Il film di Paolo Fiore Angelini sarà proiettato il 23 aprile al cinema di via Marconi alle ore 21. È stato prodotto da ABC Arte Bologna Cultura, Avocado pictures, Icaro like-us, Oblivion Production, produttori associati Katia Gruppioni, Renzo Kerkoc
di Tommaso Paris, giornalista, tra i fondatori di ArteSettima
La sonda Pioneer 11, inviata molti anni or sono oltre i confini del sistema solare, inaspettatamente fa ritorno sul pianeta Terra. Custodisce un’incisione dorata, un messaggio in bottiglia, un’ombra platonica, un monolite kubrickiano o, per dir si voglia, una storia che racconta l’umanità a sconosciuti abitanti di altri mondi.
Al teatro dell’opera va in scena il Rigoletto di Giuseppe Verdi, il giullare si beffa dei cortigiani e il Duca corteggia una bella sconosciuta. Prima, durante e dopo, in scena e dietro le quinte, dei bambini giocano con le ombre all’interno degli ingranaggi del vecchio teatro, testimoni puri del tempo dello spirito e dello spirito del tempo. Sono le ombre della rappresentazione, che dalla caverna platonica alla sala cinematografica raccontano frammenti di umanità, di quella stessa umanità che, eternamente in divenire ed eternamente in essere, con risposte diverse alle medesime domande, muove il mondo.
Inizia il primo atto, un corso d’acqua prende e dà vita, sboccia la primavera, uno sguardo vergine si apre e si chiude al mondo, si spengono le luci, va in scena lo spettacolo e prende vita un sogno collettivo.
In Opera Mundi tutto si fa opera e tutto si fa mondo. Il Rigoletto si appropria del Coro delle voci bianche, anima eterna del teatro, interpretando pezzi tratti da Macbeth, Nabucco, Il trionfo di Clelia, Parsifal, Cavalleria Rusticana e Giovanna D’Arco. Un unico grande fiume collega le grandi capitali europee che, fondendosi, divengono «un’unica grande città immaginaria e immaginifica». Tutti i tempi e tutti gli spazi, dall’universo extraterrestre alla natura incontaminata, dalle città abitate da animali alle isole spazzatura, divengono palcoscenico del medesimo teatro di vita, osservato da una pluralità prospettica di sguardi di generazioni, generi ed etnie diverse che divengono un tutt’uno, afflitte dalle medesime ancestrali domande.
«Il palcoscenico si dilata fino ad abbracciare il mondo contemporaneo, in una riflessione che percorre il tempo dello spirito, il divino, la follia. La città stessa diviene una composizione di tanti luoghi che abbiamo visitato, un luogo dell’anima e della memoria. E proprio questo gioco dei rimandi tra il teatro e la realtà ci apre ad una rivelazione: un’Opera ottocentesca ci parla ancora, ci parla di noi». (Paolo Fiore Angelini)
Opera Mundi, ispirandosi alla messa in scena del Rigoletto di Verdi, narra la vita del teatro al di là del palcoscenico, intrecciando le strade di chi il teatro lo fa e di chi il teatro lo frequenta, mostrando «un teatro immerso nella realtà e di una realtà raccontata dal teatro. Quattro Atti e quattro Movimenti del teatro rispondono alla ciclicità delle quattro stagioni e dei quattro elementi dell’esistenza, in un eterno ritorno osmotico in cui si confonde l’inizio con la fine.
Opera Mundi è un film che tende al puro, che non si fa soggiogare dalla parola dialogica, identificante e coercitiva, ma che danza sulle note di un canto originario e immortale. E così l’immagine visiva, non soggetta alla grammatica della narrazione finzionale e, al tempo stesso, nemmeno alle logiche del documentario, galleggia sul confine di una superficie profonda, al di là di realtà e illusione, smarrendosi e ritrovandosi nei meandri della rappresentazione.
Un sentiero ininterrotto lega le pitture rupestri, la Grecia antica, il cinema, la contemporaneità e il futuro. E se la storia non è altro che una continuità ideale eternamente infranta da discontinuità reali, la rappresentazione si fa portavoce più sincero e autentico dell’umanità e della sua frammentazione. Le ombre ci parlano, le maschere ci ascoltano e le immagini ci sussurrano.
Proprio la rappresentazione – illusione consapevole di sé stessa, e dunque più sincera della verità stessa – si svela capace di disvelare il reale. Ed è così che, con Nietzsche, «il mondo vero finì per diventare favola» e, contro Nietzsche, è così che «la favola finì per diventare mondo vero».
Verso la fine di Opera Mundi, infatti, dopo aver pensato di essere usciti dalla caverna, ci ritroviamo in un’altra, quella del teatro, quella del Teatro Comunale di Bologna dove tutto è iniziato, nella quale non si pone più la distinzione tra reale e illusorio. Siamo al quarto e ultimo atto, emerge una dimensione spirituale e salvifica, in cui alla follia si eguaglia la visione.
