«La Bologna che vorrei»

Una comunità che sappia riscoprire la forza dei legami e delle relazioni, che abbia ben chiara un’idea di giustizia, che metta al centro i più deboli: è questo il manifesto di una protagonista del dibattito civile e politico della città che è indicata da molti come possibile prossima sindaca, dopo le sue battaglie per la parità tra i generi e contro ogni forma di discriminazione

di Cathy La Torre, avvocata e attivista dei diritti umani


L’emergenza in cui ci ha trascinati in questi mesi il Covid ha prepotentemente portato a galla con sé una serie di vulnerabilità del nostro sistema città che fino a ieri erano colpevolmente nel cono d’ombra del dibattito quotidiano, e che adesso la politica e la società non possono più fingere di non vedere.

Innanzitutto, la solitudine degli anziani che nei mesi di lockdown non avevano nessuno che facesse per loro la spesa. O che anche solo rivolgesse loro una parola che non fosse quella della tv. Erano invisibili. Ora non più.

Un sistema produttivo e commerciale che, a fatica, cerca di riemergere dalla scia della crisi finanziaria, e che la pandemia ha scaraventato nuovamente in un incubo senza orizzonte. Basta un virus, perché centinaia di saracinesche si chiudano per sempre.

C’è poi la precarietà della condizione di migliaia di nostri concittadini costretti a chiedere aiuto, per le proprie famiglie, già pochi giorni dopo l’istituzione della zona rossa.

E ancora i tanti, troppi studenti a cui l’assenza di un dispositivo digitale in casa ha reso difficile se non impossibile seguire le lezioni scolastiche online. Privati di un diritto per loro costituzionale: quello allo studio.

Quanto di tutto questo era già lì? Quante di queste bombe erano nella nostra quotidianità in attesa solo di un innesco? Quante di queste vulnerabilità sono state dimenticate, abbandonate, mai considerate? Beh, ci sono. Esistono. E nessun dibattito sul futuro di Bologna può più avere luogo prescindendo da tutto questo.

Albert Einstein diceva che le crisi possono essere una benedizione. Quella sanitaria che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo non lo è stata. Per nulla. Si è rivelata solo un immane dramma per milioni di esseri umani. E per tutte le città colpite. Però questa crisi ci sta comunque dando un’opportunità: quella di vedere e affrontare senza più rinvii tutte le fragilità del modello “città”, degli ospedali, delle nostre abitazioni, del tessuto produttivo, del nostro modo quotidiano di lavorare e di muoverci.

La pandemia è stata, e sottotraccia ancora è, un trauma collettivo e un rischio incombente che ci ha tutti profondamente cambiati. Diventa essenziale perciò prendere atto di questi cambiamenti, misurare la temperatura della città post-Covid per calibrare una “terapia” che tenga conto prima di tutto di chi ha maggiormente sofferto.

Socialità, ambiente, sviluppo, commercio, cura dei più deboli, mobilità, diritti, cultura.

Una città è principalmente un luogo dell’anima prima che un’infrastruttura materiale: dove per “anima” Intendo anche vitalità, apertura, sensibilità, capacità di riflessione, relazioni “calde” tra le persone, assenza di conflitti, sostegno a chi è più fragile.

Mi piace pensare ad una città che riflette su come “avere un’influenza positiva” sul mondo, oltre che sui suoi cittadini, e per farlo deve prima aver compreso quali sono le ferite da rimarginare. Una Bologna che sia anche un’opportunità per chiunque di un’opportunità abbia bisogno.

Mi lascia spesso perplessa la retorica su Bologna “città Smart” quando so che tante persone sono in emergenza abitativa o hanno perso i lavori precari con cui sopravvivevano. Quando migliaia di studenti rischiano di non tornare o non arrivare più. Quando tanti anziani vivono una solitudine che uccide più di qualsiasi virus.

La Bologna che vorrei, da semplice cittadina, è una comunità che sappia riscoprire la forza dei legami e delle relazioni, che abbia ben chiara un’idea di giustizia, che metta al centro i più deboli. Perché non è vero che il Covid ha impattato su tutti allo stesso modo e sarà prioritario ripartire da coloro che erano stati lasciati indietro nella loro solitudine esistenziale e povertà materiale anche prima della pandemia e che si sono ritrovati senza salvagenti proprio quando il diluvio ci sommergeva.


Un pensiero su “«La Bologna che vorrei»

  1. Vorrei anche molta attenzione all’ambiente in cui viviamo. Le strade si sono di nuovo riempite di mezzi puzzolenti, dai motorini agli autobus e dopo neanche 15 giorni ci limitiamo a rimpiangere silenzio e aria pulita. Ma…quelli che dicono che impareremo, che abbiamo imparato cosa?.

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