L’importanza di chiamarsi Ernesto

Ci sono cose che non cambiano mai, e ce ne sono altre che cambiano di continuo. L’amore per un giornale è come lo spirito con cui viene scritto: una meravigliosa abitudine che resiste nel tempo

di Pier Francesco Di Biase, studente


Quella domenica mattina, Ernesto si svegliò di malumore.  Non c’era nulla da fare, quel cambio di direzione a Repubblica proprio non gli era andato giù… Si sentiva tradito, e neppure la notte lo aveva rasserenato. Ma come era potuto accadere? Certo, si sapeva da tempo del cambio di proprietà e ad essere onesti, da anni la linea editoriale non lo convinceva più di tanto, ma questo… Questo era troppo. Il direttore allontanato in modo così brutale, il suo giornale in mano agli Agnelli… No, no, no… Che avrebbe detto il suo vecchio?  Cambiando, tra l’altro, avrebbe pure risparmiato! Basta era deciso, da oggi niente più Repubblica!

Ernesto era nato a Bologna nel 1960, da madre infermiera all’ospedale Maggiore e padre operaio alla Weber di via Timavo. Era stato il padre, sindacalista e militante Pci, a scegliere quel nome, naturalmente in onore del Che, sperando che potesse inspirare nel figlio lo stesso sentimento di libertà e ribellione al potere costituito incarnato dal Guerrillero Heroico… Ma a Ernesto, d’animo pacifico e adattabile, quel nome non aveva mai detto granché, anzi. Lo aveva più spesso fatto sentire inadatto e incompreso, come un titolo straniero malamente tradotto.

In effetti, di rivoluzionario la sua vita non aveva avuto granché. Del ’68 studentesco ricordava poco o nulla, mentre il ’69 operaio era tutto racchiuso nell’immagine di suo padre che saliva su un pullman con i suoi colleghi, in direzione di qualche sciopero sindacale. Gli anni di piombo e il ’77 li aveva vissuti da adolescente tra i banchi di scuola, prima alle medie e poi al Liceo Righi, ondeggiando come ogni ragazzo di quell’età tra opinioni a tratti radicali, a tratti moderate, comunque quasi sempre confuse. Incapace di prendere parte con convinzione a quella contesa che a lui sembrava pura e insensata violenza, era quindi rimasto in disparte, lasciando ai Pentothal di Andrea Pazienza il gravoso compito di raccontargli quell’epoca di lotte.

Passione di sempre, del resto, quella per il fumetto. Coltivata fin da piccolissimo, con i supereroi Marvel e DC Comics. Batman il suo preferito. A casa o per strada, a scuola o in vacanza, portava sempre con sé qualche albo, per potercisi rituffare vorace alla prima occasione utile. Negli anni, con lui crebbero anche i suoi gusti, e Ernesto si appassionò prima a Linus e poi ad AlterAlter, sulle cui pagine conobbe il genio inimitabile del Paz.

Vennero poi gli anni ’80, e chi ci ha capito più nulla… Il Paz morì all’improvviso, e con lui la passione di Ernesto per quel mondo di anarchie colorate. Ad essere onesti, non fu una gran tragedia. Per lui, che non era mai stato davvero convinto di niente, fu facile constatare che gli ideali, anche i più nobili, son come i sogni: prima o poi, inevitabilmente, accade che debbano scendere a patti con la realtà. In quei momenti di disincanto e resa all’età adulta, anche Batman non gli sembrò più tanto eroico: in fin dei conti, il miliardario Bruce Wayne non combatteva certo per qualche astratto bene superiore o per salvare l’umanità… Combatteva per sanare le piaghe del suo ego, ferito dal lutto. Era, in sostanza, un antieroe tremendamente e disperatamente umano.

Fu così che, come la maggioranza dei suoi coetanei, Ernesto si pettinò i capelli e si abbottonò la camicia, deciso ad aderire anche lui, poco convinto come sempre, a quel mondo nuovo e globalizzato che prospettava meraviglie e facili guadagni. In fin dei conti, come avrebbe detto il suo Batman, o muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo. Della giovinezza gli rimase l’amore per le edicole, sebbene ora non ci andasse più per comprare fumetti, ma per acquistare ogni giorno una copia del giornale. Fin da principio, in maniera del tutto naturale, aveva scelto La Repubblica, un quotidiano che, per bocca del suo fondatore, sfidava le categorie incancrenite dal conflitto, nel tentativo di creare un pensatoio che fosse “liberale e socialista” allo stesso tempo. Ai detrattori questo proposito sembrava soltanto un ossimoro, a Ernesto invece apparve esattamente com’era la vita: il semplice frutto di un buon compromesso.

Con La Repubblica c’era invecchiato, a volte esaltandosi, a volte arrabbiandosi, ma non aveva mai smesso di comprarla. C’era qualcosa in quelle pagine che lo costringeva a frequentarle, anche quando, e accadeva spesso, non ne condivideva il contenuto. Scorrendole, gli sembrava di ritrovare il filo di una tradizione culturale che dalle lotte di fabbrica portava all’emancipazione economica del ceto medio, traghettando il progressismo italiano nella modernità, in un ideale passaggio di testimone tra la generazione di suo padre e la sua. Negli anni, il rapporto con il giornale non era mai cambiato, e Ernesto aveva passato questa abitudine ai figli, cosicché la sera, all’ora di cena, tutta la famiglia commentava gli articoli che aveva letto al mattino. La Repubblica diede ad Ernesto quel senso di appartenenza di cui era sempre stato privo, e lui la ricompensò con tutta la fedeltà che poteva darle.

Sfortunatamente, la crisi del 2011 prima e la contrazione dello stipendio poi costrinsero Ernesto a diradare gli acquisti. Con lui, la crisi colpì anche il giornale e le sue amate edicole: il primo crollò nelle vendite, le seconde cominciarono a chiudere in massa. Come sempre, Ernesto si era adeguato anche a quel cambiamento senza troppo dolore e, quando il giornale decise di ripubblicare a cadenza settimanale tutte le opere del Paz, gli sembrò che il destino, in qualche modo, gli avesse offerto la perfetta chiusura di un cerchio. Il mondo cambiava ed Ernesto seguiva, ma ogni domenica, qualunque cosa accadesse, dopo essersi preparato infilava la porta e scendeva in strada, in direzione dell’edicola. Era sempre stato così, anche dopo lo scoppio dell’epidemia. E quella domenica non fece eccezione.

Arrivato davanti all’edicola, all’incrocio tra via del Pratello e via Pietralata, si fermò sulla soglia ad aspettare il suo turno. Mentre tirava fuori dalla tasca alcuni spiccioli per contarli, il suo sguardo cadde sulla parete del portico, dove stava appesa una locandina che recitava paternalisticamente

“25 APRILE, AL PRATELLO TUTTI IN STRADA NONOSTANTE L’EPIDEMIA. È POLEMICA”

Un sorriso gioioso si affacciò inaspettato e spontaneo sul volto rabbuiato di Ernesto. Ci sono cose che non cambiano mai, e ce ne sono altre che cambiano di continuo. Anche per un animo moderato come il suo, era bello sapere che il Pratello resiste, sempre e comunque, a qualunque cosa. Come il suo amore per il giornale. Come se resistere, a sé stessi, agli altri e al tempo, fosse un imprescindibile dovere… O una splendida, irrinunciabile abitudine.

“Ciao Ernesto, La Repubblica e L’Espresso giusto?”

“Ciao Lino… La Repubblica e L’Espresso, sì… Come sempre”


2 pensieri su “L’importanza di chiamarsi Ernesto

  1. È vero che il racconto va letto come opera di fantasia, ma la conclusione è un inno all’ ambiguità. E non mi piace! non solo il finale, ma l’ ambiguità.
    Lascio da parte il problema della scelta del giornale – un problema che ho anch’ io – ma la reazione alla evidente infrazione delle regole assunte per proteggerci tutti, reciprocamente, mi sembra infantile, qualunquista, purtroppo molto ‘italiana’.

    Vorrei che tutti noi cambiassimo una buona volta il finale : per segnalare ai proprietari della stampa che non siamo pecoroni, per la lotta al coronavirus, per la lotta contro l’evasione fiscale.

  2. Ho sei anni di piu’ di Ernesto, sono Bolognese e da oltre 40 anni vivo a Bruxelles, Torno per salutare i miei al cimitero di Borgo Panigale o per abbracciare sempre con un nodo alla gola zii, cugini, e qualche caro amico. In tutte le occasioni passo davanti all’ospedale Maggiore e l’ultima volta, per le elezioni regionali, ho votato vicino a via Timavo. E’ stata una andata e ritorno perche’ non volevo che mancasse il mio voto ‘buono’. Questo per dire che conosco quelle persone che vi abitano, quell’atmosfera a me cosi’ cara. A differenza di Ernesto, io dopo anni mi sono permessa di cambiare il mio quotidiano cartaceo ma ho la fortuna di trovare sulla mia rassegna stampa tutti i giornali che appaiono e quindi posso mettere a confronto tesi e idee. Capisco pero’ Ernesto che non cede alla tentazione di cambiare. Mi fa pensare a quello che mi diceva un tassista bolognese, ormai
    come quotidiano ci resta solo la Repubblica”
    Mi piacerebbe pero’ la mattina recarmi alla mia edicola (adoro le edicole) e poter leggere su una locandina ”..tutti in strada…”.
    Patrizia Lenzarini

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