Bisognerebbe chiedersi che cosa, nella narrazione che fa di sé questo White World sempre più piccolo e incanutito, abbia smesso di funzionare. E limitarsi all’indignazione, liquidando il tutto come un problema di «moda», non mi pare un atteggiamento utile alla causa
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Ha suscitato parecchio entusiasmo in città la notizia che Alam Md Sadiqul, bolognese originario del Bangladesh e personaggio tra i più noti in città, sia finalmente riuscito a ottenere, dopo sedici anni, la cittadinanza italiana (qui).
Chi sia Alam e cosa faccia per vivere lo hanno già raccontato su altre testate cittadine, perciò inutile che mi dilunghi in particolari che non ho. Di mio posso soltanto dire che, di tutti i personaggi del Pratello che accompagnano la mia vita, Alam è forse quello con cui mi fermo più spesso e volentieri a chiacchierare lungo “la via con intorno una città”.
La ragione è tanto semplice quanto ovvia, e ha poco a che vedere con la retorica da influencer che spopola in queste occasioni. Perché le opinioni di Alam, che si parli di politica, economia, religione o tagliatelle al ragù, non sono migliori delle mie o di quelle di chiunque altro. Ma hanno il pregio di essere espresse da qualcuno che, per nascita e istruzione, ha un retroterra culturale diverso dal mio.
Se fossero pubbliche, non ho molti dubbi, farebbero sobbalzare più d’uno di quelli che Paolo Pombeni, direttore de Il Mulino, definirebbe «intellettuali». Ma a dire il vero, non hanno proprio niente di esotico. Così come non hanno alcunché di insolito le idee, ben più contestate in questi giorni, di Omar Barghouti, intellettuale e attivista palestinese cofondatore della campagna non violenta Bds – Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni nei confronti di Israele. In entrambi i casi, infatti, si tratta di posizioni che, in giro per il mondo, hanno ben più fortuna di quelle che oggi, in Occidente, vengono spacciate come universalmente valide.
Forse non è un caso che l’unico momento di tensione, nel corso di ben due conferenze molto partecipate tra Università e Comune, sia stata la contestazione riservata dallə attivistə dei Giovani Palestinesi all’assessore Daniele Ara, dopo che questi ha ripetuto per l’ennesima volta il mantra di «Israele unica democrazia del Medio Oriente». Che se vogliamo è formalmente un dato di fatto, così come è un dato di fatto che in Iran, l’arcinemico di Israele, la comunità ebraica locale è la più antica e più numerosa delle diaspore mediorientali, e ha diritto a un seggio riservato nel parlamento di Teheran. Ma né lə primə né l’assessore si pongono il problema quando, a ogni occasione, scendono in piazza per denunciare la repressione del dissenso interno operata dagli ayatollah.
Certo, quest’ultimo accostamento può sembrare improprio. Eppure valutare anche i possibili cortocircuiti ideologici, prima di dividere il bene dal male, a me pare l’unico metodo efficace per osservare un mondo che, ormai diventato multipolare, non può fare a meno di tenere in considerazione il fatto che anche i punti di vista, inevitabilmente, si sono moltiplicati. E per un Detjon Begaj che, replicando alle critiche della comunità ebraica felsinea (qui), fa riecheggiare il mito dell’assimilazione culturale insieme a quello del padre della patria Cavour, ci sono migliaia di cittadini che, semplicemente, mostrano più o meno marcati gradi di divergenza rispetto a quelli che consideriamo i cardini della nostra cultura e della nostra convivenza civile.
Senza nascondere la biografia personale e familiare di ognuno – Barghouti è cognome importante per la Storia palestinese di oggi e di ieri, e non sempre associato al concetto di “non violenza” – a voler essere intellettualmente onesti bisognerebbe chiedersi che cosa, nella narrazione che fa di sé questo White World sempre più piccolo e incanutito, abbia smesso di funzionare. E limitarsi all’indignazione, liquidando il tutto come un problema di «moda», non mi pare un atteggiamento utile alla causa.
Mentre Piantedosi e la polizia di Stato continuano a esercitare in modo quantomeno discutibile e molto criticabile il monopolio dell’uso della forza e le istituzioni accademiche si trincerano dietro i distinguo, mi piace sottolineare l’intelligenza di Filippo Vendemmiati, caporedattore del TGR Rai ed esponente dell’unica categoria in grado di unire tutti, indipendentemente da etnia e religione, sotto l’insegna del disprezzo pubblico. Scendere in strada e parlare con i manifestanti manganellati dalla polizia, per poi decidere di leggere il loro comunicato nel corso del telegiornale della sera, non è solo un esempio di buon giornalismo ma la riprova che, in un mondo indiscutibilmente ingiusto, l’unica strada giusta resta quella di aprirsi alle ragioni degli altri.
In copertina: Omar Barghouti (Photo credits: Eikon/La Repubblica Bologna)

Ascoltare le ragioni degli altri e’ sempre giusto. Ma poi fatalmente arriva il momento, ed oggi e’ arrivato, di scegliere da che parte stare.
Valter Giovannini