In una città attraversata da trasformazioni profondissime che la rendono sempre più diseguale, nel dibattito pubblico i più fragili diventano sempre più spesso qualcosa da allontanare con la forza perché incompatibile con l’immagine che si vuole vendere. Ma ogni risultato ottenuto fin qui è stato possibile soltanto perché, insieme ai controlli, sono aumentati anche i servizi, gli interventi sociali e sanitari, le relazioni umane
di Laboratorio di Salute Popolare
In questi giorni “il Resto del Carlino” è tornato più volte sulla situazione della Bolognina, sul consumo di crack e sul lavoro di Fuori Binario. Leggiamo che, a un anno di distanza, qualcosa sarebbe migliorato perché «lo Stato ha fatto la sua parte», mentre il Comune continuerebbe a fare «orecchie da mercante».
Noi la Bolognina non la osserviamo soltanto. La attraversiamo.
Come Laboratorio Salute Popolare siamo presenti nel quartiere con la nostra Unità Mobile di Prossimità e collaboriamo anche con Fuori Binario. Lì incontriamo persone che vivono in strada, persone che usano sostanze, operatori e operatrici, ma anche residenti. Per questo possiamo dire una cosa molto semplice: raccontare che ciò che è migliorato sia soltanto il risultato di più polizia e più controlli significa raccontare solo un pezzo della realtà.
Non abbiamo alcun interesse a fare da ufficio stampa del Comune di Bologna.
Le politiche dell’amministrazione possono e devono essere criticate, a partire proprio da ciò che ancora manca sul terreno della riduzione del danno, dell’abitare e della presa in carico delle marginalità. Ma se vogliamo discutere seriamente della Bolognina, bisogna almeno partire dai fatti.
Le Corti Acer di oggi non sono quelle di un anno fa. Chi le frequentava allora, o prima ancora, ricorderà automobili abbandonate utilizzate per consumare sostanze, prostituirsi o semplicemente trovare un posto dove dormire. Per questo motivo alcune di queste vetture vennero incendiate dai residenti e le carcasse bruciate rimasero lì per molto tempo. I materassi erano praticamente ovunque. Le tracce di consumo erano disseminate in ogni dove e particolarmente concentrate lungo le transenne dei cantieri messi in opera per la ristrutturazione di quelle stesse case Acer.
Oggi quella situazione è profondamente cambiata. Auto e materassi rimossi, alcuni cantieri hanno finalmente completato i lavori e c’è chi si occupa di raccogliere le tracce di consumo.
La presenza delle forze dell’ordine è di sicuro aumentata enormemente e certamente questo ha inciso, soprattutto durante il giorno, a tenere un po’ più lontano lo spaccio. Ma insieme ai controlli sono aumentati anche i servizi, gli interventi sociali e sanitari e la presenza continuativa di operatori e operatrici sul territorio. Anche noi, nel nostro piccolo, siamo sempre più presenti: facciamo riduzione del danno, intercettiamo bisogni sanitari, costruiamo relazioni con persone estremamente fragili e parliamo con chi in quel quartiere ci vive.
Tutto questo non fa rumore quanto una volante, ma contribuisce molto di più e in maniera più profonda al cambiamento di un territorio.
Ridurre dunque ogni miglioramento alla presenza della polizia significa cancellare il lavoro quotidiano di decine di persone che ogni giorno provano a tenere insieme salute, prossimità, riduzione del danno e convivenza. E significa soprattutto continuare ad alimentare un’idea molto pericolosa: che un problema sociale sia risolto quando non lo vediamo più.
E il punto è esattamente questo: dove dovrebbero andare queste persone?
La sera lo spaccio torna visibile? Certamente. Ma davvero pensiamo che consumo e spaccio siano una peculiarità della Bolognina? Piazza Verdi, via San Vitale, San Donato, Pescarola e molti altri luoghi di Bologna hanno conosciuto e conoscono fenomeni analoghi. E chi ha memoria di questa città sa bene che non molti anni fa alcune situazioni erano persino molto più pesanti di quelle che vediamo oggi.
Quello che è cambiato dunque non è soltanto il fenomeno del consumo, con l’introduzione massiccia del crack. È cambiato e di molto anche lo sguardo sulla città.
Bologna è attraversata da una trasformazione profondissima: rendita fondiaria, studentati di lusso, investimenti immobiliari, turistificazione, aumento dei prezzi delle case e progressiva espulsione delle fasce popolari. Dentro questa trasformazione povertà, consumo di sostanze, disagio psichico e persone senza dimora diventano sempre più spesso qualcosa da allontanare perché incompatibile con l’immagine della città che si vuole vendere.
Ed è qui che la destra di governo, con i suoi rappresentanti di minoranza in città, incontra una certa narrazione mediatica: si prendono problemi reali, si alimentano paura e allarme e si indica di volta in volta qualcuno come responsabile. Il consumatore di crack. La persona senza dimora. Il servizio di riduzione del danno. La persona con disagio psichico.
Si mettono sotto la lente d’ingrandimento i servizi e chi ci lavora ma non si guarda mai con attenzione il modello di città che prima produce e poi vorrebbe espellere la marginalità.
Lo abbiamo visto con le tende di Santissima Annunziata: una campagna politica violentissima da parte della destra cittadina, lo sgombero e, per chi non ha accettato le sistemazioni proposte, lo spostamento della propria tenda di poche centinaia di metri. Lo abbiamo visto ancora recentemente con la proposta delle piccole abitazioni per persone senza dimora previste in zona Lazzaretto: ancora proteste della destra, ancora paure agitate, ancora la richiesta di portare tutto da un’altra parte.
Ora lo sentiamo ripetere anche per Fuori Binario.
Altrove le persone senza dimora. Altrove chi usa sostanze. Altrove i servizi che se ne occupano.
Ma dov’è questo altrove?
Non vogliamo negare i problemi vissuti dai residenti. Al contrario. Chi trova persone che consumano sotto casa, chi vive accanto allo spaccio o trova materiale utilizzato per il consumo nello spazio pubblico ha diritto a pretendere delle risposte.
Ma proprio perché quei problemi sono reali, meritano qualcosa di più serio della guerra tra poveri.
Le persone non consumano crack perché Fuori Binario distribuisce pipe sterili. Fuori Binario distribuisce pipe sterili perché quelle persone il crack lo consumano già, spesso in strada e nelle condizioni sanitarie e sociali peggiori possibili. La riduzione del danno significa partire dalla realtà per ridurre infezioni, comportamenti a rischio, mortalità e, soprattutto, creare una relazione attraverso cui una persona possa tornare ad agganciarsi ai servizi.
I problemi vanno affrontati per quello che sono, possibilmente utilizzando gli strumenti che le evidenze scientifiche e le esperienze più avanzate ci mettono a disposizione. Ed è per questo che crediamo sia arrivato il momento che anche Bologna apra seriamente la discussione sulle stanze del consumo: spazi sanitari protetti e supervisionati, già sperimentati in numerose città europee, nei quali il consumo viene sottratto alla strada e può diventare occasione di contatto con operatori sanitari e sociali, riduzione del danno, prevenzione delle overdose e aggancio ai servizi.
Sarebbe una risposta anche alle legittime preoccupazioni di chi vive nei quartieri.
Perché il problema non è scegliere tra la sicurezza dei residenti e la dignità di chi vive una condizione di marginalità. Una politica pubblica seria deve garantire entrambe.
La Bolognina non ha bisogno di essere ripulita dalle persone considerate indesiderabili. Ha bisogno di servizi, casa, salute, riduzione del danno e presidio sociale. Tutte cose che contribuiscono a generare sicurezza, perché se pensiamo che questa si faccia soltanto con le volanti abbiamo già perso. E infine, il quartiere ha bisogno soprattutto che si smetta di confondere la marginalità con la causa dei problemi della città.
Il problema non sono Fuori Binario, le unità di strada o le persone che ogni giorno si spaccano la schiena per tenere insieme ciò che la città lascia ai margini.
Il problema è una città sempre più diseguale, nella quale il narcocapitalismo prospera mentre la rendita espelle, la casa diventa un bene finanziario e pezzi interi di Bologna vengono trasformati in prodotti da vendere.
Noi continueremo a stare dove pensiamo sia necessario stare: in strada, nei servizi, accanto alle persone e dentro le contraddizioni.
Perché i problemi sociali non si risolvono rendendoli invisibili.
Si affrontano.

