Da Dotta a solo Grassa: una giornalista bolognese racconta la città sulla testata americana. Insorge il sindaco Lepore: è un insulto, un danno all’immagine. Ma non è lo stesso ritratto, effetto dell’overtourism, già apparso su giornali locali e nazionali? Sì, ma è il pulpito che fa la differenza (per Palazzo d’Accursio)
di Achille Scalabrin, giornalista
Se avesse scritto quell’articolo per il Carlino o per Cantiere Bologna, non sarebbe successo nulla. E invece cosa ti combina Ilaria Maria Sala, giornalista bolognese di stanza a Hong Kong? Affida al New York Times il suo pensiero, che è poi quello di molti bolognesi: stanno trasformando Bologna in un mangificio, e così oscurano le vere bellezze.
Insomma, sempre meno Dotta e sempre più Grassa. È l’effetto dell’overtourism, yes. Ma sempre un brutto effetto rimane. A quel punto in sindaco Lepore parte lancia in resta contro «tale Maria Sala» comunicando al NYT la sua «più forte indignazione nei confronti di chi insulta la nostra città» con conseguente danno d’immagine. Non si ricordano reazioni così forti da parte del primo cittadino quando su testate locali o nazionali sono apparsi ragionamenti analoghi a quelli della giornalista. Insomma, la differenza questa volta l’ha fatta il pulpito non tanto la predica.
Il timore che oltreoceano l’articolo del NYT provochi un fuggi-fuggi di turisti americani deve aver avuto la meglio a Palazzo d’Accursio. È il caso di tranquillizzare. The Old Gray Lady – questo l’appellativo dato un tempo al giornale – colpita come tante testate americane da un forte calo delle vendite di copie cartacee, non sembra più in grado di ‘mordere’ come un tempo. “Ah, l’ha detto il NYT!”, è un’espressione che si addice ormai a provincialotti europei. Quindi è legittimo dubitare che basti l’articolo di Ilaria Maria Sala – che dall’Asia collabora anche con The Guardian, Hong Kong Free Press, Internazionale, Domani, Il Foglio e scrive libri sulla Cina – per rovinare l’immagine di una città che da tempo si è cucita addosso l’etichetta di Food City.
Cosa è stata l’ “Operazione Fico” se non un modo per suggellare la metamorfosi? Cosa è stato il post-Covid se non un insieme di input per legare ancora di più ristorazione e turismo, usandoli come un reciproco volano? Cosa è stato il turismo low cost se non un modo per far entrare Bologna nel circuito internazionale? Cosa sono le convenzioni tra agenzie di viaggio e locali se non un modo per amplificare questa tendenza mangereccia? E cos’è quindi l’overtourism se non (anche) l’effetto combinato di questa politica?
Non si tratta di buttare la croce sulla ristorazione, quanto piuttosto di inserirla in una visione di città in cui a prevalere non siano mortadella e tortellini. Il sindaco ha ragione quando afferma che Bologna è anche Università, Cineteca, monumenti. Ma la domanda è: come vengono ‘vendute’ queste eccellenze ai turisti mordi e fuggi? E perché per vedere belle e grandi mostre bisogna spostarsi a Roma, Firenze, Venezia, Milano, Padova, Torino, Rovigo? A chi è stata affidata la gestione del turismo culturale?
Nelle sue prime dichiarazioni dopo l’elezione, la sindaca di Firenze, Sara Funaro, ha manifestato l’intenzione di riunire i sindaci delle grandi città europee – da Barcellona a Parigi – per trovare una soluzione al degrado causato dall’overtourism. Quindi, viene da dire, il problema esiste. Anche per la nostra città. Come ha detto appunto una “tale Maria Sala”. Da un pulpito che non è il Cantiere (che peraltro di questo tema si è occupato), ma non per questo ha falsato la realtà.

L’articolo del NYT non dice cose false, semmai esaspera parte della verità, ma ha il merito di costringerci a pensare cosa fare di più per la vivibilità di Bologna. L’aumento del turismo (benvenuto) non può non esacerbare diversi aspetti dalla logistica alla microcriminalità, dai cantieri diffusi alla proposta culturale, dall’orgoglio multietnico alla bolognesità un po’ sbiadita. Vorrei meno taglieri e più lasagne (verdi vi prego), meno movida e più teatro, meno interventi a pioggia e più servizi, meno lassismo e più sicurezza. Food city? Dell’eccesso (?!?) di mortadella non mi preoccuperei, semmai spingerei sulla tutela di lasagne, tagliatelle e tortellini, della petroniana e della torta di riso. Il Bologna in Champions merita una città moderna che si interroghi a 360° sul futuro e magari dia qualche risposta della tradizione ( a proposito cosa pensare della scomparsa del fritto bolognese?)