Intervista alla regista candidata all’Oscar Maura Delpero
di Sara Cosimini e Lara De Lena
Maura Delpero è regista e sceneggiatrice di Vermiglio, racconto dell’Italia del Secondo Dopoguerra visto dalla prospettiva intima di una famiglia numerosa. La pellicola è vincitrice del Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria alla 81esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e rappresenterà l’Italia alla 97° edizione degli Academy Awards, nella selezione per la categoria International Feature Film Award.
Incontriamo Maura Delpero in occasione della presentazione del suo film al Cinema Rialto Studio. Ancor prima che la candidatura all’Oscar portasse il film alla ribalta, c’è stata molta attenzione nei suoi confronti dopo il discorso che la regista ha fatto a Venezia, che tocca i temi cardine su cui ruota il suo lavoro: la complessità della maternità al di fuori della sua narrazione più convenzionale e l’ancestrale e ormai inaccettabile difficoltà della sua conciliazione con il lavoro per le donne.
«Mi auguro che la società – ha dichiarato la regista – dato che si riproduce attraverso i nostri corpi, inizi a sentire questo problema come suo e non lasci sole le donne».
Le vicende del film, ambientato nella Val di Sole, incastonata nella parte nord-occidentale del Trentino, si snodano con un rispetto filologico della lingua del contesto storico, ma proprio questa collocazione così puntuale in un tempo e in un luogo specifico diventa funzionale al racconto di una vicenda che può tranquillamente collocarsi al qui e ora. Così, il personale e il collettivo si intrecciano, come nel primo lungometraggio Maternal (2019).
Il suo percorso di formazione parte dalla città di Bologna, dove ha studiato e si è laureata alla Facoltà di Lettere. Crede che sia stato importante per la sua crescita artistica?
«Assolutamente sì. Bologna mi ha fatto conoscere il cinema attraverso la Cineteca. Sento di aver studiato Lettere guardando film in Cineteca, dove ho scoperto la storia del cinema e la cinematografia contemporanea. Tutta la mia formazione ideologica è partita da Bologna. Credo che il cinema sia un’arte per adulti e non per giovani e per aver qualcosa da raccontare devi aver vissuto un po’. Qui ho vissuto tante cose. Sono stati anni pieni di emozioni e sono certa che quello che porto adesso nel cinema è frutto di quello che sono diventata grazie a questa città».
Nel 2008, Four tracks from Ossigeno, il suo cortometraggio sullo spettacolo Ossigeno del Teatrino Clandestino di Bologna, arriva in finale al Premio Riccione Ttv. È stata importante per lei la collaborazione con una compagnia teatrale?
«Ossigeno era un lavoro molto cinematografico e difficilmente avrei fatto un progetto su un altro spettacolo. Pietro e Fiorenza, i fondatori, hanno lavorato molto con le ibridazioni tra le arti e io ho sentito che quello spettacolo potesse avere un altro sguardo che potesse risignificarlo. Mi piaceva stare in teatro e guardare gli attori e da un certo punto di vista è stata un’esperienza a tutto tondo».
Il suo discorso di ringraziamento dopo aver ricevuto il Leone d’Argento ha avuto grande risonanza. Ce ne vuole parlare?
«Innanzitutto, devo dire che non mi ha stupita il fatto che abbia avuto tanta eco. Mi ha fatto riflettere invece la quantità di messaggi che ho ricevuto. In fin dei conti, si è trattato di un discorso semplice, ma sentito, perché sono stata io stessa una giovane mamma lavoratrice. Spesso, la sensazione che hai quando decidi di lavorare e avere una famiglia è che i problemi te li sei cercati. Ai miei colleghi maschi non viene mai detto. Si lascia che le donne portino il peso di questa scelta come fosse un capriccio personale e invece è una questione di tutti, se non altro perché tutti abbiamo una madre. In Vermiglio torna il tema della maternità complessa, che affonda le radici nelle questioni della mia infanzia. Tuttavia, la narrazione nei miei film abbraccia sempre il concetto di maternità in generale, soprattutto nella cornice di una società patriarcale che sta cambiando sì, ma lentamente. Mi ritrovo a parlarne per un’urgenza legata al mio inconscio, ma sono felice di dare una rilevanza che sia anche politica a questi argomenti».
Pensa che la società di oggi si stia definitivamente smarcando dal retaggio culturale patriarcale o la strada per la parità è ancora lunga?
«È una cosa buffa quella che è successa nei secoli: questa programmatica esclusione di un genere rispetto all’altro. Noi ormai lo abbiamo normalizzato, ma io faccio l’esercizio di raccontarmi le questioni come se dovessi rispondere a un bambino che mi fa una domanda. E parlare della questione di genere a un bambino non può che generare la domanda “perché?”. È un traguardo che il lavoro del regista stia diventando accessibile tanto agli uomini quanto alle donne. E questo offre sicuramente uno sguardo diverso».
E come sguardo diverso nei suoi film c’è anche quello dei bambini. Come è stato per lei lavorare con attori così piccoli trattando di tematiche decisamente non leggere?
«Credo che siano preziosi. Il loro sguardo, soprattutto in un racconto duro come quello di Vermiglio, dà futuro e leggerezza. I bambini riescono a dire le cose in maniera irriverente e dolce. Dicono le cose che pensiamo, ma che non ci permettiamo di dire, per i troppi filtri. Mi è piaciuto, soprattutto nell’ultimo film, avere una sorta di coro greco che narrasse sia i grandi avvenimenti che le micro-questioni della famiglia con parole sussurrate e sguardi. Secondo me è davvero bello averli e, come sottintende la domanda, comporta una responsabilità. Lavorare con loro implica creare una storia nella storia che eviti il racconto più duro, ragionando su quello a cui anche nella vita reale avrebbero accesso. Quando da bambina sorprendevo gli adulti a parlare, le voci si abbassavano e io raccoglievo solo frammenti. Dentro di me, ricostruivo poi questi piccoli pezzi che oggi sono diventati le storie che racconto».
L’intervista è stata realizzata per Cubo-Rivista del circolo Università di Bologna, diretta da Massimiliano Cordeddu.
