Il gioiello di Palazzo Pepoli di via Castiglione prima doveva essere rimosso, ora c’è un accordo tra Comune e Fondazione Carisbo per il comodato d’uso. Ma resta non chiarissimo il rapporto tra i due enti e Genus Bononiae. Quello che necessiterebbe è un progetto culturale che continua a non esserci
di Angelo Rambaldi, Bologna al Centro – “l’Officina delle idee”
Lette sui media le decisioni del Comune e della Fondazione della Cassa di Risparmio sul destino del Museo della Città, confesso che si è ben compreso il futuro dell’Istituzione: è un futuro senza un’idea precisa. Non siamo pochi ad averlo compreso tra chi, come me, è fuori dalle “dorate stanze” dove, legittimamente, si prendono le decisioni e le scelte di Governo della città.
Ricordo che in un primo tempo, sempre dalle “dorate stanze” era stata emessa per quel Museo una sentenza di rimozione, non si capì dove sarebbe dovuto finire.
Oggi, quindi, lo scenario sarebbe cambiato. Di certo, almeno così si legge, «la custodia del Museo e dell’edificio sarà affidata dal Comune a Bologna Welcome che provvederà all’apertura e alla promozione culturale e turistica del plesso». Queste decisioni sono però precedute da un passaggio dove si legge: «… nasce una fase collaborativa…». Nei fatti nasce un comitato con dentro Comune, Casa Saraceni (Fondazione Carisbo) e la sua società strutturale Genus Bononiae, che si occuperà di definire le linee guida dell’impostazione museale e della progettazione periodica di Palazzo Pepoli. Resta qualcosa di non chiarissimo: il rapporto fra Comune, Fondazione, Bologna Welcome, Genus Bononiae.
Quello poi che più mi preoccupa è un un passaggio finale in gergo “sinistrese stretto”: «…il Comodato di Palazzo Pepoli si inserisce in definitiva in una visione di comunità e di cultura inclusiva per il territorio e i cittadini». È mia convinzione che la “cultura” è “inclusiva” o non è cultura. Da tempo invece da Bologna, più precisamente da Palazzo d’Accursio, emana un’aria di “cultura programmata” al ritmo di “nella misura in cui…”.
Intanto, se una buona volta fosse noto chi è l’assessore alla Cultura – oggi è il sindaco, fino a poco tempo fa una sua delegata – la città tutta ne trarrebbe giovamento: abbiamo visto che la diarchia è scarsamente funzionale.
Quello che necessiterebbe, in definitiva, è un progetto culturale che però continua a non esserci.
Photo credits: Corriere di Bologna
