Dopo gli scontri di Bologna e Milano, giornali e tv danno grande spazio a politici e tuttologi che pontificano sul fenomeno. Mentre “dimenticano” di raccontare dal di dentro una generazione in balia dei disagi sociali e dei pifferai magici. Al fallimento di famiglia e scuola si somma quello dell’informazione
di Achille Scalabrin, giornalista
Migliaia di ragazzi e ragazze, soprattutto minorenni, sguinzagliati la scorsa settimana per le città del Nord e intenti a rubare e a vandalizzare, stanno da giorni riempiendo le pagine dei giornali e la programmazione delle tv. Il governo ne approfitta per accentuare la morsa securitaria, li rubrica come delinquenti e inventa nuovi reati. Sarà la magistratura a stabilire il da farsi. C’è tuttavia un reato che sfugge a ogni condanna: procurato bla-bla-bla. A causa dei loro vandalismi – da Bologna a Milano, da Torino a Verona –, siamo sommersi dalle analisi di sociologi, psicologi, criminologi, tuttologi che dalle loro poltrone ci spiegano il significato e i sentimenti della massa giovanile che in un weekend di ottobre si è riversata nelle strade, senza bandiere, senza slogan e senza ideologie, ma ben decisa a rompere quanto più possibile. Poi ci sono i politici, di tutti i fronti, che discettano esclusivamente in base al loro credo e al loro tornaconto elettorale. In ogni caso senza alcun contatto reale con il mondo giovanile, imbevuti di paternalismo e arroganza senile.
In tutto questo vociare, quasi nulla si sente provenire dai protagonisti del black saturday&sunday. Poco o nulla sappiamo dei loro processi mentali, delle motivazioni e delle aspirazioni, delle rabbie e delle illusioni, degli alibi e delle stupidità che li hanno mossi, e che probabilmente li muoveranno ancora. Raramente vengono messi loro davanti un microfono o una telecamera perché spieghino con un ragionamento sensato l’inaccettabile violenza. Ecco allora che al fallimento della famiglia, della scuola, della politica – perché di questo si tratta quando una generazione esplode e implode – si somma quello dell’informazione. La sordità dei mass media nei confronti degli autotrasportatori meridionali – ben denunciata sul Cantiere da Andrea Femia (qui) – si somma a quella riservata ai disagi dei giovani. Sordità che viene volentieri ricambiata, non a caso i loro canali di informazione sono i social, il tam tam mediatico, non certo giornali e tv. In un Paese per vecchi anche i media sono per vecchi. Commentatori, grandi firme, ospiti del Circo Barnum dell’informazione italiana appartengono soprattutto a quella categoria che sessant’anni fa veniva definita matusa. E poco importa ai giovani che a questa stagione della vita corrisponda (talvolta) una maggiore saggezza. La gioventù è degli incendiari e l’anzianità dei pompieri, diceva Nenni.
Le responsabilità del deragliamento generazionale sono molteplici, ma non può mancare il mea culpa di giornali e tv che da almeno quarant’anni sono tra i grandi protagonisti dell’istupidimento e imbarbarimento dell’opinione pubblica. Gossip, scoop fasulli, talk show urlanti che “Il Male” avrebbe messo volentieri nella sua rubrica Il Cretinario. L’opera l’hanno completata i social e i telefonini, è diventato così normale che a dettare tempi del vivere (in)civile siano gli influencer, i tiktoker, i rapper. Pifferai magici trasformati purtroppo in modelli di vita. È anche in questo miasma che disorientamento e rabbia giovanile si sono fusi, fenomeni entrambi prodotti dalla dicotomia tra illusione e realtà. Aspirare a essere un milionario alla Fedez per poi ritrovarsi a essere un drop out senza futuro: lo scombussolamento è assicurato. Non c’è neppure un mito cui aggrapparsi per andare avanti, un Che Guevara o almeno un Marcuse d’oggidì.
In tempi in cui tutte le grandi testate hanno per motivi di bilancio eliminato la figura degli inviati, bisognerebbe almeno istituire quella del nostro inviato tra i giovani. Sentire dalle loro voci perché sgolano alcolici, perché si riempiono di tatuaggi, perché disconoscono tutte le autorità, da quella genitoriale a quella politica, perché sognano di essere un Marracash o una Ferragni, perché colpire uno sbirro o assaltare un negozio dei grandi marchi dà un senso alle loro giornate, perché ci sono figli di immigrati che inorgogliscono questa Italia e altri che la preoccupano. E ancora qual è il confine tra disagio sociale e noia esistenziale. E poi capire qual è il Paese che vogliono, ma soprattutto come vogliono costruirlo. «Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese», sosteneva John F. Kennedy.
Il compito dei giornalisti è quello di capire, decodificare la realtà per poi raccontarla. Consumare le scarpe, è il presupposto del buon giornalismo. Purtroppo, da molti anni – costretti dietro a una scrivania, davanti alle agenzie di stampa – si limitano a immaginarla e a giudicarla. In questi giorni i media ci danno la falsa idea che teppisti e violenti rappresentino tutta la gioventù italiana. In realtà si tratta di una minoranza sfaccettata che non accetta limitazioni di sorta, cultrice dell’egocrazia. Ma capire perché si è disconnessa dalla maggioranza che lavora e studia, scende in piazza pacificamente per i propri diritti, denuncia le incapacità della classe politica, fa trionfare il No al referendum sulla giustizia, rimane una priorità.

