La scuola continua a trasmettere conoscenze, ma fatica a preparare bambini e ragazzi alla complessità sociale, culturale e tecnologica nella quale sono già immersi. Il calo demografico, il digitale e l’intelligenza artificiale possono aggravare questa distanza oppure diventare l’occasione per costruire un nuovo modello educativo
di Maurizio Morini, Innovation Manager, e Gabriele Benassi, esperto dei Sistemi Educativi
La scuola italiana viene periodicamente descritta attraverso i suoi problemi: la riduzione degli apprendimenti, le disuguaglianze, la dispersione, la precarietà del personale, la difficoltà di dialogare con il mondo del lavoro. Sono problemi reali, ma limitarsi a elencarli rischia di impedire una domanda più profonda: la scuola che abbiamo è ancora coerente con la società nella quale bambini e ragazzi devono imparare a vivere?
La questione riguarda anche Bologna e l’Emilia-Romagna, territori che dispongono di una grande tradizione educativa, di una cultura civica diffusa, di università, centri di ricerca, imprese innovative e servizi sociali avanzati. Proprio qui emerge un paradosso significativo: anche in uno dei sistemi territoriali più solidi del Paese, scuola, società e lavoro sembrano parlare linguaggi sempre più distanti.
Nell’anno scolastico 2025/2026 l’Emilia-Romagna contava 532 istituzioni scolastiche statali e 24.536 classi. Bologna, con 5.152 classi, rappresentava il sistema provinciale più grande della regione. Non siamo quindi davanti a una struttura marginale, ma a una delle principali infrastrutture sociali del territorio. Un’infrastruttura alla quale chiediamo di trasmettere conoscenze, ridurre le disuguaglianze, integrare le differenze, orientare al lavoro, educare alla cittadinanza e affrontare le trasformazioni tecnologiche. Tutto questo, però, attraverso ordinamenti, tempi, spazi e modelli organizzativi pensati in larga parte per un’altra società.
Istruzione, apprendimento e cultura
Completare un’unità di apprendimento non significa necessariamente produrre apprendimento. Trasmettere informazioni non equivale a generare conoscenza e possedere conoscenze non significa ancora avere cultura.
La cultura nasce quando una persona sa collegare ciò che conosce, interpretare la realtà, distinguere una fonte affidabile da una manipolazione, comprendere le conseguenze delle proprie scelte e confrontarsi con punti di vista differenti. La domanda da rivolgere alla scuola non è quindi soltanto che cosa sappiano gli studenti, ma che cosa siano diventati capaci di comprendere, affrontare e costruire grazie a ciò che hanno imparato.
Questo interrogativo assume caratteristiche diverse nelle differenti fasi della crescita. Nell’infanzia si formano il linguaggio, la fiducia, la curiosità e la capacità di relazione. Nella scuola primaria si costruiscono le competenze fondamentali e, auspicabilmente, il piacere di imparare. Nella preadolescenza diventano centrali l’identità, l’appartenenza, le emozioni e il rapporto con i media. Nell’adolescenza emergono autonomia, orientamento, cittadinanza e relazione con il lavoro.
Non possiamo continuare a considerare queste fasi come semplici passaggi amministrativi tra un ordinamento e l’altro. Sono momenti differenti dello sviluppo umano e richiedono ambienti, linguaggi e modalità educative differenti.
Educare anche alla relazione, alle emozioni e al corpo
C’è poi una dimensione che la scuola ha spesso lasciato ai margini: quella delle competenze socio-emotive e del corpo.
La capacità di ascoltare, dialogare, riconoscere e gestire le emozioni, collaborare, affrontare un conflitto, formulare domande, sostenere la frustrazione e risolvere problemi non costituisce un’aggiunta facoltativa alla preparazione scolastica. È parte essenziale dell’apprendimento e della formazione della persona.
Anche il corpo non può essere trattato come il semplice supporto fisico di una mente che deve ricevere nozioni. Attraverso il corpo si sperimentano relazione, limite, coordinamento, presenza, benessere, espressione e consapevolezza di sé. Una scuola che alterna quasi esclusivamente immobilità in aula e valutazione individuale rischia di non riconoscere una parte decisiva dell’esperienza educativa.
Relazione autentica, dialogo, maieutica e problem solving dovrebbero attraversare tutte le discipline. Non si tratta di sostituire le conoscenze con generiche competenze relazionali, ma di comprendere che le conoscenze diventano realmente formative quando vengono discusse, sperimentate, messe in relazione e utilizzate per affrontare problemi.
Il percorso che la Regione Emilia-Romagna ha avviato su questo tema con le scuole primarie andrebbe esteso a ogni ordine ma auspicabilmente dovrebbe essere progettato e sviluppato assieme alle scuole nella logica dei patti territoriali. .
Questa esigenza diventa ancora più importante nel tempo dell’intelligenza artificiale. Quanto più le tecnologie saranno capaci di produrre testi, immagini, calcoli e risposte, tanto più la scuola dovrà coltivare ciò che consente alle persone di formulare buone domande, valutare criticamente le risposte, cooperare, assumersi responsabilità e costruire relazioni umane significative.
La scuola come infrastruttura dell’integrazione
L’integrazione non riguarda soltanto gli studenti di origine straniera. Comprende le differenze economiche, linguistiche, culturali, cognitive e territoriali; riguarda la disabilità, le fragilità familiari e la distanza crescente tra chi può trovare opportunità educative anche fuori dalla scuola e chi dipende quasi interamente da essa.
Nell’anno scolastico 2025/2026 in Emilia-Romagna sono stati riconosciuti oltre 74.000 benefici tra contributi per i libri di testo e borse di studio, per un investimento vicino ai 13 milioni di euro. È un intervento importante, ma anche il segnale di quanto le condizioni materiali continuino a incidere sull’accesso alle opportunità educative.
La scuola rimane il luogo nel quale una società decide se le differenze devono trasformarsi in confronto e ricchezza oppure diventare disuguaglianze permanenti. Per questo l’apprendimento non può essere separato dalla qualità delle relazioni, dal clima delle classi e dalla capacità di coinvolgere famiglie e comunità.
Preparare al lavoro senza subordinarsi al lavoro
Anche il rapporto con il sistema produttivo deve essere ripensato. Nel 2025 le imprese bolognesi prevedevano 28.400 ingressi per persone diplomate, ma consideravano difficile da reperire il 53% dei profili ricercati. Tra le competenze maggiormente richieste figuravano adattabilità, capacità di lavorare in gruppo, problem solving, autonomia e competenze digitali.
Persino le imprese, quindi, non domandano soltanto specializzazione tecnica. Cercano persone capaci di imparare, collaborare e affrontare situazioni nuove.
La scuola non deve diventare l’ufficio formazione delle aziende né limitarsi a inseguire le esigenze professionali del momento. Deve però superare la separazione tra sapere teorico ed esperienza, costruendo relazioni più continuative con imprese, artigianato, cooperazione, università, istituzioni e terzo settore.
Preparare al lavoro significa anche fornire gli strumenti per comprenderlo, valutarne la qualità, affrontarne i cambiamenti e continuare ad apprendere durante tutta la vita professionale. In un mercato nel quale le competenze tecniche diventano rapidamente obsolete, la preparazione più importante è proprio la capacità di svilupparne di nuove.
Media, digitale e intelligenza artificiale
La scuola deve infine colmare un ritardo che non è soltanto tecnologico, ma culturale. Educare ai media significa comprendere come nasce una notizia, come funzionano gli algoritmi, come si riconoscono propaganda, manipolazioni e contenuti falsi. Educare al digitale significa utilizzare gli strumenti in modo consapevole, creativo e sicuro. Educare all’intelligenza artificiale significa imparare a formulare domande, verificare le risposte, riconoscere errori e pregiudizi, tutelare dati personali e proprietà intellettuale.
L’alternativa tra entusiasmo acritico e tecnofobia è sbagliata. Vietare semplicemente gli strumenti non elimina i rischi e può aumentare le disuguaglianze, lasciando la costruzione delle competenze alle famiglie più preparate e agli studenti già più autonomi.
La scuola non deve scegliere tra umanità e tecnologia. Deve insegnare a usare la tecnologia senza esserne usati, rafforzando contemporaneamente pensiero critico, creatività, corporeità e relazione.
Il futuro è già cominciato
Su tutto questo si innesta il calo demografico. La diminuzione degli studenti metterà progressivamente in discussione la distribuzione degli istituti, l’utilizzo degli edifici, l’organizzazione del personale e il rapporto tra centro urbano, pianura e Appennino.
Le pluriclassi sono già una realtà: per l’anno 2026/2027 la Regione ha finanziato 86 pluriclassi nei territori montani. Non dovrebbero essere considerate soltanto una soluzione di emergenza, ma anche un possibile laboratorio di innovazione didattica, apprendimento tra età differenti e collaborazione con le comunità locali.
Meno studenti non deve significare automaticamente meno scuola. Può voler dire gruppi più flessibili, percorsi personalizzati, spazi aperti al territorio, reti tra istituti e maggiore integrazione tra educazione civica e scolastica, cultura, sport, lavoro e cittadinanza.
Bologna e l’Emilia-Romagna potrebbero anticipare questa trasformazione attraverso un Patto per l’Apprendimento che coinvolga scuole, istituzioni, università, imprese, terzo settore, famiglie e studenti. Un progetto capace di osservare le disuguaglianze educative, introdurre un programma comune sui media e sull’intelligenza artificiale, valorizzare le competenze socio-emotive e corporee, sperimentare nuovi modelli organizzativi e programmare la rete scolastica sulla base delle trasformazioni demografiche già prevedibili.
La situazione della scuola è seria, ma non priva di possibilità. Il calo degli studenti, la trasformazione del lavoro e la diffusione dell’intelligenza artificiale possono indebolire ulteriormente un sistema già affaticato. Oppure possono costringerci finalmente a ripensarlo.
Bologna e l’Emilia-Romagna possiedono cultura, istituzioni e competenze per cominciare subito. A condizione di non limitarsi a difendere la scuola che abbiamo avuto, ma di decidere quale scuola vogliamo costruire per la società che verrà. Perché la scuola non deve soltanto insegnare ad apprendere: deve dimostrare di essere essa stessa capace di imparare e cambiare.

Ottimo! Non mi sembra di averla letta, credo che la LOGICA sia la materia più importante per un approccio corretto alla AI da insegnare dalla prima elementare, il problema è capire se le insegnanti sono capaci di insegnarla. Raffaella Inglese