Il giovane fotografo bolognese ritrae in maniera estremamente nostalgica, pungente e accattivante la scena delle due sottoculture che nella nostra città hanno trovato terreno fertile
di Sara Papini, operatrice della comunicazione
In moltx avrete notato in giro adesivi che segnalano la scritta (BO)yz N The Hood e vi saretx domandatx cosa si cela dietro questa scritta omaggio al film di John Singleton che ben conosciamo.
Chi invece ha avuto l’occasione di passare in Fondazione Zucchelli o in Accademia per lo scorso Open Tour saprà che stiamo parlando del progetto fotografico di Tommaso Palmieri (qui), giovane fotografo bolognese che ritrae in maniera estremamente nostalgica, pungente e accattivante la sottocultura punk e quella rap della nostra città. Per saperne di più su questa incredibile mappatura ho deciso di mettermi in contatto con Tommaso e fargli qualche domanda.
Come è stato il tuo approccio alla fotografia? Quando è iniziato?
«Il mio approccio alla fotografia è stato, come per tanti, grazie a una reflex comprata in un negozio di fotografia di grande distribuzione. Poi i primi scatti ai concerti punk e rap, parte estremamente importante della mia vita. Essendo anche un grande appassionato di arte e fotografia, mi sono ritrovato nel 2019 a un talk organizzato da Chiara Pirra con ospiti alcuni fotografi italiani, tra cui molti del collettivo Cesura. Qualche tempo dopo Chiara sarebbe diventata la mia curatrice e io avrei iniziato a collaborare con Cesura».
Tra le tue ultime ricerche troviamo il progetto fotografico dal titolo (BO)yz N The Hood, dove emerge il tema delle sottoculture punk e rap e uno scenario bolognese che per molti versi non esiste più e per altri è ormai drasticamente mutato, continuando però a conservare una sua specificità…
«Come dicevo prima, il punk e il rap sono sempre state una componente importante della mia vita. Una passione trasmessami da mio padre che, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, aveva due band. Queste controculture sono come un “fuoco” che ti brucia dentro e che non si spegne mai, l’urgenza di immortalarle con la fotografia è stata quindi per me necessaria. Vivendo queste culture sulla mia pelle con il tempo mi sono accorto delle infinite commistioni e punti di incontro che hanno avuto con la società. Bologna è stata un collante storico, rispetto ad altre città italiane, per entrambe queste due correnti. Poiché, anche se un po’ a fatica, queste culture bruciano ancora tra le strade della città, ho voluto fare un ritratto di ciò che oggi sono diventate e di ciò che del passato è rimasto».
Progetti futuri? Immagino avrai molte cose in ballo e per la testa.
«Le cose più imminenti sono sicuramente il libro e la mostra di (BO)yz N The Hood a cura di Chiara Pirra, che saranno presentati nel corso dell’edizione 2024 di Si Fest, il festival di Fotografia di Savignano sul Rubicone, in programma a settembre, che invito tutti i lettori a visitare (qui). A lungo termine c’è, altrettanto sicuramente, portare a termine il percorso di assistentato che ho iniziato all’interno di Cesura. Poi certo, ho in mente tanti altri progetti e storie da scattare e raccontare, ma questo è un capitolo ancora tutto da scrivere».
In copertina: Madball, Laboratorio Crash!, Bologna, 2017 (Photo credits: Tommaso Palmieri)
