde un dramma materiale ed esistenziale identico a quello di chi protesta sfacciato e malconcio, mezzo nudo e irriverente. Se l’estetica degli ultimi ha disturbato, guardiamo un attimo la realtà di chi fa di tutto per essere conforme, ma viene tradito dai numeri del podio costruito dal Mef.
I dati ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze certificano dunque un reddito medio di 31.448 euro per contribuente, blindando per Bologna un secondo posto nazionale nei grandi Comuni, subito dietro Milano. Ma questa opulenza è un’illusione ottica che crolla non appena si abbandona la media matematica per guardare le buste paga reali. Nei primi del Novecento, il poeta romano Trilussa spiegava questo imbroglio numerico con i versi immortali sulla “media del pollo”:
«Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perché c’è un antro che ne magna due».
Nella Bologna del ministero, a mangiare due polli a testa è la fitta concentrazione di ricchezza legata a figure professionali altamente specializzate, ai manager della Motor Valley, ai professionisti intellettuali di lungo corso, a chi vive di finanza e a chi beneficia della rendita immobiliare alimentata dal turismo di massa, dalla Fiera, dall’Università e dagli ospedali.
Ognuno è assolutamente legittimato a percepire ciò che il mercato assegna, davvero senza polemica. La realtà contrattuale del lavoro subordinato nel pubblico e nel privato ci dice però ben altro.
Un commesso del commercio di quarto livello, un addetto alla logistica nei magazzini, un impiegato pubblico in entrata, un vigilante o una signora delle pulizie viaggiano su una Retribuzione Annua Lorda reale compresa tra i 21.000 e i 24.000 euro lordi, ossia circa 1.200 o 1.400 euro netti al mese con un contratto full time. La situazione migliora solo col tempo, tra i premi aziendali e gli scatti di anzianità, e peggiora col part-time involontario e con l’apprendistato, ma questa è la mediana reale di chi offre al sistema la certezza di un prelievo fiscale da cui attingere per il mantenimento dello stato sociale e delle infrastrutture.
A dare un contorno definitivo a questo scenario sono le analisi dell’Ires-Cgil territoriale, che squarciano il velo della retorica: a Bologna il lavoro c’è, ma è strutturalmente povero, con oltre 131.000 cittadini che guadagnano meno di 21.000 euro lordi l’anno. Siamo drammaticamente distanti dai trionfalismi statistici.
Questo appiattimento sconta la resistenza passiva dei ritardi sui rinnovi dei contratti nazionali e la rigidità di tavoli negoziali dove le controparti datoriali oppongono un solido e invalicabile «non ci sono soldi» e le forze governative un perentorio «vogliamo i vostri soldi». Per questo, prendersela genericamente con i sindacati è un esercizio semplicistico oltreché molesto.
Sotto questa pressione economica, la risposta del mercato si è orientata verso formule che assecondano la flessione dei budget familiari, salvaguardando il decoro e il bisogno di dignità personale dell’acquirente. È una dinamica evidente nel settore tessile, dove la grande distribuzione, guidata da realtà come OVS o H&M, propone linee curate da stilisti affermati a costi accessibili, affiancate dal ritorno di marchi storici degli anni Ottanta e Novanta. Si tratta di un’estetica che un tempo definiva uno status simbolo esclusivo della gioventù borghese, che oggi si riposiziona in canali commerciali alla portata di un pubblico vasto, offrendo una formula di rassicurazione e mimetismo sociale.
Questa rimodulazione dei consumi non si limita all’abbigliamento, ma attraversa anche la quotidianità alimentare nel perimetro della grande distribuzione organizzata sotto le Due Torri. Dopotutto, siamo a Basket City e persino fare la spesa sotto i portici obbedisce alle regole sacre del derby.
La dispensa quotidiana dei bolognesi si divide inevitabilmente in due squadre del cuore, specchio di filosofie diverse, in una sfida accesa e identitaria che ricorda da vicino i sabati sera tra Virtus e Fortitudo. Sul parquet si scontrano i carrelli di Coop e Conad. Entrambi i colossi hanno capito il momento e hanno risposto alla contrazione dei budget familiari portando nei supermercati di tutti l’alta gamma e le eccellenze della tradizione a prezzi che non spaventano, attraverso prodotti a marchio caratterizzati da eccellenze gastronomiche di nicchia. E così con una camicia les Copains da poche decine di euro ci si può accomodare per un piatto di rigatoni trafilati al bronzo, pomodorini del Piennolo e acciughe di Cetara senza per forza acquistare a rate al Mercato di Mezzo e in ciò che è rimasto al Quadrilatero.
Se guardiamo alla tenuta sociale del territorio, il modello della cooperativa di consumo ha una marcia in più scritta proprio nel suo statuto: uno scudo mutualistico che tutela prima di tutto il potere d’acquisto della base sociale. È una scelta di campo, la mission che unisce diciassettemila lavoratori dipendenti.
A questi aspetti si affiancano le reti degli outlet o la caccia al tesoro su Vinted e nei negozi di second hand. Un’ingegnosa architettura del consumo che permette ai penultimi di difendere un tenore di vita dignitoso, salvando le apparenze nell’armadio e tenendo alta la qualità nel piatto in tavola anche in caso di ospiti illustri e bipartisan, a dispetto del costo della vita e delle pretese di un blocco di nativi residenti che esige una città sempre impeccabile, presentabile e decisamente più ordinata dei maranza e delle maranzine.
Ma risolto un problema se ne presenta un altro: sul fronte fiscale nazionale si consuma una beffa ormai insopportabile e insostenibile. I lavoratori dipendenti affrontano il costo della casa parametrato sui redditi alti di chi si posiziona sul tesoretto dei trentunomila euro, per i quali siamo secondi nello Stivale. E gli scatti monetari legati all’adeguamento dei salari, erosi da un’inflazione pesante, si trasformano in un danno in busta paga: fanno salire il reddito lordo sulla carta, alimentando l’illusione ottica della ricchezza, ma fanno scattare aliquote e trattenute statali più severe attraverso il meccanismo del drenaggio fiscale.
Guadagnare nominalmente di più si traduce nel rischio concreto di trovarsi più poveri nella realtà del netto mensile.
Il risultato di questo cortocircuito tra professioni e aziende diverse, tra pubblico e privato, tra rendite e non, è drammaticamente certificato dai dati del territorio, che superano per importanza i trionfalismi delle classifiche del governo Meloni. I dati della Camera di Commercio e di Unioncamere fotografano infatti un’emorragia silenziosa legata al logorio economico e alla perdita di attrattività dei salari reali: più di 4.300 residenti negli ultimi due anni trasferitisi nella cintura metropolitana per l’insostenibilità degli affitti e del prezzo al metro quadro degli immobili, mentre si registra il record di 36.000 dimissioni volontarie in soli nove mesi sul territorio, segno di un passo indietro forzato, solitamente verso sud, nei propri propositi di residenza e nelle scelte di vita, soprattutto per le fasce più giovani.
È qui che il pollo di Trilussa abbatte definitivamente la classifica del Mef.
La mentalità diffusa dalle Alpi al Po, dove gli standard si fanno più esigenti, pretende dai commessi, dai baristi o dagli impiegati della logistica, degli ospedali e delle scuole corpi conformi, ordinati e sorridenti quando servono a fatturare. Impone poi che, per buona creanza, la loro fatica e il loro disagio economico restino invisibili, sottotraccia. Silenziosi. Si pretende un servizio impeccabile da ragazzi a cui la città azzera il conto in banca ogni fine mese, consumandone l’esistenza.
Una città ben amministrata e inserita nella top ten dei redditi che espelle i propri lavoratori essenziali oltre le mura non ha un problema di ordine pubblico o di subculture giovanili: ha un problema di tenuta sociale e di democrazia. Vogliamo essere la città più progressista d’Italia ma ci scontriamo con visioni più corte della nostra, con sistemi asfissianti e con un governo di estrema destra.
Tuttavia, il finale sotto le due Torri può e deve essere diverso, perché Bologna possiede un anticorpo sociale marcato. Attraverso l’elaborazione politica delle realtà territoriali, delle stanze sindacali, del terzo settore e del mondo della cultura, si tocca con mano una filiera democratica ancora capace di dialogare col capitale, incidendo positivamente su una realtà nazionale difficile da sopportare come idea di giustizia.
Strumenti avanzati come il massiccio Piano per l’Abitare da oltre 200 milioni di euro voluto dalla vicesindaca Emily Clancy, o il piano per il ceto medio annunciato dal sindaco Matteo Lepore per distribuire il tesoretto da 40 milioni risparmiato sul restyling del Dall’Ara, dimostrano che il territorio sa fare resistenza, nonostante gli attacchi alle misure della giunta del governo romano e dei suoi elettori provinciali.
La vera partita di Bologna si gioca tutta qui: dimostrare che questa straordinaria rete di interlocuzione è ancora capace di governare le leggi fredde del mercato e della rendita, tanto care al pensiero attualmente di finta maggioranza relativa, salvando l’anima inclusiva, cooperativa, progressista e del lavoro che da sempre definisce la nostra città.

