Violenza di genere, perché la denuncia non basta

Nonostante la legge Codice Rosso del 2019 ancora non possiamo considerarci sicure e questo è di una gravità inaudita. Oltre a tutto il fondamentale lavoro culturale nelle scuole, nella società, servono più strumenti per le misure cautelari, una preparazione maggiore degli operatori delle forze dell’ordine, serve velocizzare i processi, prendere misure disciplinari serie verso chi nelle istituzioni preposte sottovaluta

di Mery De Martino, consigliera comunale Pd


Ho pensato a lungo se fare questo intervento. Ho pensato che le donne debbano essere sostenute nel denunciare, nel parlare delle violenze subite. E su questo non possiamo permetterci ambiguità. Denunciare può salvare una vita. 

Ho pensato, però, che questo non basta. Che dire solo questo, anche quando chi lo fa è in buona fede, rischia di diventare pura retorica, di non salvare tutte le vite, di non spingere tutte le donne spaventate a procedere. Per questo, se la denuncia è e resta un atto fondamentale da fare, in questa discussione si deve porre in luce anche altro, che è già emerso ma che resta ancora troppo in ombra. 

Quanto dichiarato di recente da migliaia di donne sotto il post della Polizia di Stato (qui) non può passare in sordina. È un grido di allarme vero e serio e così deve essere colto. Capisco che c’è una linea sottile tra la presa di consapevolezza delle falle del sistema, necessaria per cambiare le cose in meglio, e il rischio che tutte le donne perdano ancora più fiducia e smettano di denunciare. È per questa stessa linea sottile che io stessa ho riflettuto sull’opportunità di segnalarlo. 

Poi però ho fatto una veloce ricerca su Google. Ho cercato “Uccisa dopo la denuncia”. Chissà quante donne, vittime di violenza, avranno fatto la mia stessa ricerca prima di decidere se denunciare o meno, chissà se sono ancora vive. Così ho avuto conferma che anche la politica non può rinunciare a nessun piano di discussione, per quanto complesso. 

Non vi riporto tutto quello che è emerso da questa ricerca, è troppo doloroso e se vorrete potrete farla voi stessi. Ciò che esce è un quadro che non può farci tacere. Perché in quella linea sottile ci giochiamo la sopravvivenza o l’uccisione violenta di una nostra sorella.

Nonostante il Codice Rosso – la legge del 2019 che rafforza la tutela di tutti coloro che subiscono violenze per atti persecutori o maltrattamenti – ancora non possiamo considerarci sicure e questo è di una gravità inaudita. Oltre tutto il fondamentale lavoro culturale nelle scuole, nella società, servono più strumenti per le misure cautelari, una preparazione maggiore degli operatori delle forze dell’ordine, serve velocizzare i processi, prendere misure disciplinari serie verso chi, nelle istituzioni preposte, sottovaluta. 

Serve che le donne sappiano che finché tutto ciò non avverrà, perché la politica e la società sono colpevolmente e ingiustificatamente in ritardo, per non morire bisogna denunciare ma all’atto della denuncia bisogna immediatamente allertare i centri antiviolenza, dove sicuramente il personale è formato e preparato. Serve che sappiano che devono farsi coraggio e denunciare, ma che c’è la possibilità di trovarsi di fronte personale delle forze dell’ordine non in grado di comprendere la portata del loro racconto. Ed è così perché le istituzioni non sono entità eteree che vivono al di fuori della società, ma ne sono parte. Se la società è malata e non ha gli anticorpi per mettere fine a questa guerra civile, è possibile che nelle istituzioni, seppur più preparate di altri, ci possano essere persone non competenti.

Ma questo non deve portare a fermarsi, a mettere in dubbio la propria storia e la propria denuncia. Sono loro a sbagliare. Come ha detto l’ex capo della polizia Gabrielli, «chi ignora le denunce commette un crimine nel crimine». La vostra storia è vera e tutti devono credervi. Se l’operatore che ci si trova di fronte non ci fa sentire a nostro agio, dobbiamo insistere, chiamare un comandante, un superiore, andare presso un altro comando, presso un’altra forza dell’ordine. Chiamare parallelamente e immediatamente il numero antiviolenza e recarci presso un centro. Raccontare alle persone vicine in modo che possano fare da scudo insieme e interessare i propri rappresentanti politici. Perché la politica deve intervenire anche su questo piano, sulle singole storie che avvengono nella propria città. In questa tragedia a fare la differenza sono anche le persone. Trovare la persona giusta al posto giusto può salvare una vita, e le persone giuste di tutte le istituzioni hanno il dovere di farsi carico di questa strage quotidiana anche avendo il coraggio di fare un’analisi di ciò che, ancora oggi, non funziona come dovrebbe. 

Metterci tutte e tutti pubblicamente in discussione e studiare insieme delle contromisure è l’unico modo per aumentare la fiducia delle donne nelle istituzioni e la consapevolezza di potercela fare. Il resto è pura retorica e complice ipocrisia e l’ipocrisia non salverà le nostre sorelle.


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