Ascolta il richiamo di voci e deserti

Dopo il mio primo viaggio nei campi profughi saharawi, mi ero ripromessa di tornare. Grazie ai viaggi di coscienza voluti da Mattia Santori, delegato alle politiche giovanili del Comune di Bologna, tra poche ore potrò davvero farlo, accompagnando otto giovani bolognesi. Spero che anche loro possano sentire che l’unica strada possibile per la pace e la democrazia è l’amore per la verità e la giustizia, il diritto inalienabile alla propria autodeterminazione

di Mery De Martino, consigliera comunale Pd


La prima notte al campo profughi di Smara, nel deserto algerino, ho immaginato di guardarmi dall’alto e vedermi come un unico puntino in mezzo alle dune sterminate. Complice la polvere e la sabbia che in poche ore si erano già posate su ogni parte del mio corpo, mi sono sentita in apnea.

I giorni seguenti, la polvere e la sabbia non mi hanno mai abbandonata, ma quella sensazione non è più tornata. Al suo posto una nuova energia dettata dalla rabbia per essere insieme a un popolo giusto in un posto sbagliato.

Ancora oggi i saharawi scontano un processo di decolonizzazione che non si è compiuto e di cui avevo già parlato (qui). Oggi vivono in tre zone. I più sfortunati ancora dove erano liberi in origine, ovvero nei territori del Sahara Occidentale oggi occupati dal Marocco. Vivono, quindi, sotto un regime autoritario, senza possibilità di lasciare il territorio e circondati da un muro, il secondo più lungo e quello più minato al mondo, costruito dal Marocco per separare le terre da loro occupate, le più ricche di risorse, dalle altre. Al di qua e al di là del muro ci sono famiglie divise per sempre, cui sono negate anche brevi visite.

Altri vivono nei “territori liberati” del Sahara Occidentale, quelli che si trovano al di là del muro e che sono aridi ma molto più accoglienti rispetto al pieno deserto algerino. Tuttavia, con il riaccendersi del conflitto armato al confine, molti di loro sono fuggiti e oggi sono due volte profughi.

Infine, ci sono coloro che da 50 anni vivono nei campi profughi ospiti del governo algerino che gli ha aperto le porte del suo deserto, offrendogli libera giurisdizione. Nessuno credeva sarebbero sopravvissuti a lungo e invece il loro desiderio di giustizia li ha portati a organizzarsi in maniera sempre più strutturata.

Oggi i saharawi che vivono in Algeria sono organizzati in cinque province (wilaya) composte da diversi comuni (daira) a loro volta governati da sindac* democraticamente elett* (più del 50% delle cariche pubbliche è ricoperto da donne). Il tutto dà forma alla Repubblica araba democratica dei saharawi, riconosciuta da 87 paesi dell’Onu.

È lì che sono stata io a novembre 2023.

Chi ci vive da anni o si occupa di progetti umanitari me ne ha raccontato la trasformazione. Una volta le case erano solo tende. Sono poi passati alle case costruite con mattoni di sabbia, ma dopo ogni pioggia, seppur rara, dovevano ricominciare da capo. Oggi buona parte delle case sono in mattoni di cemento, ma la transizione è ancora in atto. Da pochi anni, grazie al governo algerino, è arrivata anche la corrente elettrica e questo ha alzato la qualità della vita nei campi.

I soldi, invece, sono ancora quasi del tutto assenti. Si vive soprattutto di aiuti umanitari, chi lavora nei fatti presta un servizio alla comunità, ricevendo in cambio una specie di rimborso spese. L’acqua è conservata in cisterne, ma solo per usi esterni, poiché è contaminata. Per bere o lavarsi i denti si può usare solo acqua confezionata in bottiglie di plastica.

La plastica, insieme agli altri rifiuti, è un problema enorme. Se ne trova ovunque abbandonata tra le dune del deserto. L’inquinamento è peggiorato  dalle poche auto, provenienti dai paesi occidentali: vecchissimi modelli altamente inquinanti che vengono scaricati lì, dove c’è bisogno.

Grazie a progetti umanitari sono stati creati luoghi di ritrovo ulteriori rispetto alla scuola. Laboratori di cucina, ceramica, palestre da boxe, campetti da calcio ecc. La loro presenza è fondamentale per dare soprattutto ai più giovani delle alternative per impiegare il proprio tempo e sfogare le comprensibili frustrazioni. Nascere e crescere in mezzo a sabbia e polvere, dipendenti da aiuti umanitari, dove non ci sono veri luoghi di ritrovo né attività economiche. E tutto questo perché  la tua terra d’origine ti è stata ingiustamente sottratta con violenza nel silenzio generale.

Non dimenticherò mai le parole di Mohammed, che con grande generosità mi ha ospitata a casa sua: «Non sono preoccupato per me, ma per i nostri figli. Non voglio che anche loro siano condannati a buttare così tutta la loro vita». La preoccupazione diffusa tra gli adulti è che la frustrazione, unita al non aver visto la guerra con i propri occhi, possa un giorno portarli a imbracciare le armi con ancora più ferocia, come ultimo atto possibile di Resistenza. E infatti la Storia, anche recente, ci ha già ampiamente dimostrato come la segregazione e la limitazione della libertà porti solo a una radicalizzazione delle parti.

Oggi i saharawi sono un popolo democratico, laico, pacifico. Ma se l’Occidente continuerà a usare verso di loro, imprigionati in un processo di decolonizzazione incompiuto, l’arma politica più potente e crudele, ovvero il silenzio e l’indifferenza, per quanto riusciranno a preservare questi valori?

Le settimane successive al mio rientro in Italia non sono state semplici. La consapevolezza di essere parte di un sistema che è complice di questa violenza, e che con i miei occhi avevo visto, non è stata facile da digerire. Sicuramente in me si è rafforzata la convinzione che nessun equilibrio economico o politico deve mai nascondere la verità e la ricerca di giustizia.

Mi ero ripromessa di tornare. Grazie ai viaggi di coscienza voluti da Mattia Santori, delegato alle politiche giovanili del Comune di Bologna, tra poche ore potrò davvero farlo, accompagnando otto giovani bolognesi. Spero che anche loro possano sentire lo stesso richiamo di voci e deserti che indicano l’unica strada possibile per la pace e la democrazia: l’amore per la verità e la giustizia, il diritto inalienabile alla propria autodeterminazione.


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