Obiezione di coscienza e dirigenza sanitaria sono compatibili?

Secondo l’ultimo rapporto Ivg, la percentuale di obiettori nelle aziende sanitarie regionali oscilla dal 68% di Parma al 22% di Modena, con Bologna al 29%. Ma qual è la proporzione giusta per garantire l’accesso a un diritto sancito per legge? E cosa succede se a essere obiettori sono dirigenti e primari?

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


La Regione Emilia-Romagna ha avviato negli ultimi anni un importante percorso per facilitare l’accesso delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza, permettendo la somministrazione della pillola RU484 anche nei consultori.

Secondo l’ultimo rapporto Ivg del 2022 (pubblicato a gennaio 2024, qui), gli aborti sono in calo rispetto al periodo pre-Covid (diminuzione dell’8,7% nel 2022 rispetto al 2019). Nonostante l’attenzione rivolta ai consultori, è ancora centrale il ruolo degli ospedali: se cresce l’aborto effettuato in ambulatorio – percorso avviato nel 2022 – le donne continuano a effettuare questa procedura per lo più in day hospital.

A questi dati fa purtroppo da contraltare una strumentalizzazione del tema da parte della politica. Fortunatamente, il via libera del Senato alla presenza delle associazioni pro-vita nei consultori ha visto la forte opposizione delle Regioni amministrate dal centrosinistra (qui) e portato a movimentazioni da parte delle associazioni transfemministe. Ma se sul piano politico il campo della tutela dei diritti sembra, nonostante tutto, ancora ben presidiato, il mondo ospedaliero – nodo fondamentale della salute sessuale e riproduttiva delle donne – sta forse perdendo l’attenzione che, invece, è sempre più necessario mantenere viva.

Sempre nel report 2022, in appendice, viene mostrata la percentuale di medici obiettori nelle Aziende sanitarie: i risultati sono variabili, oscillando dal 68% di Parma al 22% di Modena, mentre a Bologna si attestano al 29%. E qui un paio di domande sorgono spontanee. Perché se è comprensibile – e forse nemmeno auspicabile – che non esistano elenchi pubblici con nomi e cognomi degli obiettori presenti nei singoli presidi, resta il problema di capire quale sia la proporzione giusta per non rischiare di compromettere la procedura e le liste l’attesa. E soprattutto, cosa accade se gli obiettori sono primari e dirigenti medici?

Non esiste una normativa in merito, né una disposizione che ponga dei paletti nei confronti dei professionisti al vertice; dinamiche poco monitorate e monitorabili rischiano di guidare le scelte dei professionisti delle équipe in merito all’obiezione di coscienza. Il pericolo, nemmeno troppo velato, è che questi agiscano in base alle pressioni dei direttori per potersi garantire una rete, un lavoro stimolante e un’adeguata progressione di carriera.

Possiamo pensare che, per esempio, unə primariə di un reparto di Ginecologia possa essere unə obiettorə di coscienza? Come si concilia con la necessità di effettuare le procedure di interruzione di gravidanza sotto l’egida della sua direzione? L’accesso all’aborto e la prevenzione della violenza ostetrica meritano una selezione fondata sull’etica clinica e professionale. Almeno su quest’ultimo punto, non dovrebbero esserci tentennamenti.

Certo si tratta di interrogativi indubbiamente complessi, che muovono tematiche di tipo etico, o presunte tali: ma in un mondo ideale, in una regione che ama raccontarsi come progressista, per la politica sarebbe forse il caso di riflettere sulla necessità di stipulare un “patto” di tipo etico con le donne emiliano-romagnole orientandosi, al momento delle nomine e del conferimento di incarichi dirigenziali ospedalieri, verso profili che possano farsi garanti dell’accesso a un diritto sancito per legge, eppure oggi così in pericolo.

Photo credits: Repubblica Bologna


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