La Grande Boucle parte dall’Italia e passa per Bologna il 30 giugno. Un trofeo per il primo italiano classificato nel nome del ciclista bolognese che vinse una tappa a Luchon il 21 luglio 1934. Era un ciclismo eroico fatto di fatiche sovrumane. I Veterani dello Sport e gli Azzurri d’Italia celebrano quella storica vittoria, lontana novant’anni
di Giuseppe Tassi, giornalista
Il Tour è una leggenda di grandi uomini e fatiche sovrumane. Centoventuno anni di storia, la maglia gialla come simbolo di una corsa ciclistica che è seconda, per popolarità, solo ai Mondiali di calcio e ai Giochi Olimpici. Tra pochi giorni, il 29 giugno, la Grande Boucle partirà, per la prima volta nella sua storia, dall’Italia. In passato era già successo che il Tour sconfinasse oltre le Alpi ma la Grand Depart è un’altra cosa. Mette i nostri territori, da Firenze a Rimini, da Cesenatico a Bologna, da Piacenza a Torino, al centro del mondo mediatico che gravita intorno alla corsa gialla.
Il forte valore simbolico di questo evento rilancia le immagini dei grandi vincitori italiani del Tour: Bottecchia, Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani, Nibali. Ma evoca anche altri eroi, meno celeberrimi eppure importanti perché hanno lasciato la loro traccia vincendo una tappa del Tour.
Fra questi gli appassionati cultori dei valori dello Sport (le associazioni benemerite Unvs e Anaoai, cioè Veterani e Azzurri d’Italia) hanno scelto un nome, quello di Adriano Vignoli, bolognese, vincitore, novant’anni fa, della sedicesima tappa del Tour de France 1934, che si concluse il 21 luglio a Luchon, uno dei toponimi entrati nella mitologia della corsa. Un trofeo, intitolato a Vignoli, sarà consegnato dai presidenti delle due associazioni, (Davide Gubellini e Stefano Zammartini) al primo italiano classificato nella tappa del 30 giugno, che si concluderà proprio a Bologna.
Ma chi era Vignoli e perché la sua storia merita attenzione? Adriano era figlio di un ciclismo glorioso, polveroso, massacrante, quello degli anni Trenta. Bici pesanti, tappe da 400 chilometri con partenze a notte fonda, tubolari avvolti sulle spalle per provvedere in fretta in caso di foratura.
Vignoli, nato nel dicembre del 1907 nel comune di Pradure e Sasso (che solo nel 1935 venne denominato Sasso Marconi, in onore del grande inventore italiano) faceva il muratore. Era frequente, a quei tempi, che le qualità ciclistiche si rivelassero per caso, in una volata fra amici o grazie a un messaggio recapitato a tempo di record, guidando il velocipede. Fatto sta che il buon Adriano scoprì la sua vera vocazione solo nel 1931, all’età di 24 anni.
Non era un campione ma un ciclista eccellente, abbonato a piazzamenti di prestigio nelle classiche e nelle gare più importanti. Scalatore di notevoli qualità, dava il meglio di sé quando la strada cominciava a inerpicarsi sulle rampe di un monte. Onesto e leale con i suoi capitani, fu conteso come gregario di lusso dai campioni dell’epoca: Learco Guerra, la “locomotiva umana”, e Alfredo Binda, vincitore di ben cinque Giri d’Italia.
Scoperta la sua vera anima, Vignoli diventa professionista nel 1933 dopo aver corso, da dilettante, con la maglia della Velo sport Reno Bologna, la società che ritroverà molti anni dopo al momento del suo crepuscolo atletico. La sua stagione d’oro è proprio nel 1934 quando si iscrive al Giro d’Italia da “isolato”, non potendo contare su una squadra. Ma il bolognese non si perde d’animo e si prende anche il lusso di vincere la tappa Napoli-Bari, arrivando solitario al traguardo dopo una fuga di 160 chilometri con 11 minuti di vantaggio sul secondo. Il debuttante finisce il Giro, vinto da Learco Guerra, con l’ottavo posto in classifica.
Un’ottima premessa per l’imminente Tour che prevede la partecipazione di squadre nazionali. Vignoli si merita la convocazione e dopo una serie di piazzamenti importanti trova anche la vittoria. Lo fa alla sua maniera, scappando in salita, nonostante sia reduce da una caduta che gli ha procurato una ferita all’avambraccio sinistro. Adriano doma anche una crisi intestinale e si appella alla forza di volontà per chiudere primo sul traguardo di Luchon , sui Pirenei. È il 21 luglio 1934 e il bolognese entra nel nobile elenco dei vincitori di una tappa del Tour.
La carriera continua al servizio di grandi squadre, come Legnano e Bianchi, scavalca l’atroce parentesi della guerra e si chiude con Vignoli ormai quarantenne che appende la bicicletta al chiodo. Ma resta fedele al suo mondo fatto di ruote e pedali, dedicandosi all’officina di biciclette aperta a Casalecchio di Reno già dal 1935. Morto a 89 anni, nel 1996, Adriano rivive oggi nel mito di quella grande vittoria, dei sette tra Giri d’Italia e Tour corsi. Tutti con l’anima appassionata che fa grande il ciclismo e i suoi attori.
