Bologna si è tradita e non solo con il cibo

Se il Comune negli ultimi anni ha commesso errori tragici, anche la “controcultura” non ha brillato in lungimiranza

di Stefano Cavallini, cittadino


Il 29 agosto Salvatore Papa, caporedattore di Zero Bologna, pubblicava sulla rivista Lucy sulla cultura un articolo dal titolo A Bologna il cibo si è mangiato la città (qui). Con la tesi centrale dell’articolo non si può che concordare. È vero, a Bologna il cibo si è mangiato la città. Se per città si intende, dico io, il Quadrilatero, via Orefici, parte di via d’Azeglio e alcune zone della Bolognina. Altri luoghi hanno mantenuto la propria identità.

Il cibo si è mangiato dunque una piccola parte della città, il che però non è meno grave, perché sta svuotando di senso il cuore di Bologna. Il Quadrilatero sta venendo completamente snaturato dall’apertura di nuovi locali – che sono un insulto alla sua memoria storica – e dall’assalto selvaggio dei taglieri, negazione della tradizione. 

Tuttavia, con le altre tesi dell’articolo si concorda molto meno. È parzialmente vero che molti locali sono stati «acquistati da catene con tasche profonde e una visione unica: vendere mortadella agli stranieri. Il centro è completamente cambiato». La quasi totalità di locali che stanno distruggendo il tessuto della città e che, per semplificare, «vendono mortadella» (anche agli stranieri) sono di privati imprenditori, quasi tutti giovani di poco più di trent’anni.

Comodo prendersela con le multinazionali ammerigane cattive, un po’ meno ammettere che a cibificare la città sono i nostri giovani, proprio gli stessi che magari qualche anno prima andavano all’Xm. Ciò a parer mio avviene perché da anni in Italia il nostro capitale simbolico, anziché consistere di innovazione tecnologica e manifattura ad alta marginalità, è ripiegato sul nostro principale retaggio identitario: il cibo. 

Si parla poi di appiattimento dell’identità culturale e del fatto che non ci sia più una scena di riferimento controculturale. Di chi è la colpa se la Traumfabrik e il Livello 57 non esistono più? È doloroso, ma occorre ammettere che Bologna non produce più nulla di hardcore dalla terza ondata hip hop degli anni ‘10 (quella di Fno e Kappa-o, tangenti ai centri sociali, ma non loro creazione) e gli spazi autogestiti non generano più niente da venticinque anni e si sono di fatto suicidati. Nel tempo la sfolgorante e sublime spinta artistica e le rivendicazioni degli anni ’70 hanno ceduto il passo. Gli spazi controculturali oggi, sebbene sempre luoghi fondamentali e vivacissimi (il Làbas per esempio, la scena di poetry slam e poesia performativa, in maniera minore la stand-up, associazioni sportivo-culturali come la Pcb), si sono adagiati su un’arte senza guizzo e su posizioni politiche spesso controverse. In luoghi così ideologici la vera arte non può nascere. Una volta ci incontravi autentici geni. È colpa di Lepore se l’ideologia ha ammazzato i talenti? 

Esiste anche una città al di fuori della controcultura. La Cineteca è un punto di riferimento mondiale, hanno aperto nuovi musei, Artefiera continua a essere una realtà rilevante e ci sono miriadi di associazioni e realtà locali che concorrono o creare un’offerta culturale stimolante e variegata. Certo, è cultura più “istituzionale”, quindi in odio feroce alla parte della città che l’ha sempre vista, con un atteggiamento snob e insieme popolaresco, arte di regime borghese.

Al netto del fatto che le due culture in questa città sono sempre state integrate, questa visione è legittima. Tuttavia, se la si pensa così, occorrerebbe produrre qualcosa di molto meglio. Questo oggi non avviene. Intellettuali, artisti, scrittori, musicisti, fumettisti, poeti sublimi oggi non ci sono a Bologna, che una volta ne traboccava. La controcultura ha fallito, fagocitata dalle sue stesse dinamiche.

Se è suo dovere incoraggiare le esperienze dal basso, è parimenti ridicolo pensare che il Comune, che è un’entità amministrativa dello Stato, non debba ricorrere a bandi o percorsi partecipativi per avallare la nascita di nuove realtà culturali, cioè agire al di fuori delle normali dinamiche legali. Cito di nuovo: «…Percorsi che nei fatti incanalano le decisioni in schemi già previsti dall’alto e che, declinati nelle politiche culturali, producono quello che Lucia Tozzi, nel suo L’invenzione di Milano, chiama “il sale del marketing urbano”». Dunque il Comune (e l’Europa) come entità malvagie che avrebbero lo scopo di assoggettare a sé i liberi pensatori di questa città? Cosa c’è di male in una festa di quartiere o in un writer che collabora con le Istituzioni? Niente. 

Il Comune ha commesso errori tragici: il Mercato Sonato, la Food valley, gli studentati di lusso, alcune incomprensibili scelte urbanistiche, ma l’ipocrisia non manca anche nella cosiddetta scena controculturale, che ha fatto carne da porco della città distruggendone e vandalizzandone l’identità e memoria storica e estetica con la sua mole abnorme di scritte sui muri, degrado e sporcizia degli ultimi quindici anni, per poi vendersi per due spicci appena fatto un po’ di successo su Instagram. Finché eravamo noi a fare a pezzi Bologna e tradirne il suo spirito non c’era problema, adesso che lo fanno i rimasugli della globalizzazione ci indigniamo, però poi all’aperitivo ci andiamo comunque.

Possiamo accusare chi vogliamo per lavarci la coscienza, e forse avremmo persino ragione, ma se cerchiamo un colpevole, temo non ci resti che guardarci allo specchio. Sarà meglio che ci diamo una svegliata, perché l’alternativa è vedere a Palazzo d’Accursio una forza politica che dagli scranni della maggioranza di Governo fa fatica a riconoscere o addirittura nega che furono terroristi neofascisti, come accertato dalla Giustizia, ad aver ammazzato 85 persone nella nostra città. Dopo sì che ci toccherà leccare gli stivali.


Un pensiero riguardo “Bologna si è tradita e non solo con il cibo

  1. Buongiorno, ottimo commento e 100% d’accordo con la conclusione.
    Mai tagliarsi le palle per fare un dispetto alla moglie (o all’amante ? :)).
    Grazie dell’attenzione

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