Un turismo sostenibile, please

Anche Bologna sta facendo i conti con l’overtourism. E paga un prezzo salato: ampie zone ridotte a mangificio e dormitorio, aumento del traffico e dell’inquinamento. Il trionfo di commercianti, ristoratori e proprietari di AirB&B rischia di sfigurare il volto della città. Ai politici il compito di contrastare quella che Eco chiamava la “carnevalizzazione”

di Achille Scalabrin, giornalista


Pochi decenni fa, a cavallo tra il ‘900 e questo secolo, il rientro a Bologna, provenendo da Roma, Milano, Venezia o Firenze, dava un senso di rilassatezza. Sfuggiti alle nuvole di turisti-cavallette che spadroneggiavano in quelle città, si ritrovava qui  un modus vivendi a misura d’uomo. Piazza Maggiore, il Quadrilatero, il Ghetto, il Pratello erano ‘paesi’ che uniti insieme formavano una città d’incanti. Il rientro si accompagnava però anche a una piccola punta – contraddittoria, va detto – di disappunto: com’è possibile che il Grand Tour moderno passi lontano da qui, ignori le Due Torri, San Petronio, San Luca, l’Archiginnasio, il Teatro anatomico, i Portici, i Musei, i Parchi, le bellezze di una città che nel Settecento era meta di avventurosi e colti viaggiatori provenienti da tutta Europa e che nel Novecento Guccini e Dalla hanno cantato con la poesia che le metropoli neppure si sognano?

Succedeva trenta/quarant’anni fa – sembra ieri, ma così non è purtroppo  –,  e nel frattempo anche la città-paesi ha aperto le porte ai turisti-cavallette. L’overtourism è tra noi, portato dai voli low cost, dalle grandi agenzie turistiche, dalla smania di viaggiare sempre e comunque, dalla frenesia affaristica. Certo, siamo ancora lontani dalle dimensioni che il fenomeno ha raggiunto nelle città citate così come in tantissime altre nel mondo. Ma i segnali di allarme ci sono tutti e tutti sono scattati. Soprattutto per la qualità del turismo e per l’idea di Bologna che questo esporterà poi in tutto il mondo.

Viene da pensarlo, per esempio, osservando le guide turistiche che fanno stazionare i loro clienti all’angolo tra via Pescherie Vecchie e vie Drapperie per ammirare l’insegna di un noto negozio che raffigura l’Emilia-Romagna con tutti i suoi prodotti gastronomici. Dalla piadina di Rimini al pecorino di Forlì, dalla mortadella di Bologna al parmigiano reggiano, dall’aceto balsamico di Modena al salame di Felino. Lì, intasando i vicoli, si tengono lunghe spiegazioni, come si trattasse del Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca.  Tappe obbligate anche davanti altre gastronomie, con relativi assaggi e acquisti. Nei tour sono previsti ovviamente anche i monumenti, ma è davanti alle prelibatezze della cucina emiliana che i turisti vengono indotti all’estasi.

Il mangificio predisposto soprattutto nel cuore della città per il turismo mordi e fuggi ha di certo rilanciato gli affari, ma altrettanto certamente ha abbassato la qualità della cucina bolognese (oltre che della vita). La fama corrisponde sempre meno alla realtà. Ma questo ovviamente i turisti non possono saperlo. Ad americani, inglesi, giapponesi, cinesi, neozelandesi si può far mangiare di tutto o quasi, illuderli che questo è ancora il tempio del mangiar bene. E intanto si cementa nelle loro menti l’idea che Bologna e Emilia siano il cuore dell’Italia mangereccia, quando invece basterebbe citare il flop di Fico per dimostrare che fortunatamente sono anche altro.

Nel frattempo il centro storico, ma non solo, è diventato un gran AirB&B, ingigantendo il problema casa per i residenti. Possiamo sommare il problema dello smaltimento dei rifiuti, del traffico e dell’inquinamento atmosferico e acustico provocato dall’overtourism (chiedere a chi abita nei pressi del Marconi, please). È ovvio che davanti  a un fenomeno  di dimensioni planetarie – basti pensare a cosa succede anche sull’Himalaya e sul monte Fuji –  una risposta alla Salvini (turisti a casa loro, così come immigrati a casa loro) non è pensabile. È previsto che a fine decennio il turismo sposterà due miliardi di persone, un abitante su quattro andrà a vedere com’è fatto il mondo. Anche se solo per il gusto di fare i selfie da mostrare agli amici al ritorno. Bisogna quindi fare i conti con la banalità della globalizzazione, con la “carnevalizzazione” del mondo, come diceva Umberto Eco, che questa città ha amato a lungo.

Governare il turismo è una delle grandi sfide del XXI secolo. C’è chi pone limiti agli accessi, chi impone ticket, chi disincentiva gli AirB&B, chi punta sul poco ma bello, che fa interagire il turista con gli abitanti del luogo perché è l’anima del luogo stesso che va scoperta (verrebbe da dire, gustata). Non tutte le formule funzionano, altre bisognerà trovarne per evitare che le intrusioni turistiche equivalgano a distruzioni di tessuti urbanistici, ambientali, sociali.

Cosa pensa di fare chi governa Bologna e l’Emilia? Dopo aver sancito per anni la deregulation, favorito gli appetiti delle categorie beneficiarie dell’overtourism, dai commercianti ai ristoratori, sapranno i politici trovare soluzioni adatte a far convivere la vita a misura d’uomo degli abitanti e il piacere del turismo sostenibile e intelligente?


Un pensiero riguardo “Un turismo sostenibile, please

  1. I tempi cambiano, le abitudini anche, la società si adegua e i commercianti fanno il loro mestiere che è quello di incassare il più possibile e massimizzare i guadagni. Nessuno scandalo: è così da sempre in tutto il mondo.
    Quel che dispiace è che l’amministrazione, per aiutare i commercianti a riprendersi dai danni della pandemia (cosa di cui ormai a distanza di tempo non avrebbero più bisogno) stia valorizzando il “Dio Danaro” a scapito della vivibilità del centro e dei suoi residenti.
    Vitalità si, invivibilita no grazie.

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