«Vi chiederei solo: perché?». Da quattro anni il ragazzo bolognese versa in coma dopo un pestaggio che subì a Crotone. Per un tragico scambio di persona. L’aggressore cercava uno con la camicia bianca: la indossava anche lui. La madre, che lo assiste ogni giorno in un ospedale bolognese, ha dovuto denunciare alcuni vigliacchi che, con profili falsi, lo hanno insultato sotto un’intervista a commento di una Menzione speciale che il Comune calabrese ha consegnato in suo nome alla famiglia
di Valter Giovannini, già procuratore aggiunto di Bologna
Tardo pomeriggio dell’11 agosto 2022, il giovane Davide Ferrerio è in vacanza con la famiglia a Crotone, in Calabria. Si appresta a uscire per incontrare un amico e fare serata. L’aria è tiepida e invoglia a stare in compagnia, magari mangiando un gelato o bevendo qualcosa. Si prepara con cura, in vacanza si è sempre un po’ più attenti ai particolari, inconsapevolmente indossa una candida camicia bianca che sarà la causa della violenza che tra qualche minuto lo investirà, arrestando non solo la sua serata ma tutto il suo futuro.
Davide saluta la mamma ed esce. Fatte poche centinaia di metri si ferma in attesa dell’amico. Si avvicina un uomo e gli chiede qualcosa. Davide si allontana, forse perché è intimorito dall’atteggiamento o forse perché non ha neppure capito il tipo di richiesta. È un attimo. Esplode la violenza, Davide viene colpito ripetutamente e stramazza a terra.
Le grida e la concitazione richiamano l’attenzione della mamma che dalla finestra di casa vede un assembramento. Chissà, sarà stato il sesto senso di una madre, fatto è che la donna si precipita in strada e vede il suo Davide a terra, praticamente già privo di sensi.
Inizia l’incubo, irraccontabile per chi non lo ha vissuto. Davide viene trasportato all’ospedale di Crotone, poi a quello di Catanzaro, meglio attrezzato per i gravi traumi celebrali. Si tenta una decompressione chirurgica della dilagante emorragia cerebrale, ma serve a poco. Si affaccia la sconvolgente ipotesi del coma irreversibile. La mamma si batte come una leonessa affinché il suo Davide venga trasferito in elicottero a Bologna. Cosa che accade di lì a poco tempo. Da allora il ragazzo, sempre in coma, è amorevolmente assistito in un ospedale bolognese e vegliato, tutti i giorni, per alcune ore dalla sua mamma.
In questi quattro anni sono accadute tante cose. Per Davide forse la principale sarebbe stata la conquista della Coppa Italia da parte del suo amato Bologna. Quella incolpevole camicia bianca gli ha invece sottratto anche questa gioia insieme a tutto il resto. Eh sì, quel capo di abbigliamento è stata la causa di tutto. L’aggressore cercava un uomo che indossava una camicia bianca, in estate peraltro indumento assai diffuso, e quando Davide si è allontanato nella sua mente contorta quell’azione è stata la conferma di avere individuato l’obiettivo.
Questa la ricostruzione degli eventi accaduti.
A Bologna ci sono state molteplici manifestazioni di affetto e solidarietà verso Davide e la sua famiglia. Sono quelle occasioni in cui le parole, forse, servono a poco. Per scaldare un po’ il cuore basta anche un silenzioso e diffuso affetto. Pochi giorni fa il sindaco di Crotone ha consegnato alla famiglia di Davide una menzione speciale con la motivazione: «Che sia un monito contro ogni violenza, porteremo la sua storia nelle scuole». La mamma in una video-intervista ha ringraziato con commossa dignità.
Poteva finire così, invece no. Anonimi e vili leoni da tastiera, celando la propria identità informatica, si sono scatenati al punto di costringere i genitori a sporgere denuncia (qui l’articolo su “il Resto del Carlino”), come se non avessero viste già abbastanza aule giudiziarie. I commenti sembrano giustificare l’aggressore che «ha solo sbagliato bersaglio perché comunque ha agito a fin di bene» fino a un terrificante «non è colpa sua» (seguito da un insulto a Davide). Sicuramente ci sarà anche dell’altro che al momento la famiglia non ha inteso, giustamente, divulgare.
Si rimane, ancora una volta, senza parole di fronte a questa dilagante e inarrestabile metastasi di odio via social. Un tempo solo in un ristretto numero di amici o nel solito bar si poteva dire qualsiasi cosa senza troppe conseguenze. Oggi ognuno incredibilmente crede di lasciare una traccia indelebile del suo “pensiero” pestando sulla tastiera sciocchezze, oscenità e parole violente. Il web, in non rari casi, viene usato come una vera e propria arma che offende, denigra, ferisce e qualche volta spinge le vittime a gesti disperati.
Vorrei poter guardare negli occhi e di persona, non in video, gli autori di quei commenti su Davide e chieder loro semplicemente: «Perché?». Immagino che risponderebbero qualche amenità del tipo «ma non ho fatto male a nessuno», oppure «non conoscevo la sua storia» o ancora: «Tifa per una squadra che odio». Chiederei infine: «E se fosse tuo fratello o tuo figlio?» Temo che la risposta agghiacciante potrebbe essere: «Ma non lo è».
Siamo in tanti a volerti bene, carissimo Davide, e devi essere fiero della tua mamma che ti veglia sempre con immenso amore e che tutti noi, a nostra volta, amiamo e rispettiamo profondamente.
