Ma il MAMbo è o non è il messaggio?

A giudicare dal sito web del prestigioso museo, si direbbe che non sia in grado di comunicare l’enorme potenziale che ha: dunque come medium non è abbastanza forte, secondo il celebre aforisma di McLuhan, da arrivare ai cuori di un pubblico affamato di arte come quello bolognese. Da un’appassionata che conosce un’istituzione simile a Londra alcuni suggerimenti al direttore artistico, Lorenzo Balbi, nel suo apprezzato impegno di rivoluzionare un’istituzione da troppo tempo anchilosata

di Sarah Abdel-Qader, operatrice culturale


Lo scorso 7 Ottobre ho assistito all’evento C come Comunicare l’Arte organizzato dalla Fondazione Cirulli di San Lazzaro di Savena con la partecipazione di esperti di social media. L’incontro è stato molto interessante, ma a mio modesto parere ha evaso alcune domande fondamentali che penso dovrebbero essere sottese a ogni discorso sulla comunicazione, non solo legata al mondo dell’arte: che cosa comunico, come lo comunico, perché e a chi.

Durante la serata non è mancata infatti la celeberrima perifrasi “medium is the message” di Marshall McLuhan che gli studiosi di comunicazione amano citare, la quale tuttavia mi sembra sia spesso fraintesa. Certo McLuhan voleva mettere in risalto l’importanza del mezzo in sé, ma per restare più fedeli al suo pensiero forse sarebbe più corretto dire “medium is the messenger”, sottolineando la capacità dei media di influenzare con la propria struttura il messaggio. Usare gli innumerevoli canali di comunicazione che abbiamo a disposizione è sacrosanto, ma da solo non basta. Bisogna tornare a porre l’attenzione sul messaggio, adattandolo ai canali utilizzati.

Intervenuto durante l’incontro, il direttore artistico del MAMbo Lorenzo Balbi ha ricordato che lo scopo del museo tramite i suoi canali di comunicazione è quello di ampliare e coinvolgere il pubblico con le sue attività e collezioni. Giustissimo, ma questo in che modo avviene? Da neofita del settore culturale quale sono – e scusandomi con il direttore per non aver avuto il coraggio di approcciarlo personalmente – mi permetto un commento proprio riguardo alla comunicazione del museo, polo bolognese per l’arte contemporanea che personalmente amo ma che penso non stia ancora sfruttando appieno l’enorme potenziale che ha.

Ritengo che le azioni fin qui intraprese dal giovane direttore fossero necessarie e dovute, e mi sembra che stia davvero rivoluzionando un’istituzione che pareva anchilosata da troppi anni. Il progetto Nuovo Forno del Pane ne è uno splendido esempio: il museo non solo come luogo di esposizione dell’arte, ma come luogo di creazione e scambio. Ma per quanto riguarda i canali di comunicazione, visitando il sito del museo e ricevendo le settimanali newsletter devo constatare che entrambi violano – anche per chi come me non ha disabilità visive – molte delle buone pratiche di accessibilità digitale e visiva, quali ad esempio il poco contrasto del testo con lo sfondo e la poca chiarezza della disposizione dei contenuti. Anche il design del sito web mi pare presentare alcune criticità: figlio del sito dell’Istituzione Bologna Musei, non ha una versione mobile, è visivamente ostico e non ne facilita la fruizione. 

Sono quasi sicura che questi piccoli difettucci siano dovuti a mancanza di adeguate risorse finanziare e umane, tuttavia da affezionata utente del MAMbo mi piacerebbe vedere sviluppati un giorno anche questi mezzi di comunicazione e i loro contenuti. Sarebbe infatti stimolante che le newsletter proponessero degli spunti di approfondimento sulle collezioni e sui progetti con sezioni dedicate e dettagliate sul sito, sul modello di istituzioni come la Tate di Londra che rende accessibili contenuti su artisti e collezioni, nonché articoli specialistici. Anche il Museo del ‘900 di Milano ha qualcosa di simile, ma in generale il settore in Italia mi pare carente su questo versante. Si potrebbe ad esempio ricorrere al grande patrimonio bibliografico del museo, o immaginare un blog dedicato ad artisti e professionisti del settore, sulla scia di quanto fatto durante il lockdown con la serie di video “2 minuti di MAMbo”.    

Mi piacerebbe fare un’ulteriore considerazione legata alla comunicazione come mezzo di avvicinamento e mantenimento del pubblico. Da semplice amante dell’arte, dopo aver vissuto e lavorato quattro anni a Londra ed essere stata continuativamente membro di istituzioni culturali, una delle prime cose che ho fatto una volta rientrata a Bologna è stato cercare schemi di tesseramento dei miei luoghi preferiti in città che amo visitare regolarmente. Sul sito del MAMbo e dell’Istituzione Bologna Musei si trova una pagina su Sostenitori e Amici dei Musei, ma sembra che questi non si riferiscano a uno schema di membership in cui l’utente paga una quota e riceve alcuni servizi ‘esclusivi’, sul modello di altri luoghi della cultura come il Centro Pecci di Prato, Palazzo Grassi di Venezia e l’Hangar Bicocca di Milano (solo per citarne alcuni) o sul modello della Card Cultura di Bologna. Questi schemi non solo contribuiscono alla fidelizzazione del pubblico, ma costituiscono anche una fonte di introiti che il museo potrebbe gestire liberamente. Al netto di eventuali interferenze di regolamenti legali e finanziari delle istituzioni culturali pubbliche italiane, esempi di questo tipo non potrebbero essere riprodotti anche qui da noi?

Gli ultimi anni hanno dimostrato che Bologna ha fame di arte e ritengo che il pubblico bolognese non farebbe mancare il proprio entusiasmo per le iniziative di un museo che di potenziale ne ha da vendere.

Photo credits: Michele Mazzoli (CC BY-NC 2.0)


2 pensieri su “Ma il MAMbo è o non è il messaggio?

    1. cosa intende con mostre importanti? that’s it e la retrospettiva su pietroiusti sono state rilevanti per il contemporaneo

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