Sono molte le iniziative espositive previste per l’autunno che verrà a Bologna; una delle più attese è sicuramente la mostra che inaugurerà il prossimo 3 ottobre negli spazi espositivi di via San Felice 24 e rimarrà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2025
di Sara Cosimini, Storica dell’Arte
La grande retrospettiva si svilupperà in otto sale, nelle quali saranno esposte oltre 70 opere, tra dipinti, sculture e disegni. L’organizzazione della mostra verrà presa in carico da Pallavicini s.r.l. mentre WeAreBeside si occuperà della curatela e della direzione artistica, con la collaborazione di Sm.Art e con il patrocinio della Fondazione Augusto Agosto Tota per Antonio Ligabue, l’archivio che dal 1983 si occupa della tutela e della promozione dell’opera dell’artista. I testi e gli apparati critici saranno curati dalla storica e critica dell’arte Francesca Bogliolo.
Per comprendere l’arte di Antonio Ligabue, è necessario conoscere prima la persona che l’artista; com’è noto, la sua precaria salute mentale e le condizioni in cui ha vissuto, hanno lasciato una traccia importante su tutta la sua produzione. La sua turbolenta esistenza lo lega ad una madre scomparsa in circostanze assai sospette e il cognome con cui è passato alla storia è una deformazione (da lui stesso voluta) di quello del marito della madre, Bonfiglio Laccabue, l’uomo che lo legittima come figlio. Non è sicuramente segreto l’odio che il pittore nutre nei suoi confronti, dal momento che lo considera l’uxoricida della madre Elisabetta e dei tre fratelli, morti a seguito di un’intossicazione alimentare nel 1913.
Fin dai primi anni di vita, Ligabue non vive con la famiglia d’origine; quando ha solo 1 anno, viene dato in affidamento a una coppia originaria della Svizzera tedesca. Nonostante l’affetto che prova verso di loro, tanto da considerarli veri e propri genitori, i rapporti sono travagliati, sopratutto quello con Elise, la madre affidataria. L’infanzia di Ligabue è costellata da continui spostamenti dettati dalle condizioni economiche fortemente disagiate della coppia. A complicare questa situazione già di per sé tragica, ci sono le malattie del giovane artista, il rachitismo e il gozzo, che ne compromettono in modo permanente il sano sviluppo fisico e mentale. Durante i complicati anni di scuola, Ligabue si distingue fin da subito per la sua maestria nel disegno, per lui fonte ineguagliabile di sollievo e conforto.
Nel 1917 arriva la prima e violenta crisi nervosa, con conseguente ricovero in un ospedale psichiatrico. Una volta dimesso, torna dalla famiglia adottiva, alternando i suoi rientri a casa con trasferte improvvise, durante le quali lavora come contadino o accudisce animali nelle fattorie. Soltanto due anni dopo, Ligabue viene allontanato dalla Svizzera a seguito di una denuncia fatta dai genitori adottivi, dopo una violenta lite con Elise. Approda così a Gualtieri, luogo di origine del tanto odiato Bonfiglio Laccabue dove, dopo un tentativo di rientro in Svizzera andato fallito, vive grazie all’aiuto di un Ospizio di Mendicità. Nonostante non sappia una parola di italiano, Ligabue continua a lavorare nei campi e nelle fattorie delle rive del Po come faceva in Svizzera ed è proprio in questo periodo che inizia a dipingere, trovando in questa espressione artistica sollievo dalle sue ossessioni e compagnia nella sua solitudine.
Passano così quasi dieci anni, durante i quali Ligabue vive relegato come un freak ai margini della società, soprannominato “Toni al mat” (Toni il matto, in dialetto reggiano) dai cittadini di Gualteri, ma a contatto diretto con la natura e con le creature che la abitano. Nel 1928 arriva la prima svolta nella vita dell’artista: viene infatti notato da Renato Marino Mazzacurati, che per primo ne comprende la sensibilità e ne riconosce il talento, instaurando con lui un rapporto alla pari. Grande scultore, pittore e critico, Mazzacurati è anche uno dei maggiori rappresentanti della cosiddetta Scuola Romana, un gruppo eterogeneo di giovani artisti attivi a Roma a partire dagli anni Venti del Novecento. La volontà del gruppo è quella di cercare un punto d’incontro tra il linguaggio delle correnti più avanguardiste, come il Cubismo e il post-Cubismo e l’arte antica, individuando nella pittura decorativa greca e romana e nei cosiddetti “Primitivi”, da Masaccio a Piero della Francesca, i propri riferimenti stilistici. L’influenza della Scuola Romana, durata per più di due decenni, inizia a scomparire in modo graduale a partire dal 1945, anni in cui l’arte figurativa entra in crisi, soppiantata dalla nuova corrente di astrazione informale, proveniente dall’America e in particolare dagli Stati Uniti.
Nella profonda libertà artistica sulla quale la Scuola Romana affonda le sue radici e nella figura di Mazzacurati, che gli insegna a utilizzare i colori a olio, Ligabue si sente finalmente accettato e decide di dedicarsi completamente alla pittura e alla scultura. Gli anni successivi sono caratterizzati da molteplici ricoveri nell’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia, causati dal peggioramento del suo stato psichico e da stati maniacali e depressivi che sfociano in violenti attacchi autolesionisti e contro altri. Nel frattempo, cresce l’interesse della critica nei confronti delle sue opere e del suo stile, caratterizzato da un tratto deciso e violento, da una linea di contorno fortemente marcata e da colori vivaci, con connotazioni espressionistiche e fauvistiche.
I soggetti che dipinge sono in gran parte animali, sia domestici che selvaggi (per esempio Testa di tigre, 1955), colti in situazioni di quiete o di estrema tensione (in Lotta di galli, del 1954, viene colto il momento esatto in cui due galli si fronteggiano, appena prima dello scontro), momenti di quotidianità che comprendono scene di caccia, arature e campi (Ritorno dai campi, 1953) e infine, numerosi paesaggi naturali, soprattutto svizzeri. Una particolare attenzione merita la serie di autoritratti che rappresenta una parte fondamentale della sua produzione, sia per quantità che significato. Ligabue si rappresenta sempre di tre quarti e al centro della scena, occhi negli occhi con lo spettatore, andando a creare con esso un forte legame emotivo, capace di abbattere la barriera della finzione pittorica.
L’aspetto più straordinario dell’arte di Ligabue è il non aver bisogno né di modelli né di disegni preparatori per dipingere o scolpire i suoi soggetti: le immagini provengono tutte dalla sua mente e dai suoi occhi, che fotografano avidamente tutto ciò che vede, creando una sorta di memoria dalla quale attingere secondo la necessità. A partire dal 1955, vengono dedicate diverse mostre personali all’artista, consacrandolo a livello nazionale.
Purtroppo, nel 1962 viene colpito da un’emiparesi che lo costringe ad altri ricoveri in ospedale. Dopo vari viaggi in numerose cliniche, si ferma a Gualtieri, dove muore nel 1965, proprio all’apice della sua carriera. Nello stesso anno, gli viene dedicata un’importante retrospettiva nell’ambito della nona edizione della Quadriennale di Roma, riservandogli finalmente il posto che merita nella rosa dei grandi artisti del Novecento.
L’articolo è stato realizzato per Cubo-Rivista del circolo Università di Bologna diretta da Massimiliano Cordeddu. In copertina: Antonio Ligabue, “Lotta di galli”, 1954.
