Strage Bologna: senza prove su altre piste è meglio tacere

Il diritto di critica alle sentenze della magistratura è sacrosanto se ci si limita a contestare, punto per punto, il pronunciamento di un giudice. Quando si attacca l’intero sistema giudiziario e lo si accusa di essere asservito agli interessi di un partito non è più critica, è qualcosa al limite dell’eversione. A sentire Mollicone e i suoi ispiratori le toghe di decine tra corti e tribunali avrebbero piegato il diritto, col placet della stampa, a favore di Pci ed eredi: una tesi senza ritegno

di Giampiero Moscato, direttore cB


Da aspirante giurista sono nato credendo allo slogan garantista «meglio cento colpevoli fuori che un innocente in galera», pur conscio che tanti colpevoli liberi fanno malissimo alle vittime del delitto e alla società. Ma una persona rinchiusa senza colpe è un obbrobrio.

Da potenziale giurista diventai aspirante giornalista seguendo, da aiutante ufficiale giudiziario (un turno di tre mesi nel 1981 mentre studiavo Legge) il processo per la strage dell’Italicus, quello per cui alla fine Mario Tuti, Luciano Franci e Piero Malentacchi vennero assolti in un mare di polemiche. Oggi i parenti delle vittime provano a far riaprire il caso.

Divenni cronista giudiziario prima alla “Gazzetta di Modena” e quindi, dal 1986, all’Ansa, per la quale mi sono occupato a lungo delle inchieste e dei processi per la strage alla stazione del 2 agosto 1980. Nel 2000 una diversa opportunità professionale mi fece liberare un peso della coscienza: amavo la “giudiziaria” ma non riuscivo a sopportare lo smarrimento che mi colpiva ogni qualvolta dovevo raccontare di condanne pesanti senza essere del tutto convinto che le prove a carico degli imputati fossero al di là di ogni ragionevole dubbio. Lo stesso capitava quando dovevo dettare un dispaccio dopo una sentenza che assolveva, magari con la formula del dubbio. Ma meglio un colpevole fuori che un innocente in galera, no?

Cambiai incarico, smettendo di frequentare quel palazzo di giustizia in cui ero entrato per la prima volta nel 1977. Non ho smesso di occuparmi, in altro ruolo giornalistico, dei fatti di sangue che hanno colpito la città, oltre alle bombe sui treni e alla stazione: Ustica, la Uno bianca, le nuove Br assassine di Marco Biagi.

Non sono vittima di ideologismo. So riconoscere una sentenza che fa acqua o, peggio, che puzza di politichese. So distinguere le partigianerie dalle critiche garantiste, che rispetto anche se riguardano pluriassassini e terroristi confessi come Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Non importa se hanno le mani che grondano di sangue. Se fossero davvero innocenti, come dicono, per la bomba di Bologna sarebbe un’ingiustizia orribile anche per due criminali di tale fatta. Se lo fossero…

Secondo una serie di corti che hanno seguito il caso, con la competenza che è direi ovvia in giudici che hanno studiato e lavorato sulle carte giudiziarie per una vita intera e giurato sulla Costituzione, questi due ex ragazzini dei Nar sono colpevoli, insieme ad altre persone che coinvolgono la P2 e agenti “deviati” dei servizi segreti, di una mole di attentati , compresa Bologna, che si sintetizzano in una parola: eversione.

Adoro il garantismo. È nobile. Però è a doppio taglio. Per difendere un innocente si deve tentare ogni strada legittima. Ma non si può fare tutto. È penoso, è calunnioso accusare miriadi di magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti segreti per bene, giornalisti, familiari delle vittime e anche partiti di essere così schifosamente ciechi o addirittura collusi al punto tale di lavorare non per cercare di fare giustizia: ma addirittura per consegnare alcune persone a una calunnia orrenda pur di assecondare un partito politico, ovvero il Pci e le sue diramazioni ereditarie.

Quale garantismo c’è in questa manovra che puzza di eversione (questa davvero sì) se arriva ad attaccare persino il Presidente della Repubblica che ha ricordato la divisione dei poteri? Se il deputato di FdI Federico Mollicone ha delle prove le porti davanti a un giudice – in democrazia funziona così – oppure taccia. Che a sputtanare un sistema che ha garantito pure a lui di andare in Parlamento non ci guadagna nessuno.

Le prove sistematiche del coinvolgimento di terroristi di credo fascista sono ampie anche sulla strage del 2 agosto ‘80. Cosa aspetta una destra che si rispetti a prendere le distanze da quel magma purulento in cui è cresciuta la strategia della tensione? Come si fa a sostenere seriamente che sia stato il Pci a inventarla, in un mondo in cui il fattore K bloccava Berlinguer sulla porta del governo proprio in quegli anni? Come si fa a non cogliere la differenza tra il Pci – che si faceva sparare dalle Br piuttosto che difenderle – e questa destra? Una destra che per salvare l’onore del fascismo nasconde la testa sotto la sabbia pur di non vedere i crimini che al suo interno sono stati compiuti e pretende di riscrivere la storia.

Manca solo che dica che le stragi se le è fatte la sinistra per incolpare i cultori della Fiamma tricolore. Ma per piacere. Un po’ di pudore. Un po’ di lealtà.


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