Non pare proprio la fase storica per operazioni Guazzaloca style. Oggi a premiare sono la radicalità delle proposte e la chiarezza d’intenti. Perso per perso – e in Emilia-Romagna, lo dice la statistica, si può facilmente perdere – i Fratelli d’Italia potrebbero pure imporre un loro candidato alla coalizione di centrodestra, concedendosi altri cinque anni di lavoro per crescere sul territorio. A maggior ragione adesso che Salvini, da Bruxelles, manda a dire a Meloni «mò ce ripigliamm tutt chell ch’è o nuost»
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Che Bologna sia la città italiana del Cinema, ormai, lo danno tutti per assodato e a giusta ragione. Che la settima arte di tanto in tanto possa rifilare anche delle gran fregature, tuttavia, è una considerazione empirica altrettanto largamente condivisa.
Sebbene non se ne possa dare una valutazione impietosa quanto quella, fantozziana, de La Corazzata Potëmkin – stiamo pur sempre parlando del futuro politico di una delle regioni economicamente più rilevanti del pianeta – il copione di queste elezioni regionali è così dannatamente banale da fare quasi tenerezza. O perlomeno, un “già visto” che non scalda i cuori degli spettatori.
Riassumendo: la destra non ha (ancora) unə candidatə, la sinistra ha tre belle carte da giocare per ogni evenienza – “arrivano i fasci”, il giovane amministratore De Pascale, l’emergenza post alluvione – e i cattolici tentano come sempre lo sgambetto ai compagni, giocando a fare gli antisistema con una candidata semisconosciuta al grande pubblico, Elena Ugolini, appoggiata da pezzi di sistema in cui il corporativismo cattolico ha un certo peso: sanità, ex coop bianche e credito cooperativo.
Visti dall’ala – sinistra – del campo, direbbe Massimo Mauro, è facile per gli esponenti dem bollare, come ha fatto Matteo Lepore, la candidatura della dirigente scolastica come la «foglia di fico» delle destre. E tanto più se la suddetta foglia, per sembrare più accattivante, si rifugia sotto le insegne di quel termine ombrello tanto à la page quanto privo di contenuti che è il “civismo” (qui). Se tutto questo poi vi sembra familiare state tranquilli, non vi siete sbagliati. È l’ennesimo atto di una saga che vide nel suo primo capitolo un kolossal – interpretato magistralmente da Giorgio Guazzaloca – e nelle repliche successive una collezione di fallimenti, fino al ritiro di Giancarlo Tonelli e della sua “Bologna Civica” – ecco, appunto – prima ancora del debutto sul grande schermo.
Poiché non sono così schizzinoso come mi dipingono i bimbi del bar Cantiere, nonostante la pellicola 2024 abbia evidentemente tutti i crismi del b-movie vorrei fare uno sforzo e cercarvi dentro qualcosa di minimamente interessante, perlomeno da un punto di vista politologico.
La questione è che, in Emilia-Romagna e non solo, i cattolici sono sempre serviti ai fasci per stare nei giochi senza apparire troppo. Ma 25 anni sono un’era geologica non soltanto in politica, e se Ugolini non è Guazzaloca, nemmeno Fratelli d’Italia è l’Alleanza Nazionale che contribuì al ribaltone del ‘99. L’obiettivo di Fini e soci era, infatti, far uscire la destra sociale da quel “cordone sanitario” che le forze antifasciste le avevano costruito intorno, puntando sull’affidabilità e la moderazione. Il progetto meloniano, oggi, è invece quello di far tornare la destra in una posizione di egemonia culturale nel Paese. A tal punto che, come ha mirabilmente sottolineato Andrea Femia su queste pagine (qui), se ne fregano di non apparire quello che sono e anzi lo rivendicano con orgoglio. Visti i risultati elettorali, un comportamento certamente deprecabile ma niente affatto incomprensibile.
Ora, se i camerati sono questi, non è proprio la fase storica per operazioni Guazzaloca style. Oggi infatti a premiare sono la radicalità delle proposte e la chiarezza d’intenti, dall’una e dall’altra parte. Perso per perso – e in Emilia-Romagna, lo dice la statistica, si può facilmente perdere – i Fratelli d’Italia potrebbero pure imporre un loro candidato alla coalizione di centrodestra e concedersi altri cinque anni di lavoro per crescere sul territorio. A maggior ragione adesso che Salvini, da Bruxelles, manda a dire a Meloni «mò ce ripigliamm tutt chell ch’è o nuost».
Dunque meglio perdere, restando coerenti, che dare impressione di debolezza verso gli alleati. Così che se a vincere il dibattito interno, come fu con Battistini a Bologna, sarà invece la linea del camouflage di Salvini&co., non è da escludere nemmeno l’ipotesi remota che il centrodestra possa presentarsi diviso alle elezioni di novembre: una parte nascosta dietro la Croce e l’altra orgogliosamente identitaria.
Non a caso, forse fiutando l’aria da redde rationem, davanti alla candidatura di Ugolini pure la ministra forzista dell’Università Anna Maria Bernini, padrona di casa al G7 ospite al Tecnopolo, prende tempo. In fondo la casa dei “cattolici e moderati”, dal 1994, si chiama Forza Italia. Non serve una dépendance sulla via Emilia.
In copertina: Elena Ugolini (Photo credits: Ansa.it)

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