Patti educativi di comunità e una scuola sconfinata alla bolognese

Il Comune ha commissionato un’interessante indagine conoscitiva sui giovani a Nomisma, dalla quale emerge un profilo di lavoro molto chiaro. Il modello di integrazione tra scuola, associazionismo sportivo e culturale, volontariato, mondi dell’intrattenimento e dell’educazione ha bisogno di un orizzonte stabile e ampio. E può essere una prima risposta alle sollecitazioni del sindaco

di Cristian Tracà, docente


Virginio Merola nelle sue riflessioni di qualche giorno fa, , ha chiesto una nuova avanguardia di pensiero coraggioso sulla scuola e sulla formazione. Su queste pagine siamo contenti di cominciare a raccogliere la sfida. Mai come in queste settimane infatti si parla di scuola e di alunni, arrivando (finalmente!) nel nucleo incandescente della questione: occorre rifondare il nostro modo di immaginare la scuola e la cultura? Le buone pratiche sono rimaste isole?

I dati da cui partire sono già a disposizione. I numeri restituiti da Nomisma ci raccontano che il 60% dei ragazzi che frequentano la scuola secondaria di secondo grado a Bologna (e che hanno risposto al questionario) vedono la scuola solo come un ambiente di apprendimento legato all’impegno scolastico più tradizionale, il 70% dello stesso campione non frequenta mai le biblioteche territoriali di spontanea volontà, l’85% non sceglie centri di aggregazione giovanile per il proprio tempo libero, mentre invece forte è l’appeal dello sport: gli impianti sportivi e le palestre attraggono ben il 72% del campione. Difficile invece il rapporto col volontariato, pochi si sentono coinvolti e nella scala valoriale non viene percepito tra le risorse fondamentali della città.

Può una città con una programmazione culturale, un associazionismo e uno spirito di collaborazione così fervidi registrare passivamente questi dati senza aprire un dibattito sulla necessità di rendere le scuole dei nodi per patti educativi di comunità? Come possiamo fare in modo che lo sport diventi il grimaldello per un lavoro sociale di ampia portata?

La scuola ormai si occupa di una gamma enorme di attività e funzioni, vero. La sfida diventa infatti la gestione di questo flusso enorme di bisogni e risorse con edifici datati, poche risorse umane difficilmente valorizzabili nell’attuale cornice economica, risorse economiche frammentate e, di conseguenza, una difficoltà operativa non indifferente. Quante volte è accaduto che non si riuscisse a partecipare ad un bando o accogliere attività per mancanza di personale anche solo per la sorveglianza? Come scavalchiamo queste problematiche banali ma fondamentali?

Tanti sono i singoli e tante le realtà che si mettono in gioco fino in fondo ma che raccolgono meno di quanto meriterebbero. Solo l’11% degli adolescenti dichiara di recarsi con frequenza al cinema o a teatro, la percentuale scende addirittura al 4% se facciamo riferimento alle mostre. Di contro abbiamo molti buoni propositi: un ragazzo e una ragazza su due vorrebbero impiegare più tempo in attività culturali. Gli adolescenti ritengono la nostra città un bel luogo dove vivere (l’81% promuove a voti alti la qualità di vita) ma tra le righe emerge la richiesta di un’organizzazione diversa dei luoghi. Come si abbatte questa barriera?

La proposta emerge dalle bozze, dalle riflessioni e dalle idee di molti protagonisti del mondo della formazione e dell’istruzione. Basta leggere le proposte di Patrizio Bianchi, Franco Lorenzoni, Marco Rossi Doria o rileggere la tradizione della pedagogia popolare, il modello della cooperazione educativa, per esempio, per ritrovare una convergenza che a Bologna può realizzarsi senza grande fatica, sfruttando le reti già presenti, che adesso hanno bisogno di diventare sistema.

Perché deve essere la scuola il perno di questa nuova fase? Perché quasi uno su cinque reputa il proprio rendimento scolastico non adeguato, metà del campione non ama andare a scuola né pensa di poter trovare lì adulti guida.  C’è bisogno di una scuola e di una costellazione culturale ed educativa che coprogetti prima di ogni anno scolastico una comunità educante e stringa un patto ad ampio raggio con le famiglie

Perché non inserire delle figure di tutor stabili che seguano i ragazzi nella loro maturazione di studenti e cittadini? È uno dei capisaldi delle programmazioni per l’inclusione dei ragazzi con disabilità, compare tra le novità che si stanno sperimentando nel biennio dei professionali. Può essere un modello per tutti.

Tra Programmi Operativi Nazionali, bandi comunali e di quartiere, fondi regionali ed europei e singole iniziative la città riesce a costruire decine di proposte ma unire le proposte in modo significativo diventa sempre più difficile. A Milano l’hanno chiamato modello della scuola sconfinata, altrove sono in corso da anni sperimentazioni di città senza mediazioni e di sapere diffuso. A Bologna ogni istituto realizza da anni collaborazioni e interlocuzioni di vario tipo: bisogna partire da queste reti tra soggetti diversi (tre esempi per tutti: Festival della Cultura Tecnica, OfficinAdolescenti, Cosa abbiamo in Comune) per dare un orizzonte pedagogico certo a questo lavoro.

Solo l’Amministrazione con un ruolo di regia e garanzia può guidare l’autonomia scolastica al salto organizzativo necessario. Occorre modificare alcune tempistiche dei bandi, individuare bisogni e difficoltà logistiche, organizzare tavoli di zona delle scuole che progettino insieme il futuro della città.  Il rischio è perdere contatto con un’intera generazione, quella che comincia a dileguarsi dalle scuole in medie poi, attratta dalla semplicità di comprare un libro online e di passare il proprio tempo davanti a un prodotto di intrattenimento immediatamente disponibile sul proprio cellulare.


Un pensiero su “Patti educativi di comunità e una scuola sconfinata alla bolognese

  1. Ottimo questo articolo. Il tema è davvero cruciale. Credo che nessun territorio o pochi altri abbiano una offerta culturale extra scolastica come a Bologna, oltre ai tanti programmi scolastici citati da Tracà, grazie a tante organizzazioni private, associazioni, Fondazioni ed Enti pubblici con programmi rivolti ad alunni e studenti (dalla scuola dell’infanzia e primaria alle scuole secondarie di secondo grado) nei campi dell’arte, del cinema, della musica, della fotografia, della tecnica, della scienza, dell’organizzazione e del lavoro.
    Considerati i dati negativi citati nell’articolo,ma anche quel 50% di giovani che vorrebbero dedicare più tempo alla cultura, sembrerebbe che troppi ragazzi e ragazze non conoscano queste opportunità o, forse ancor più, trovino ostacoli di natura familiare e sociale. Insomma, l’autore apre la strada per analisi e approfondimenti, anche con ricerche empiriche, per meglio affrontare i problemi sollevati, avendo il vantaggio, rispetto ad altre aree geografiche,
    che molti strumenti sono disponibili.

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