Aborto, un diritto ancora poco garantito

I dati sempre più alti degli obiettori di coscienza nelle strutture regionali – 71% al Sant’Orsola, 66,7% all’Ospedale di Cento, addirittura il 100% nella struttura ospedaliera di Guastalla – fanno pensare, perché delle due l’una: se è previsto per legge, un medico deve rispettare la norma. Senza tralasciare il fatto che non si dovrebbe fare politica nei nosocomi

di Barbara Beghelli, giornalista


Sulla 194/78 grande è la confusione sotto il cielo, ma le norme vanno rispettate e questo vale per tutte le venti regioni del Belpaese, nessuna esclusa. Anche se non piace, se non ci trova d’accordo, va rispettata. Questa vecchia legge della Repubblica Italiana regolamenta le modalità di accesso all’aborto, un tema che il 16 aprile è entrato ancora una volta nel dibattito parlamentare, a seguito della proposta di riforma costituzionale presentata dal Movimento 5 Stelle per riformare l’articolo 32, che sancisce il diritto alla tutela della salute di ogni cittadino e stabilisce che nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non è previsto dalla legge. La proposta prevede che, dopo il secondo comma, sia aggiunto il seguente: «È garantita la libertà di scelta della donna di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza. La legge garantisce l’effettività e l’accesso, in condizioni di eguaglianza, al diritto all’interruzione volontaria di gravidanza».

Ancora. L’aborto non è reato (cito testualmente la legge) «quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna: quando siano accertati processi patologici, tra cui rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, o che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della futura madre».

E la pillola abortiva? Deve essere richiesta al consultorio. Vengono consegnate alle donne senza prescrizione medica; per le maggiorenni questo avviene dal 2015 e per le minorenni dal 2020, ma a pagamento.

Tutto chiaro? Nossignore. Perché se è vero che questo tema è vecchio come la legge, in questo momento storico è tornato di grande attualità, generando caos e divisioni (politiche), soprattutto dopo l’accaduto alla Camera che, aimé, ha rischiato di incrinare leggermente, per usare un eufemismo, la compattezza della maggioranza.

Riassumo in breve: poco prima dell’approvazione del decreto Pnrr, viene esaminato un ordine del giorno del Pd che punta a tutelare il diritto all’interruzione di gravidanza nei consultori: la maggioranza lo respinge ma 18 deputati si astengono. Tra questi ci sono ben 15 leghisti e un eletto azzurro, Paolo Emilio Russo. L’istantanea del voto fa emergere come i dubbi sull’emendamento di Fratelli d’Italia al decreto Pnrr, che coinvolge nei consultori le realtà che sostengono la maternità (i “pro-life”, denunciano le opposizioni) si siano insinuati nella coalizione di governo. Giorgia Meloni, peraltro, ha specificato più volte che chi vuole cambiare la 194 è la sinistra: «Noi vogliamo solo garantire scelte libere».

Sarà. In ogni caso, sul delicato argomento e riferito al nostro territorio, giusto ieri ho appreso alcuni dati, perciò prendo spunto dall’articolo uscito sul Cantiere a firma di Pier Francesco Di Biase (qui) per ritornare su alcuni punti e porre delle riflessioni.

In Italia, secondo quanto previsto dalla Legge 194, si può richiedere nelle strutture sanitarie autorizzate l’intervento di interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Due anni fa sulla sua attuazione fu redatta una relazione dal Ministero della Salute: evidenziava gli alti numeri di obiettori di coscienza in Italia tra i ginecologi (67%), anestesisti (43,5%) e personale non medico (37,6%).

Cifre che, come rilevò la campagna #datibenecomune (2021), che raccoglie 262 organizzazioni della società civile italiana, sono espressi in valore aggregato assoluto e percentuale, non in formato aperto e disaggregato come invece la pubblica amministrazione dovrebbe garantire.

Situazione, peraltro, controversa e apertissima per via dell’elevato numero di obiettori anche nella nostra provincia/regione, che rischia di pregiudicare l’accesso a un’assistenza prevista per legge.

A conferma di questo quadro clinico della sanità pubblica, è stata pubblicata anche una mappatura a cura di un gruppo di Coordinamento di associazioni di donne da cui risulta che, nelle province di Bologna e Ferrara, gli ospedali con le più alte percentuali di ginecologi obiettori sono il Sant’Orsola (71%), e l’ospedale di Cento (66,7)%. Dati che fanno pensare, perché delle due l’una: se è previsto per legge, un medico deve rispettare la norma. Senza tralasciare il fatto che non si dovrebbe fare politica nei nosocomi.

Nella provincia di Modena i ginecologi obiettori erano il 60%, nell’ospedale degli Infermi di Faenza il 66,7%, mentre gli anestesisti obiettori raggiungevano il 76,92%. In provincia di Reggio la struttura ospedaliera di Guastalla aveva il 100% di ginecologi obiettori, mentre quella di Castelnuovo né Monti ha il 100% di anestesisti obiettori. Sono sicura che continueremo a parlarne, Meloni non Meloni. Punto. E a capo.


Un pensiero riguardo “Aborto, un diritto ancora poco garantito

  1. La farei semplice agli obiettori che giustamente hanno le loro idee gli toglierei il 20/30% dello stipendio per il fatto che non compiono pienamente il lavoro per cui sono pagati

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