Dal 6 al 27 giugno, la personale del fotografo bolognese in mostra nello spazio Officina del Dumbo di via Casarini 19
di Sara Papini, operatrice della comunicazione
Si sono aperte giovedì 6 giugno alle 18 le porte della mostra fotografica di Paolo Quartapelle, curata da Giuseppe Virelli, dal titolo “S/cavo“. La mostra, integramente incentrata sull’ultimo progetto del fotografo bolognese, è ospitata nello spazio Officina del Dumbo, in via C. Casarini 19.
La storia di Quartapelle è legata a doppio filo con quella dell’associazione ‘Il Campone’ di Bologna, nata dall’incontro e dalla collaborazione tra Paolo ed Elisabetta Graceffa. Il nome trae la sua ispirazione da un luogo fisico, un’area verde molto estesa all’interno dello spazio urbanizzato bolognese. Da sempre, questa realtà si propone di organizzare eventi d’arte unici in luoghi evocativi e dal forte impatto emotivo.
Come ha sottolineato il curatore Giuseppe Virelli: «La mia collaborazione prima con ‘Il Campone’ e poi con Paolo è nata quasi per caso. Ci siamo tutti conosciuti durante una mostra che organizzai tempo fa in occasione di Art City. Da lì sono nati molteplici incontri e scambi di idee. Nello stesso periodo ho scoperto quanto Paolo fosse anche un talentuoso fotografo e non solo uno dei dirigenti del ‘Campone’, e così abbiamo deciso di incoraggiarlo a mettere in mostra questa serie di fotografie».

Il progetto fotografico “S/cavo” nasce dalla volontà da parte dell’autore di sondare la realtà nascosta dietro le apparenze, di sollevare cioè il cosiddetto ‘velo di Maja’ sotto al quale si cela la realtà delle cose immanenti. Attraverso un paziente lavoro di osservazione, il cui scopo principale è quello di fare emergere sulla superficie della dura pietra le crepe nascoste dovute all’azione della natura o dell’uomo, l’obbiettivo fotografico rivela la dualità intrinseca della realtà.
Metaforicamente, si potrebbe parlare di una paziente e meditata operazione di mappatura di una sorta di lito-cicatrici le quali, appunto, assumono una doppia valenza: da una parte rappresentano il segno evidente di un ‘trauma’ dovuto a una azione violenta, ma dall’altra sono anche il risultato di un lento processo di riparazione e guarigione. Tali “ferite”, dunque, sono dei residui di memoria incisi nella pelle del mondo, i testimoni muti di un vissuto arcaico coagulatosi in segni precisi i quali, a loro volta, possono essere letti alla stregua di un originario alfabeto arcaico, ovvero di una scrittura primigenia amorfa in cui il significante e significato coincidono in un tutt’uno gnoseologico.

Detto altrimenti, continua Virelli, «questi segni, queste scritture “concrete”, sono come le linee della mano, le rughe del volto, le pieghe dell’epidermide attraverso le quali possiamo leggere i fondamenti di una storia condivisa e, allo stesso tempo, individuale».
La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 27 giugno 2024. Per ulteriori informazioni, è possibile consultare il sito web de ‘Il Campone’ (qui).
