C’è ancora l’urbanistica a Bologna?

Di chi sono gli spazi pubblici delle nostre città? La risposta più ovvia è “di tutti e tutte” oppure “di chi li usa”. Ma è davvero così?

di Gabriele Bollini, urbanista e valutatore ambientale


Ho letto su Cantiere Bologna l’articolo di Claudio Borgatti, Danilo Gruppi, Franco Nasi e Cesare Masetti (qui) che terminava così: «Un altro modello complessivo di città è progettabile e possibile. Noi su queste suggestioni e ipotesi vorremmo confrontarci, discutere, approfondire, agitarci e se possibile organizzarci. Se si deve sognare è meglio sognare in grande, a ridurre i sogni ci proveranno sicuramente altri (compatibilità, risorse, interessi di soggetti sociali non sempre limpidi)».

Credo necessario ripartire da qui per parlare di urbanistica – incrociandola con “la primavera dell’urbanistica bolognese” – e dalla presentazione in questi ultimi mesi di una serie di progetti “in cantiere” per la Bologna del presente e del futuro prossimo, per cercare di capire se si può ancora parlare di urbanistica pubblica e non piuttosto di collazione di progetti preconfezionati da altri e “fatti propri” dal Comune di Bologna, abdicando in tal modo alla sua funzione di governo pubblico della città (urbs) e delle sue trasformazioni nel rispetto dei bisogni e delle esigenze della civitas.

ll Comune di Bologna ha inaugurato l’11 marzo un ciclo di appuntamenti dedicato agli sviluppi urbanistici della città: la tramvia, il passante autostradale, i progetti finanziati dal Pnrr (Scuole Besta&C. più edilizia sociale e studentati), gli 11 ettari dell’ex scalo ferroviario del Ravone, la valorizzazione dell’area di Prati di Caprara (di cui all’articolo citato). E ultimo ma non ultimo il nuovo progetto urbanistico che trasformerà nei prossimi anni Parco Nord, Fiera e via Stalingrado. Mentre via Stalingrado si trasformerà in un grande boulevard alberato in stile europeo, e la superficie di parco Nord raddoppierà passando da 25 a 50 ettari, sarà realizzato anche un vero e proprio lido. Si tratta di 14mila metri quadrati di nuove aree balneabili sull’acqua e di 500 metri per un nuovo waterfront urbano, cioè una passerella su cui poter passeggiare o fermarsi per guardare il lago. Verranno costruite anche una piscina olimpionica e una vasca da surf. Ci saranno poi i giochi d’acqua e persino un palco nella parte finale di un molo galleggiante.

Una vera e propria rivoluzione urbanistica, insomma, quella che il Comune ha deciso, su proposta della Fiera e in accordo con Università e Regione, per l’intero quadrante nord della città, ribattezzato Distretto Tek, legato allo sviluppo del Tecnopolo e della Fiera. Una maxi-operazione che oltre alla riqualificazione del Parco Nord vedrà anche rinnovata l’Arena Joe Strummer da 25mila posti e l’inserimento di una zona sportiva. Per non parlare del progetto di Energy Park creato da Hera, un impianto agrivoltaico di 1.500 ettari.

Viene da chiedersi se per tutto ciò possiamo ancora parlare di pianificazione urbanistica (se siamo ancora nell’alveo dell’urbanistica pubblica) e di rapporto con l’apparato strumentale dell’amministrazione comunale. Il nuovo strumento urbanistico di progettazione delle trasformazioni della città (Piano Urbanistico Generale) è stato approvato dal Consiglio Comunale ed è entrato in vigore il 29 settembre 2021. Ma a due anni di distanza, il Comune di Bologna ha presentato una variante che, nella cornice degli obiettivi strategici già individuati dal Piano, intende introdurre nuove misure per rendere più efficaci le risposte a temi emersi in quest’ultimo periodo come prioritari, «alla luce delle grandi sfide del nostro presente a cui la città vuole dare risposta: la sostenibilità, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza del territorio e la tutela del paesaggio verso la neutralità climatica l’abitabilità, per rendere disponibili nuovi spazi, come gli spazi in disuso, nuove abitazioni accessibili per studenti, giovani coppie, lavoratori e ricercatori internazionali la conoscenza, affinché diventi sempre di più il motore della crescita economica, sociale, demografica della città il governo del territorio, per favorire gli investimenti e la rigenerazione urbana prendendosi cura delle comunità».

Sfide delle quali non si era tenuto conto due anni fa? Ma qualcosa è cambiato in questi due anni? Sì perché il Comune di Bologna ha raccolto la sfida della decarbonizzazione e della Net Zero con la Città 30 e l’ingresso nel novero delle 100 città europee carbon neutral al 2030.

Sarah Gainsforth nel suo ultimo libro “Abitare stanca. La casa: un racconto politico” (Effequ, 2023) riporta alcune definizioni “storiche” di urbanistica di alcuni personaggi che hanno fatto la storia della disciplina in Italia: Giancarlo Storto, ex dirigente e direttore generale al Ministero dei Lavori Pubblici; Vezio De Lucia, urbanista, anch’egli ex direttore generale dei Lavori Pubblici; e Marisa Rodano dell’Udi:

«Decenni fa si pensava che attraverso l’urbanistica si potesse migliorare la città; l’urbanistica era vista come un bagaglio di conoscenze e di norme in grado di migliorare la qualità della vita. Questo è un fatto fondamentale: l’urbanistica non ha altro motivo di esistere».

«Negli anni Settanta nei comitati di quartiere si ragionava di urbanistica: si sapeva che se cambiava un indice cambiava la qualità della vita. Si ragionava di spazio pubblico, di quartieri, di attrezzature, come di un diritto».

«L’urbanistica non è sempre stata materia puramente tecnica, appannaggio di esperti maschi. È stata invece al centro delle lotte popolari e uno strumento di emancipazione di vaste porzioni di popolazione. In particolare quella femminile, che sin dagli anni Cinquanta lottava per l’istituzione di servizi sociali».

In altre parole era il governo pubblico del territorio a favore della comunità.

Di fronte a una scelta che non si condivide mi è stato insegnato (sono un urbanista che ha scelto di lavorare per la pubblica amministrazione) che un amministratore è tenuto a dimostrare di aver fatto di tutto per evitarla. Diversamente, rischia di screditare il proprio ruolo relegandosi a burocrate e rinunciando a perseguire l’interesse della propria comunità. Purtroppo vedo (e ho visto) tante amministrazioni che non solo non si sono opposte a certe scelte, ma le hanno promosse. Da tecnico che vuole bene alla città e al territorio tutto questo mi intristisce: dispiace assistere ad amministratori che rinunciano ad assumere un ruolo attivo nel governare il Comune (addossando, a volte, responsabilità ad altri amministratori precedenti).

In passato i Comuni rispondevano alle mutate condizioni ed esigenze del territorio e della propria comunità garantendo un adeguamento della propria strumentazione urbanistica, che aveva all’incirca cadenza decennale. Anche grazie a questo impegno è stato possibile scongiurare alcuni scempi sul territorio. Questo ha fatto sì che la storia dei Piani di questa regione non trovi molte analogie nel panorama urbanistico nazionale. Non era solo il rispetto di un’usanza, quanto la volontà di alimentare la fiducia negli strumenti di pianificazione che le nostre comunità hanno dimostrato per oltre trent’anni: un’idea del Piano quale riferimento fondamentale per il governo del territorio, in uno scenario sempre adeguato grazie alla regolarità con cui lo strumento urbanistico generale si aggiornava rispetto alle mutate condizioni territoriali, ambientali, sociali ed economiche, che ha consentito di rispondere alla domanda di flessibilità del Piano con la continuità del processo di pianificazione.

Il Piano Urbanistico Generale, il nuovo strumento urbanistico introdotto dalla L.r. 24/2017 (quella del cosiddetto consumo di suolo zero!), in alcuni casi in questa regione è stato assunto dalle Giunte comunali solo quattro anni dopo l’entrata in vigore della Legge e dopo la scadenza per la presentazione dei Piani attuativi della vecchia pianificazione! Quindi, l’assunzione del Pug avrebbe consentito di anticipare la scadenza per la presentazione dei Piani attuativi della pianificazione pregressa e, se si fosse proceduto con maggior celerità, si sarebbero potuti evitare alcuni di quei Piani attuativi per i quali oggi qualcuno protesta e qualcun altro si appella alla pianificazione previgente.

Da qui la necessità di affrontare il tema dell’abitare con una lente urbanistica, principalmente per tre motivi:

– Le città sono sempre di più il luogo delle disuguaglianze, e per affrontarle collettivamente c’è bisogno di costruire un dibattito diffuso (mettendo in circolazione presso pubblici più ampi le riflessioni critiche elaborate in discipline diverse).

– Per la serie di shock urbani iniziati con l’arrivo della pandemia: dall’inizio del 2020 si sono succeduti i lockdown, le ondate e le varianti; una crisi economica sempre più incalzante; le evidenze di un riscaldamento globale ormai impossibile da ignorare; una crisi energetica che porta echi di guerra. Tutto quello che è successo ha costruito un’enorme distanza dentro le città che abitiamo, che ne siamo coscienti o meno. È necessario interrogarsi su come costruiamo il senso del mondo a partire dalle interazioni quotidiane negli spazi urbani, e su come gli ultimi anni abbiano travolto le certezze di tutti, mettendo in discussione i gesti quotidiani, le relazioni, le abitazioni e gli spazi pubblici.

– C’è un sacco di lavoro da fare per costruire nuovi legami di senso tra le persone e le città. Attivisti, artisti, operatori culturali, sono i protagonisti di un patrimonio vivo, diffuso e capillare che si interroga sulle grammatiche del collettivo e sui nostri futuri possibili: ponendo domande radicali; sperimentando immaginari e rituali; trasformando le istituzioni e inventandone di nuove. È necessario farli conoscere anche ai non addetti ai lavori, mostrando come le esperienze culturali di prossimità non siano eccezioni ma facciano – al contrario – parte di una traiettoria importante, con una storia e un futuro. Ma è altrettanto necessario costruire dei riferimenti per aiutare nella riflessione chi porta avanti queste pratiche nelle città, ogni giorno.

«Abitare il vortice», in questo senso, vuol dire innanzitutto imparare ad abitare la città attraverso i simboli e le relazioni che nascono nella cultura di prossimità. Perché in questi tempi strani siamo travolti da accelerazioni, cambi di traiettorie e spostamenti di prospettiva continui. È sempre più difficile costruire una presa condivisa sulla realtà, e le turbolenze non sono certo destinate a quietarsi. Quello che possiamo fare è «imparare a essere leggeri nel cercare la profondità – o profondi nel cercare la leggerezza – fluttuando tra gorghi e mulinelli di senso, intessendo nuove alleanze, tracciando e mantenendo comunque la rotta» (Bertram Niessen, “Abitare il vortice”, Utet, 2023).

L’obiettivo è quindi «costruire nuovi legami di senso» tra fatti distinti ma determinanti nella produzione dello spazio urbano contemporaneo, per ripoliticizzare il modo di guardare a questi fatti e alla città. Il passaggio cruciale (a mio avviso il punto di partenza di qualsiasi studio urbano effettivamente “critico”) è smettere di guardare alle forme che il territorio assume per concentrarsi sui processi che tali forme producono, ma leggendoli a partire da queste stesse forme.

È inevitabile che, in questo, il tema della gentrificazione diventi cruciale e oggi occupi quasi tutta la scena. Il punto, come ci ha insegnato la geografia radicale, non è tanto la gentrificazione come fatto in sé, o quello che succede in ciascuno delle miriadi di luoghi dove essa si produce, ma quanto essa rimandi a interrogativi più ampi che sono solo oggi finalmente divenuti centrali, pur restando in larga parte irrisolti: Come si produce “valore” nella città e nell’economia prettamente urbana contemporanea? Chi lo produce, e chi se ne appropria? Se vogliamo, più in generale, di chi è la città?

Di chi sono gli spazi pubblici delle nostre città? La risposta più ovvia è “di tutti e tutte” oppure “di chi li usa”. Ma è davvero così?


3 pensieri riguardo “C’è ancora l’urbanistica a Bologna?

  1. Mi permetto una piccola riflessione rivolta a tutti gli uomini e donna di BUONA VOLONTA’: (A proposito di urbanistica)
    Avranno capito il PD, Lepore ;e tutti gli assessori che usare i parchi per costruivi sopra scuole (v caso besta) asili (v.caso giardino acerbi) ,supermercati (v es via Decumana) musei (v. progetto museo dei bambini) e’ un ABOMINIO??? QUESTA SAREBBE LA CHIAVE DI TUTTO IL DISCORSO, CAPITO QUESTO TUTTO SI RISOLVEREBBE. uN parco non e’ come prendere un qualunque terreno incolto, o area dismessa, o capannone industriale abbandonato, questi , con gli opportuni accorgimenti ,se non portatori di ulteriore inquinamneto o disagio ai residenti, potrebbero anche essere usati x fini di “pubblica utilita”; un parco NO non e’ la stessa cosa , un Parco e’ un polmone di verde, di ossigeno, UNA RISERVA DI BIODIVERSITA’ : togliendo questo, togli anche la salute delle persone. E’ cosi’ difficile da capire???

    1. Mi pare che il problema venga posto in maniera un pelino più complessa. Ma se vogliamo buttarla invece in caciara, possiamo anche dire “basta scuole, asili compresi”, ma la società ne ha bisogno e sono un investimento, la progettazione degli spazi urbani è necessaria, non si può risolvere tutto con un no.

      1. Per la verità nessuno del Comitato l’ha mai messa in caciara ma hanno argomentato in questi mesi su come possa essere molto discutibile non rigenerare/riqualificare edifici esistenti (non cadenti) e costruire nuove scuole negli stessi parchi in cui sono localizzate le scuole a Bologna, dovendo abbattere in tal modo alberi maturi di 30-40 anni (e in alcuni casi anche di più) nel pieno della loro funzione di adsorbimento della CO2 e altri inquinanti nell’aria, a fronte di una promessa di piantarne ben di più di quelli abbattuti, che però saranno in grado di svolgere appieno la loro funzione di cattura e filtro di gas climalteranti e inquinanti fra altrettanti 30-40. Tutto ciò in una città che accettato la sfida europea di raggiungere la neutralità climatica (carbonica) al 2030 invece che al 2050: cosa già difficile ma che sicuramente con meno alberi sarà ben più difficile da farsi.
        Questa è la sostanza della vicenda Scuole Besta e delle altre scuole bolognesi per le quali l’amministrazione comunale ha fatto questa scelta folle, facilitata dalla disponibilità dei soldi del PNRR cioè dell’Europa.

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