Nei giorni in cui ci si straccia le vesti per i successi dell’Afd e si discetta del suo corpo a corpo col Vannacci a Cernobbio, torna alla mente quel che Mario Monti ebbe a dire sul crollo del muro di Berlino e sui danni che aveva arrecato a un Capitalismo lasciato senza rivali. Qualcosa di simile, allo stato attuale, accomuna i destini di Giorgia Meloni e Matteo Lepore, per i quali ancora non si vede un’alternativa credibile all’orizzonte
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
E così, alla fine, ci si è arrivati. Dopo mesi di incontri, scontri, allontanamenti e ritorni, Alberto Zanni ha abbandonato la postura prudente e ha reso pubblica l’ambizione di cui, nell’ambiente, si ridacchiava da tempo tra un bicchiere e l’altro: candidarsi per il centrodestra, ma presentandosi come civico indipendente.
Chi si interessa del carnevale politico nostrano – ancora troppi, data l’offerta -, dinnanzi all’equivalente a Km 0 della scoperta dell’acqua calda farà senz’altro fatica a trattenere lo sbadiglio. Soprattutto perché l’emersione del vannaccismo a destra, al pari di quanto accadde con il grillismo a sinistra, dovrebbe suggerire da quelle parti un approccio nuovo e decisamente stonato rispetto alla solita solfa.
Ciò detto, poiché la strategia del centrodestra alle amministrative si deciderà a Roma e Meloni&soci son normalmente tutt’altro che fessi, la ragionevole aspettativa è di vederli escludere a priori candidature d’establishment e poco appetibili come quella del presidente di Confabitare, cercando piuttosto un’intesa con movimenti di ben altro spessore. Magari proprio i futuristi. Ma è anche vero che il centrosinistra, per abbracciare comunque a denti stretti le “bimbe di Conte”, ha impiegato appena appena una decina d’anni. Dunque un leggero iato, dall’altra parte, sarebbe non soltanto comprensibile ma assolutamente fisiologico.
Le alchimie tattiche, tuttavia, non sono il principale problema dell’opposizione a Palazzo d’Accursio e in Regione. Il vero enigma, infatti, è cosa contrapporre al blob governativo che fa politiche di destra su ristorazione e turismo, di sinistra su casa e welfare, democristiane su sanità e cultura. Per non parlare dei cedimenti sull’immigrazione, delle retromarce su mobilità e ambiente e degli astensionismi pilateschi che sempre fioccano nei momenti duri, come nel caso più recente del cosiddetto ddl Antisemitismo. La bandiera palestinese, però, resta sempre a portata di mano nel primo cassetto a sinistra: sia mai che, di quando in quando, non convenga per qualche ora tirarla fuori…
Un guazzabuglio che diventa una bella grana, non c’è che dire, per una coalizione conservatrice che a livello nazionale si confronta con avversari certamente deboli ma di ogni colore – nero compreso – e che invece a Bologna è spesso e volentieri costretta a guardarsi allo specchio senza riconoscersi, attaccandosi di volta in volta al Tram, al Tar e all’insicurezza reale o percepita di una fetta sempre più grande di concittadini, come certificato di nuovo dall’ultima indagine commissionata da Cgil e Pd (qui).
Nei giorni in cui ci si straccia le vesti sull’Afd e si discetta del suo corpo a corpo col generale a Cernobbio, torna allora alla mente quel che ormai parecchi anni fa, ai tempi del suo governo, il senatore Mario Monti ebbe a dire circa i danni che il crollo del muro di Berlino aveva arrecato pure al Capitalismo, avendolo lasciato senza rivali. Qualcosa di simile, allo stato attuale, accomuna i destini di Giorgia Meloni e di Matteo Lepore in questa terra di mezzo tra un Nord sempre più caro e un Sud sempre più abbandonato, dove benessere e malessere si stanno lentamente ma inesorabilmente avvicendando.
Che ci sia sempre un’alternativa, in effetti, non sarebbe soltanto sano per la democrazia, ma anche utile a loro. Perché li costringerebbe a combattere i propri rispettivi limiti e ad alzare costantemente l’asticella, senza curarsi troppo del contingente e delle mancette che ne conseguono. Un’alternativa che però in entrambi i casi ancora manca o assume contorni tendenzialmente grotteschi, e che soprattutto non attizza per nulla gli animi di quanti, a torto o a ragione poco importa, attendono con impazienza una qualche sorta di discontinuità credibile allo stato delle cose.
I più sadici e appassionati del genere, poi, possono divertirsi a immaginare cosa succederà quando, irrimediabilmente, anche vannacciani e nostalgici della Ddr finiranno per fallire nei loro propositi involuzionari. Certo siamo ancora lontani dall’eventualità, dunque non c’è bisogno di preoccuparsi troppo. Uno spoiler, però, lo possiamo fare: non è un affare per cuori di panna.

