Foglie di Fico

Lo “scontro” decennale tra grande distribuzione organizzata e ristoratori del centro, nel nome della turistificazione del cibo, ha visto spuntarla i secondi. Una vittoria di Pirro, però, se si pensa al conto salato pagato per ragioni diverse dai residenti di centro e periferia e alla quasi totale estinzione delle botteghe artigiane e dei negozi di vicinato

di Marco Morales, cittadino


Ci sono sere in cui percorrere il centro di Bologna in sella a una Mobike ha il sapore di una terapia post-lavorativa. È il tentativo, quasi ostinato, di ritrovare quegli angoli e quegli aspetti di una città che si ama, lasciando che il movimento sui basoli distenda i pensieri della giornata.

Ma l’altra sera, pedalando lungo via Rizzoli e puntando lo sguardo a destra, in direzione Strada Maggiore, il mio rito si è bruscamente interrotto. Proprio lì, sotto la storica insegna del Roxy Bar, faceva mostra di sé una fila di prosciutti appesi che mi ha fatto pensare di avere sbagliato strada. Stai a vedere che nel tempio del rockettaro metropolitano , immortalato dal mito di “Vita Spericolata” di Vasco Rossi, i tumbler di cristallo e le vecchie bottiglie di whisky si sono arresi alla dittatura del prosciutto di Parma?

Mentre cercavo disperatamente di darmi una spiegazione, ho provato a resettare lo sguardo, a concentrarmi sulla strada, sul Portico dei Servi restaurato – che tra un po’ sarà Natale –, sulla penombra di Corte Isolani. Ma quel dubbio mi è rimasto dentro, aggrappato alle ruote della bicicletta, accompagnandomi dritto fino a casa. È stato ripercorrendo via Mazzini che quel pensiero malinconico si è fatto più scientifico e razionale, stimolato dalla prospettiva lunga  di quella via verso casa. Complici le recenti letture sui drammi finanziari di Fico e Grand Tour Italia, la suggestione visiva del Roxy Bar si è trasformata in una vera e propria equazione “geopolitica” e commerciale.

Quel prosciutto sotto le Torri è il manifesto visivo di una mutazione genetica profonda: la monocultura del cibo che ha colonizzato il centro storico, svelando a ritroso il fallimento della periferia commerciale.

Tradotto: il profondo rosso di Fico al Caab – e le fatiche della sua seconda incarnazione, Grand Tour Italia, che oggi propone piste da go-kart e minigolf per arginare un bilancio costantemente in perdita – non è stato un incidente di percorso, ma il trionfo di una legge economica spietata. A parità di prezzo, anche il turista meno avvezzo sceglierà sempre l’originale rispetto all’imitazione. Non è la mancata fermata Pilastro della linea rossa e nemmeno il mancato stadio temporaneo zona Meraville che ha inguaiato Farinetti. Sono piuttosto I portici Unesco, il sole che cala sui mattoni rossi , la flanella del turismo franco tedesco a spasso per i vicoli.

La Grande Distribuzione del cibo applicata al turismo ha pensato di poter confinare l’esperienza bolognese in un capannone industriale climatizzato vicino al casello, scommettendo su una logica da “super-Autogrill”. Ma Farinetti ha perso la sua sfida contro gli esercenti del centro; soprattutto di questo sono convinto.

Caso più unico che raro nello scontro tra negozi storici, centri commerciali ed e-commerce, stavolta la spuntano le attività tra le mura medievali. Il centro storico ha saputo trattenere e blindare la clientela di Farinetti offrendo la stessa formula standard, ma in una cornice più autentica e caratteristica. Perché un visitatore dovrebbe prendere una navetta per andare al Caab quando il cuore della città gli offre la stessa identica solfa? I ristoratori del centro hanno capito che la prossimità logistica è tutto: il turista esce dal proprio B&B o dall’hotel ed è già a tavola sotto i portici, a pochi passi dalla propria camera, immerso nella storia vera e non in una sua replica di cartongesso.

In questo scenario si inserisce anche il bluff della fattoria didattica permanente, che nelle intenzioni dei progettisti di Fico doveva essere l’ancora di salvezza per attirare famiglie e scolaresche. Il parco ha preteso di musealizzare e industrializzare la natura, riducendo gli animali a figuranti da giardino zoologico stabulati in recinti asettici all’ombra dei parcheggi del Caab, e gli artigiani a statuine del presepe a poca distanza dall’inceneritore del Frullo. Questa mcdonaldizzazione della campagna, priva di fango, di veri ritmi agricoli e di spontaneità, è stata rigettata dal pubblico locale. Se un genitore o un insegnante bolognese vuole mostrare la terra a un bambino, lo porta nelle vere aziende agricole dei colli o della pianura, al limite al Tulipark in Arcoveggio, non in un set cinematografico igienizzato a beneficio di scontrino.

La beffa suprema, tuttavia, è che il centro storico non ha sconfitto l’assedio di Farinetti restando fedele a se stesso. Lo ha fatto cannibalizzando la sua formula commerciale. Le osterie moderne e i caffè hanno preso l’estetica del cibo-spettacolo e l’hanno spalmata come scuacquerone  lungo le strade. Farinetti ha cercato la seduzione istituzionale, usando persino la Facoltà di Agraria come foglia di fico;  Ma Bologna Centro gli ha invece svuotato i  capannoni e il  portafoglio intercettando i flussi turistici direttamente all’uscita degli alberghi, e gli ha lasciato i debiti del Caab. Il centro è diventato il Fico più grande, bello e spietato del bigoncio.

Si tratta però di una vittoria di Pirro, che presenta un conto salatissimo ai residenti e ai viaggiatori. La vera bottega di vicinato – il droghiere, il macellaio, il fruttivendolo, il ferramenta – ha comunque perso la sua battaglia perché i vicini non ci sono più, ma anche perché i vecchi gestori si sono disfatti in fretta di un patrimonio. Dicono: «Siamo vecchi, chiudiamo, i nostri figli fanno altro…». Ma perché non sono stati cresciuti quei garzoni di bottega che avrebbero potuto proseguire e modernizzare l’attività?

Espulsi dalla turistificazione e dal costo della vita, gli abitanti lasciano spazio a un resort diffuso, ansioso per la prossima realizzazione di hotel a quattro e cinque stelle all’Ex Dogana in via Ugo Bassi e nell’area della Piazzola in Piazza VIII Agosto. Il risultato è lo svuotamento commerciale della tradizione e il fallimento di Farinetti, consumatosi perché il vero “Fico” ormai è in centro, dove rimane solo la toponomastica storica, ridotta a un fossile linguistico. Infatti in via Orefici non ci sono gli orafi, in via Clavature non ci sono fabbri e in via Drapperie non ci sono tappezzieri.

La geografia dei consumi si è così spaccata in due. Da un lato, l’asse dell’artificio speculativo del centro-vetrina e dei parchi tematici in crisi. Dall’altro, i poli della necessità quotidiana dei residenti superstiti che si spostano lungo le direttrici infrastrutturali – come la “piazza alternativa” dello Shopville Gran Reno a Casalecchio o quella del Meraville.

È invece in spazi come piazza Aldrovandi, il Mercato Ritrovato di via Azzo Gardino o piazza Carducci o al Mercato delle Erbe che si consuma l’unica vera resistenza a entrambi i modelli. Lì, dove il commerciante o il coltivatore diretto, dietro al banco ci mette la faccia oltre al prodotto, la terra è ancora un presidio di civiltà urbana.

E dopo tutto questo ragionamento, nella quiete novecentesca di queste strade senza portici mi rimane comunque l’interrogativo disperato del perché la mia pedalata terapeutica post lavorativa debba finire con un apericena e non con una sbornia.


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