La mostra, visitabile fino a venerdì 15 marzo al piano terra della Regione di via Aldo Moro 50, narra con grande intensità la bellezza e la forza della ‘sorellanza’ nata in due realtà apparentemente lontane, eppure così vicine: le pescatrici del Delta e un gruppo di volontarie delle associazioni modenesi del Centro documentazione donna-Casa delle donne contro la violenza e carcere
di Barbara Beghelli, giornalista
Quasi scontato dire che non è la solita mostra, si capisce già dal titolo: (In)Curabile bellezza, fino al prossimo venerdì visibile negli spazi della Regione di via Aldo Moro 50, al piano terra della Torre.
Ha preso il via con la festa dell’8 marzo, come tanti altri eventi, ma la differenza qui la fa il mood, il tema femminile ritratto esclusivamente dal punto di vista sociale.
In questa esposizione di opere fotografiche e stampe su carta cotone o collage, si narra infatti con grande intensità la bellezza e la forza della ‘sorellanza’ nata in due comunità così lontane, ma in realtà così vicine: le pescatrici del Delta e un gruppo di volontarie delle associazioni modenesi del Centro documentazione donna-Casa delle donne contro la violenza e carcere città.
Riprende percorsi di storie femminili diversissimi tra loro che, attraverso l’arte contemporanea, trasmettono linguaggi e contenuti artistici che attirano i pubblici più diversi, stimolando così nuove prospettive e visioni, speranza, fantasia, libertà. Esperienza, questa, che è diventata anche una pubblicazione curata da Caterina Liotti, edita da Mucchi e che di fatto fa da catalogo all’esposizione.
Una storia diversa dal solito, quindi, che punta dritto all’anima ed esprime qualcosa di apparentemente improbabile: alla durezza del luogo in cui tutto ciò è avvenuto, il carcere, si affianca la nascita di uno spazio estetico dell’immaginario contemporaneo, di inaspettata bellezza, vitale. Ecco che l’arte trionfa come veicolo di educazione, si avverte chiaramente, pur raffigurando qui la fatica femminile e, perciò, la solidarietà.
Il messaggio? Quanta bellezza può nascere quando si formano le comunità tra donne, per nulla scontate. Perché nel mondo, nelle zone più povere e remote della Terra, la sorellanza esiste, eccome. Fatica a nascere molto di più qui da noi, in Occidente. A differenza della fratellanza.
E va bene, quindi, la festa della donna. Tuttavia viene da pensare, guardando queste immagini, quanti e quali siano i nodi da sciogliere, a tutti i livelli e senza il bisogno dell’ipocrisia di poche (elette). Perché al di là delle varie sfilate per le vie della città, ci sono bisogni disattesi e della spersonalizzazione, gap sociali, criticità inaspettate e situazioni anche estreme che possono combattersi solo con l’intelligenza e la forza d’animo, facendo squadra, a tutti i livelli.
Tra queste, negare che la detenzione femminile in Italia sia pressoché invisibile è impossibile. Sia per le ridotte dimensioni numeriche delle persone recluse, sia per la scarsa pericolosità sociale delle stesse.
Di fatto questa rassegna restituisce l’esperienza del laboratorio di educazione all’arte che ha fatto conoscere i due gruppi. Un incontro che parte dal coraggio e dalla determinazione delle detenute, volontarie e operatrici che, pur nell’anonimato del modo in cui hanno scelto di definirsi, Colletivo No Name, si sono messe in gioco facendo nascere una comunità basata sui valori della cura (sorellanza, appunto) come emerge nei loro collage (su fotografie di Marianna Toscani).
Le opere sono di Chiara Negrello, Marianna Toscani e Collettivo No Name Casa circondariale S. Anna. Curatrice della mostra è Federica Benedetti, in collaborazione con Caterina Liotti (Centro documentazione Donna Modena) e Marianna Toscani, una delle artiste.
La mostra fotografica è diventata anche una pubblicazione curata da Caterina Liotti “Collettivo No Name”, edito da Mucchi (XXI pubblicazione della Collana Storie Differenti del Centro documentazione donna), e che fa da catalogo alla mostra “(In)Curabile bellezza. Donne che fanno comunità”.
Il volume raccoglie testi che Anna Perna, Paola Cigarini e Caterina Liotti hanno scritto sui temi della sorellanza, dei bisogni disattesi e della spersonalizzazione. Significativi i contributi di contestualizzazione forniti da Grazia Zuffa, autrice di ricerche nazionali sul tema e da Claudia Löffelholz, direttrice della Scuola di Alta formazione Fondazione Modena Arti Visive, che indaga su come il linguaggio dell’arte possa aiutare a costruire una società più inclusiva, empatica e solidale.
