Un welfare sociale e culturale per la città delle relazioni

La pandemia ha fatto emergere due crisi in particolare: la grande solitudine dei tantissimi anziani fragili che sfuggono al radar dei servizi e la profonda diseguaglianza tra le condizioni di vita dei minori, spesso afflitti dal digital divide ma anche dalle difficoltà delle famiglie a star loro vicini. Si potrebbe ripartire dai risultati della tre giorni di “Bologna si prende cura” del 2019

di Flavia Franzoni, docente


Per difenderci dalla pandemia tutti predichiamo convintamente il “distanziamento sociale”. Un messaggio che si scontra però con quanto raccontiamo sempre della vita della nostra socievole città. Un messaggio che un po’ turba chi come me si occupa da molto tempo di politiche sociali. Un messaggio che pone nuove sfide agli operatori e agli amministratori che in questi anni si sono impegnati nella costruzione di quello che, con una formuletta un po’ usurata, viene indicato come “welfare municipale e comunitario”.

Se vogliamo rispondere davvero ai bisogni delle persone fragili (ad esempio un disabile che può ancora vivere nella sua casa), le singole prestazioni assistenziali erogate dal Comune o dall’Asl (siano esse un contributo economico o qualche ora di assistenza o cura domiciliare) non sono da sole pienamente efficaci. Lo sono solo se quella stessa persona e la sua famiglia (i caregiver insomma) sono sostenute anche da un vicino di casa che “da una mano”, da una parrocchia che li invita a qualche festa o gita, da una palestra che offre qualche ora di attività motoria. Insomma se la persona può contare su reti relazionali, su una comunità che diventa risorsa. Sono importanti anche le panchine sotto casa in cui potersi sedere per chiacchierare con i conoscenti, perché welfare comunitario vuol dire avere luoghi e arredi urbani che ti consentano di incontrarsi con gli altri in modo semplice.

In questi anni i nostri quartieri e le nostre scuole hanno sostenuto tante iniziative culturali, sportive e ricreative che avevano come denominatore comune l’obiettivo di fare incontrare le persone, siano esse bambini, anziani o famiglie in difficoltà, per far nascere legami che potevano poi aiutare nell’affrontare le varie vicende della vita. La recente riorganizzazione dei Quartieri ha previsto un “Ufficio reti” che lavora in stretto contatto con il Servizio sociale territoriale proprio per conoscere, promuovere e accompagnare questa ricchezza di iniziative. Adesso siamo costretti a guardare con tristezza le tante locandine appese nei nostri uffici di quartiere o pubblicate nei siti delle varie associazioni che realizzano le varie iniziative: tutto è bloccato.

Eppure tutto questo costituiva un progetto complessivo che ha sempre coinvolto molti volontari, ma anche tanti nuovi professionisti: educatori, animatori di cooperative sociali o di associazioni, nicchie di lavori nuovi che oggi sono in pericolo.

Quando si potrà ricominciare a tessere relazioni?

In questa città le prime risposte alla crisi sono state consolanti. Le reti solidali hanno continuato a funzionare seppure con nuove modalità più sicure. Gli Empori solidali, le Cucine popolari, la Caritas, l’Antoniano e tanti altri hanno continuato ad aiutare i più poveri e i nuovi impoveriti. L’emergenza Coronavirus è stata inoltre la cartina di tornasole di tanti problemi che avevamo cominciato ad affrontare, ma che si sono rivelati molto più grandi nella loro consistenza quantitativa. Due le sfide insieme urgenti ma che richiedono anche visioni di lungo periodo. Sfide che hanno bisogno di un consolidato ruolo del pubblico (nel welfare municipale e nel Servizio sanitario nazionale) ma anche delle relazioni comunitarie.

È innanzitutto emersa con drammaticità la grande solitudine dei tantissimi anziani fragili, più malati di quel che non pensavamo, ma anche più soli nelle proprie case. Una sofferenza sempre segnalata dal nostro Vescovo. Anziani che sfuggono al radar dei servizi e che non riescono a fruire della rete di offerte di sostegno che pur esiste (ai quali ovviamente si affianca l’incredibile numero di persone nelle residenze assistenziali che pare abbiamo scoperto solo ora!). Nell’immediato dunque abbiamo l’impegno di mantenere contatti con gli anziani nelle loro case e di aiutarli a mantenere i legami, anche potenziati dalle tecnologie, con i loro interessi e i loro amici. Questo li aiuterà a tornare a essere, là dove possibile, soggetti attivi “diversamente giovani”. Il problema degli anziani deve tuttavia essere considerato anche nella prospettiva di un tempo più lungo, tenendo ben conto delle proiezioni dei dati nel futuro. Lo statistico Gianluigi Bovini richiama spesso il dato delle tante famiglie unipersonali di oggi che domani si tradurranno in tanti anziani soli. Bisogna quindi investire in nuovi modi di abitare, in una nuova organizzazione della medicina territoriale, ecc. ecc.   

Lo sconvolgimento dell’organizzazione della vita indotto dalla pandemia ha fatto balzare all’attenzione di tutti un altro tema. L’obbligato utilizzo della tecnologia per la formazione a distanza ha reso evidenti profonde diseguaglianze tra le condizioni di vita dei minori. Alcuni ragazzi vivono in famiglie che stanno in zone dove “non c’è rete”, in famiglie in cui non ci si può permettere uno o più strumenti, in famiglie che non sono in grado di aiutare i propri figli nel lavoro scolastico o non hanno la possibilità di stare loro vicino nel tempo libero. Differenze dunque che non riguardano solo il digital divide (a cui la scuola bolognese ha saputo abbastanza sopperire con un impegno encomiabile degli insegnanti). Insomma anche nelle nostre ricche regioni si deve affrontare il problema della povertà educativa che deriva da variabili sociali complesse che fotografano ancora una volta diseguaglianze economiche.

Anche per i minori vi sarà un periodo intermedio in cui sarà necessario proporre anche interventi di nicchia per andare a rintracciare i bambini e i ragazzi che non hanno potuto fruire in pieno della didattica a distanza. In questa fase, ma anche nel futuro, la scuola dovrà collaborare con altre istituzioni e agenzie del terzo settore (anche qui ci tornano in mente i tanti volantini appesi nelle bacheche delle scuole!) e attingere alle risorse culturali del territorio che possono aiutarla a costruire percorsi formativi innovativi per tutti.  Insomma l’aiuto può venire da una sorta di welfare culturale.

L’importante è non perdere il patrimonio di esperienze che si è accumulato in questo difficile periodo, a partire dalla valorizzazione dello sforzo compiuto dagli insegnanti per utilizzare nuove metodologie didattiche e facendo tesoro dei nuovi modi di lavorare che si stanno sperimentando nei servizi sociali. Su queste esperienze si stanno interrogando tanti operatori sociali e insegnanti collegati in webinar: tutto questo “sapere” non deve restare nascosto.

Credo che “Cantiere Bologna” potrebbe seguire questi processi anche ricollegandosi alla storia delle scuole e dei servizi alla persona nella nostra città. Mi piace a questo proposito ricordare l’iniziativa “Bologna si prende cura. I tre giorni del welfare” dello scorso anno, in cui migliaia di operatori e studiosi si sono ritrovati in più di cinquanta incontri a ricostruire il tanto che si è fatto e il tanto da fare su questi temi. I risultati di questi incontri avrebbero certamente potuto costituire un insieme di informazioni importanti per i mass media e per tutti cittadini. Si potrebbe ripartire da lì.


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