Piazza Maggiore val bene una mostra

Uno spazio urbano e una affascinante narrazione in cui trovano posto Papi e Imperatori, San Petronio e Palazzo d’Accursio, fascismo e Liberazione, Dozza e Lercaro, Prodi e Guazzaloca. Senza dimenticare monumenti e opere d’arte, Minghetti e Carducci, Dalla e Guccini, Grillo e le Sardine. Tutti nel cuore della città. Aspettano soltanto di mostrarsi insieme

di Achille Scalabrin, giornalista


Le città si identificano molto spesso in una piazza, che può essere la più bella o rappresentativa, e quasi sempre quella che ha ospitato nei secoli gli eventi più significativi, punti fermi di quella trama fatta di storia, memoria e identità. Se Milano è Piazza del Duomo, se Venezia è Piazza San Marco, se – per fare qualche altro esempio – Siena è Piazza del Campo e Napoli è Piazza San Carlo, Bologna è ovviamente Piazza Maggiore (anche se scenograficamente la preferenza di molti va a Piazza Santo Stefano).

Lo spazio che conosciamo nel cuore della città cominciò a prendere forma nel XIII secolo con la costruzione del Palatium Vetus Communis Bononiae, il centro del potere politico. Ma è nel XV secolo che diventa Piazza Maggiore, e tale rimane per i bolognesi anche se gli eventi storici successivi la costringono a essere Piazza Vittorio Emanuele II o Piazza della Repubblica. Poi, finalmente, subito dopo la guerra torna all’antico nome.

È appunto in questo spazio, calcolato oggi in 6.900 metri quadrati, che è passata la storia identitaria della comunità ma spesso anche quella dell’Italia. Piazza Maggiore tiene insieme l’incoronazione in San Petronio di Carlo V a imperatore del Sacro Romano Impero nel 1530 e il Concilio di Trento trasferito nel 1547 sempre in San Petronio per qualche anno. E altrettato fa unendo il papa bolognese Gregorio XIII e l’imperatore francese Napoleone: la statua del primo che dal 1580 stava sulla facciata di Palazzo d’Accursio venne prontamente trasformata in quella di San Petronio per sottrarla alle furie iconoclaste del Còrso che, giunto in città agli inizi dell’800, aveva ordinato la distruzione di ogni insegna papale.

Piazza Maggiore è l’agorà di Dozza e di Lercaro, di Zangheri e di Dossetti. È il cuore di Bologna che si riempie per i funerali di Minghetti e Carducci come per quelli di Lucio Dalla, che viveva a distanza di uno…Sputo; è quello che accoglie la folla oceanica che acclama il Duce in una delle culle del fascismo così come nel dopoguerra farà con tutti i capi del comunismo, si chiamino Togliatti o Berlinguer. È la scenografia per i trionfi dell’Ulivo di Prodi, nato a poche decine di metri di distanza, così come per quello di Guazzaloca, l’uomo che fa crollare il Muro di Bologna, e poi di Cofferati, il pifferaio chiamato a restaurarlo. È il perimetro entro cui Cgil-Cisl-Uil hanno radunato per decenni le masse operaie in cerca di diritti e non solo di doveri, ma anche quello usato dal centrodestra berlusconiano per portare la sfida nel cuore del centrosinistra. È la piazza che ha tenuto a battesimo il populismo grillino che lì debuttò a suon di Vaffa, così come le Sardine, breve illusione di sinistra.

Ma Piazza Maggiore è molto altro, anche se è la pagina politica a rimanere a volte più impressa. Nella carrellata dei ricordi ci sono le decine di carri armati americani che entrati in città si piazzano sul crescentone bianco e rosa, c’è la folla che festeggia la ritrovata libertà, ci sono le centinaia di partigiani scesi dalle montagne. E nessuno poteva immaginare che di lì a poco tempo lo stesso spazio sarebbe diventato il parcheggio di centinaia di automobili, simbolo di un boom in chiaroscuro. Nè che per restituirlo ai pedoni sarebbe stato necessario attraversare tante polemiche. Poi, una volta ‘liberato’, eccolo diventare lo speakers corner nostrano in cui molti bolognesi – prima di trasformarsi in disillusi umarells  – discutevano animatamente su cosa fare sia per il traffico in tangenziale che per i missili Cruise. Vez erano il compagno Imbeni e il compagno Breznev, parigrado. E poi giù con i ricordi, anche quelli freschi freschi degli autonomi e degli indiani metropolitani che nel ‘77 del Novecento avevano assaltato Piazza Maggiore scambiandola per il Palazzo d’Inverno. Ma adesso era tutta un’altra musica, quella di Guccini per esempio, che nell’84 dello stesso Novecento l’aveva riempita come Berlinguer e forse anche di più. Già, quanti ce ne stanno? Dicono seimila solo sul crescentone, poi c’è il resto della piazza, poi si aggiungono gli scalini di San Petronio e i portici attorno, e allora dicasi 25mila. E pazienza se la Questura fa sempre dei gran tagli. Poi, quando anche la musica dopo la politica ha cominciato a battere la fiacca, ecco il cinema che si prende e riempie la piazza e ne parlano tutti, non solo a Bologna.

Questo, e molto altro, è Piazza Maggiore. Una grande e secolare narrazione – chi preferisce dica pure storytelling – racchiusa in uno spazio urbano, che si può fare con monumenti, quadri, opere d’arte, documenti, libri, video, canzoni,  foto, testimonianze. Se poi li metti tutti insieme, ecco una bellissima mostra che potrebbe affascinare anche i turisti. Si tratta soltanto di organizzarla.


Un pensiero riguardo “Piazza Maggiore val bene una mostra

  1. Il CantiereBologna, Pubblica interviste veramente molto belle ed interessanti. Questa di oggi del giornalista Scalabrin mi ha davvero incollata per leggere questo fazzoletto di pagina che fa la storia di Piazza Maggiore, manca solo secondo me, quando Carmelo Bene
    canta dalla torre di Bologna il brano della Divina commedia. Mettere tutto insieme e farne una mostra sarebbe davvero affascinante. Grazie mille

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