Cambiamo la narrazione sui beni comuni, a partire da Bologna

La nostra città è spesso citata tra i contesti più efficienti in temi di digitalizzazione, organizzazione trasparenza. È una capacità questa che impressiona molto favorevolmente coloro che provengono da contesti meno efficienti, ma che forse non riesce a fare breccia su una parte consistente di cittadini, soprattutto giovani, che si orientano a fatica sulla differenza tra pubblico e privato

di Cristian Tracà, docente


Viviamo in una città che trova nello studio statistico, nella transizione al digitale, nei big data,  alcuni dei pilastri fondamentali della sua progettazione futura. Per qualsiasi cittadino è disponibile un sistema semplice e immediato come Iperbole grazie al quale in pochi istanti si può avere accesso  puntuale all’anagrafe pubblica degli eletti, ai sistemi di rilascio dei certificati, a dati e informazioni su gran parte dei servizi pubblici erogati dagli uffici e sugli atti amministrativi degli organi di indirizzo politico.

Aggiungiamoci la bellissima innovazione dei Patti di Collaborazione, il Fascicolo Sanitario Elettronico o i servizi digitali delle Biblioteche bolognesi con la semplificazione che hanno introdotto nella vita di molti utenti. Potremmo fare analisi comparate con altre città italiane ed europee, scoprendo che viviamo in un contesto con tanti fattori positivi.

Potremmo, al contempo, però, imbatterci con molta facilità in un cittadino che non ha nessuna consapevolezza di queste risorse, che confonde una libreria con una biblioteca, che non ha mai cambiato le sue abitudini nel corso della vita, nonostante le facilitazioni di cui si è fatto cenno poc’anzi.

Una città che vuole dare cittadinanza piena ai suoi cittadini la immaginerei così, con la logica del desktop dello smartphone. Iconica e immediata, in cui il servizio pubblico accoglie a braccia aperte e si racconta. Una sorta di infografica vivente. Un esempio su tutti: quanti cittadini sono consapevoli del beneficio sociale che un’istituzione come Sala Borsa porta a questa città? Sarebbe bello che i cittadini lo visualizzassero all’ingresso, nelle sale, nella ludoteca. Costi, ingressi, materiale contenuto,  documenti prestati. I segni della guerra all’ignoranza e all’esclusione, un gioco sulle soglie di pregnanza semiotica.

Bisogna ribaltare il canone, far emergere attraverso le cifre del costo della cultura, il peso dell’emarginazione nelle dinamiche di cittadinanza. Quanti genitori soli e con poche possibilità trovano riparo nelle biblioteche comunali, quanti lettori forti possono esserlo grazie al contributo collettivo? Quanti artisti d’avanguardia passano per i nostri teatri grazie al finanziamento pubblico? Raccontiamolo!

Al momento, con una combinazione incredibile, avviene spesso che i cambiamenti pian piano si realizzino, che gli operatori del pubblico siano sempre più oberati di lavoro e si sentano vessati dalle regole molto stringenti (specie su privacy, responsabilità e trasparenza), ma che allo stesso tempo i cittadini percepiscano molto relativamente questo flusso. 

Come facciamo a ridare forza al significato di bene comune se non restituiamo ai cittadini la sensazione che i servizi pubblici sono parte essenziale della qualità della vita e riescono a fare la differenza? L’iperburocratizzazione degli ultimi anni della scuola, dei permessi, dei protocolli sono segni abbastanza preoccupanti di un rapporto di fiducia incrinato tra singolo e collettività, tra cittadino e sistema pubblico.

Possiamo continuare a limitarci ad inveire contro un certa tendenza sensazionalista dei media, che preferiscono raccontare di una buca sulla strada e non ci raccontano invece i grandi progetti amministrativi con dovizia di analisi e dettaglio? Per quanti anni potremo ancora fare l’analisi sociologica considerando la disaffezione del cittadino come una coda della politica della disintermediazione liberista portata avanti dal berlusconismo?

Torniamo all’immediatezza dei cinque sensi, ordiniamo la giungla dei segni nei luoghi, urliamo il bene comune.

Photo credits: Sala Borsa (CC BY-NC-SA 2.0)


3 pensieri su “Cambiamo la narrazione sui beni comuni, a partire da Bologna

  1. Articolo molto interessante L’unico e grande problema è che non tutti i cittadini posseggono le competenze per accedere in modo produttivo a questi servizi. Manca un intervento di formazione di base che renda il tutto accessibile a tutti

  2. Considerazioni e riflessioni molto itelligenti! Mi pare Cristian che tu voglia trasmettere proprio questo: la grande capacità di Bologna di produrre servizi culturali innovativi e di qualità e la difficoltà a renderli fruibili per l’intera comunita’! Il punto di vista di un Prof. appassionato che non vuole “lasciare indietro” nessuno e che pensa in termini collettivi e – chiedo scusa per il linguaggio desueto -interclassisti!

  3. Bell’articolo Cristian, come sempre, la tua attenzione e sensibilità pone anche su questo tema l’accento sull’uguaglianza nella fruizione della digitalizzazione.
    A questo proposito ho un piccolo suggerimento: attivare presso le sedi di Quartiere, gli spazi delle Biblioteche, e perché no, presso i Circoli PD, seminari pratici che coinvolgano quei cittadini/ne che hanno poca dimestichezza con gli strumenti digitali, per acquisire capacità sia all’utilizzo dei mezzi che dei servizi informatici, dando anche la possibilità di vivere gli spazi reali e virtuali come luoghi di condivisione e consapevolezza del bene comune.

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