Per il pubblico bolognese degli anni ‘70 Guccini era una presenza familiare. Lo incrociavi per strada, alla Feltrinelli, da Vito a giocare a tarocchi, dal Moretto quando si chiamava Gandolfi, oppure a pranzo al Tinello. Non c’era una distanza. È stata pertanto un’esperienza curiosa assistere il 17 giugno alla proiezione in piazza Maggiore del film del leggendario concerto di Francesco tenuto nella stessa piazza quarant’anni fa
di Ugo Berti Arnoaldi, Fondazione Biblioteca del Mulino
Per un gioco del caso, riemerge dai cassetti un’agendina dove nei miei quattordici ebbi l’abitudine di elencare i film, gli spettacoli e i concerti a cui assistevo. Al 31 ottobre 1970 trovo scritto: «Francesco Guccini, Osteria delle Dame»; e la settimana successiva, 7 novembre, lui un’altra volta, insieme a Piazza Marino, «il poeta contadino» che per decenni aveva portato le sue zirudelle nei mercati e nelle fiere d’Emilia. Forse due anni dopo (non tenevo più elenchi) sempre alle Dame registrai un concerto intero di Francesco; dico concerto ma era un one man show di canzoni e intrattenimento, battute e bevute come un’autentica schitarrata fra amici in osteria; la cassetta purtroppo è andata perduta.
Per quel pubblico bolognese Guccini era e sarebbe rimasto, come si dice, uno di noi. Lo incrociavi per strada, alla Feltrinelli, da Vito a giocare a tarocchi, dal Moretto quando si chiamava Gandolfi, oppure a pranzo al Tinello. Non c’era una distanza. Tant’è che si faticava a rendersi conto che fosse conosciuto anche fuori. Capitò anche a me di stupirmi, quando nell’estate del 1977 con amici incrociammo una sera ad Aritzo, nel cuore della Sardegna, dei ragazzi locali che suonavano e cantavano Guccini: ma come, anche qui sono arrivate le sue canzoni?
Neppure le sue canzoni avevano una distanza, non solo per il «colore locale» delle osterie di fuoriporta, ma per i testi così ben pensati e scritti, esenti dall’enigmistica dylaniana in cui «non c’è niente da capire», storie con un capo e una coda, con metro e rime, con riferimenti che potevamo riconoscere nelle nostre letture fatte sopra o sotto il banco, da Folgore di San Gimignano a Gozzano, da Allen Ginsberg a J.D. Salinger. E per la loro autobiografia sentimentale, dai languori amorosi di “Venerdì santo” alle frane malinconiche del tempo che passa, da “Un altro giorno è andato” a “Eskimo”.
Il mio rimpianto amico Edmondo Berselli, che era un conoscitore raffinato della musica pop italiana, nutriva però una marcata insofferenza per i cantautori; punture ne aveva anche per Francesco che, scriveva, con il suo «eccesso di cultura», era «il Carducci dei cantautori». Ebbe però modo di correggere il tiro e fare ammenda, e l’occasione furono probabilmente le “Cròniche Epafániche”, in cui Guccini gli apparve come «un Meneghello minore ma tutt’altro che indegno di stare al paragone».
I libri chiarivano retrospettivamente che Francesco era essenzialmente uno scrittore anche nelle canzoni dove, lato musica, forse di suo non sarebbe andato oltre la schitarrata, sia pure impreziosita dal fingerpicking di Deborah Kooperman o dalle fioriture di Flaco, evitando certi arrangiamenti improbabili che gli sono toccati. Nei tre libri autobiografici, nemmeno lì c’era una distanza: Pavana, Modena, Bologna erano pur sempre casa nostra, e nostre le storie, le strade, i paesaggi, le parole stesse.
È stata pertanto un’esperienza curiosa assistere il 17 giugno alla proiezione in piazza Maggiore del film del leggendario concerto di Francesco tenuto nella stessa piazza quarant’anni fa. Già faceva effetto la duplicazione del pubblico, i centomila e più sullo schermo e le molte migliaia presenti che cantavano e si agitavano a tempo. Ma contava soprattutto la presenza di Guccini, che sul palco introduceva con i suoi ricordi la proiezione. Magari un po’ malandato, lento di movimenti, corto di fiato, eppure lui sempre: con la verve dell’animale da osteria, che si carica andando.
Attorno ho visto amici, vecchi come me, cantare a gola spiegata, a certificare che Guccini è ancora nostro. Un po’ gigione, un po’ poeta, per sempre compagno della nostra vita.
Photo credits: Gianni Schicchi
