Edito da Mousse Publishing, “Skank Bloc Bologna – Alternative Art Spaces since 1977” è un libro che ne contiene molti altri: saggi, un memoir, un archivio fotografico e la memoria di una città, Bologna, che era – ma forse lo è ancora – capace di rendere la differenza un valore
di Antonio Trezza
Questo libro, edito da due professori del Dipartimento delle Arti del nostro Ateneo, Roberto Pinto e Francesco Spampinato, è diviso in due parti principali: la prima parte, Essays (il libro è scritto in inglese con traduzione italiana in una sezione apposita), contiene, oltre ai testi di Pinto e Spampinato, i contributi di Andrea Lissoni, Lara De Lena, Davide Da Pieve; la seconda parte, Alternative art spaces, si apre alla memoria e al racconto – con didascalie singole per ciascuno spazio e soprattutto immagini, molte immagini – di anni e luoghi che molte e molti di noi hanno vissuto dal di dentro. E pazienza per chi non c’era: leggerà, se vuole, il libro.
Non lasciatevi però fuorviare dal titolo: il libro, certo, parla di arte e di spazi dedicati all’arte ma, allo stesso tempo, parla di libertà e di diritti, di cittadinanze e di resistenza, con sguardo critico ma compiaciuto per le realtà descritte. A noi la lettura è piaciuta molto, e abbiamo quindi deciso di porre alcune domande a Francesco Spampinato.
La prima domanda è un po’ ordinaria, ma la curiosità di capire come è nata l’idea del libro è piuttosto forte: da dove è nato l’interesse per i luoghi descritti nel libro?
«Il libro presenta informazioni e immagini relative a 32 spazi nati a Bologna tra il 1976 e il 2020 che hanno ospitato progetti artistici ed espositivi o che si sono configurati come laboratori di istanze culturali lontani dalla sfera commerciale e istituzionale. Si potrebbe parlare di spazi non-profit o indipendenti, ma l’aggettivo “alternativi” sembra più adeguato, anche perché in linea con la dimensione internazionale di questo fenomeno. Questi spazi possono essere intesi, infatti, come un’alternativa al sistema istituzionale della cultura, quello, per intenderci, di un museo come il MAMbo e di una manifestazione del mercato dell’arte quale Arte Fiera, sebbene siano state spesso sviluppate importanti sinergie anche con queste istituzioni. Roberto Pinto ed io siamo docenti di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna e abbiamo insegnamenti relativi all’arte contemporanea al Dams, nella Laurea Magistrale in Arti Visive e in altri corsi di studio del dipartimento. La ricerca di entrambi è orientata sul contemporaneo più stretto e così anche sulle trasformazioni che riguardano il ruolo sociale dell’artista e la dimensione politica dell’arte a cui il fenomeno degli spazi alternativi può essere ricondotto. Infatti, ognuno di noi, nelle proprie ricerche, si è occupato di modi “alternativi” di produzione delle arti visive, con una forte attenzione per il potenziale dell’arte visiva come strumento di agency. Inoltre, abbiamo avvertito un senso di responsabilità nei confronti di una storia che ci accomuna e che oggi rappresentiamo, ovvero quella del Dams. Infatti, gran parte degli spazi inclusi nel libro sono nati da figure che hanno frequentato il Dams in epoche diverse: succedeva nei tumultuosi anni attorno al ’77 ma continua ad accadere ancora oggi con i nostri studenti. Ricucire queste storie e analizzare la portata di questo fenomeno ci è servito per meglio comprendere la ricaduta degli insegnamenti e dei metodi innovativi che hanno contraddistinto lo studio delle arti al Dams e come mantenerne rilevante il ruolo nella società sempre più complessa di oggi».
I luoghi scelti sono molto rappresentativi della Bologna artistica degli anni dal ‘77 in poi, ma immagino che il loro elenco non possa considerarsi completo (faccio riferimento ad altri luoghi non descritti come Il Graffio di Anteo Radovan, il circolo Sesto senso, Mauro Manara a Castel San Pietro): come avete operato la loro scelta? I luoghi descritti hanno avuto rilevanza per la vostra formazione nel campo dell’arte oppure la scelta è stata determinata da fattori altri? Magari il libro è un primo volume a cui ne seguiranno altri con altri luoghi?
«Il primo criterio di selezione è stato quello di individuare spazi in cui siano state prodotte operazioni artistiche legate innanzitutto alle arti visive. Abbiamo, pertanto, privilegiato le gallerie non-profit e quei centri sociali che sono stati incubatori di pratiche sottoculturali, dal post-punk all’hip hop, ovvero di produzioni interdisciplinari in cui le arti visive fossero centrali. Per questo motivo, abbiamo escluso a priori spazi a vocazione principalmente musicale o teatrale. Abbiamo così stilato una lunga lista e avviato un tirocinio che ha coinvolto circa una dozzina di studentesse e studenti del corso di Laurea Magistrale in Arti Visive a cui abbiamo commissionato ricerche monografiche, inclusa l’elaborazione di interviste con i membri fondatori di questi spazi, nonché il recupero di informazioni di base e di immagini fotografiche e grafiche che ci consentissero di ricostruire una storia anche visuale. L’assenza di alcuni spazi è dovuta al fatto che per le studentesse e studenti a cui sono state affidate le singole ricerche non è stato possibile stabilire un contatto con i fondatori o di recuperare immagini in alta definizione che fosse possibile pubblicare nel libro. Del resto, non era nostra intenzione produrre una pubblicazione enciclopedica o completa, impossibile da realizzare anche considerando la natura effimera di alcuni spazi o la perdita di memoria e riferimenti in alcuni casi. Abbiamo però fatto in modo che tutti gli spazi più importanti fossero nel libro, dalla Traumfabrik al Cassero, da neon all’Isola del Kantiere, dal Link fino agli spazi di più recente generazione».
Dalla lettura della parte narrativa (in forma di saggio) contenuta nel libro, mi sembra possibile evincere che la scena artistica alternativa bolognese non sarebbe stata possibile senza la compresenza – assolutamente indefettibile – di due fattori ossia l’Università, con il suo Dams, e il contesto socio-economico bolognese, con il suo cooperativismo e il suo progressismo: è un’affermazione corretta? In uno dei saggi, si parla di “modello Bologna” per lo sviluppo dell’arte: Bologna è ancora un modello o qualcosa è cambiato nel frattempo? È possibile parlare ancora di arte alternativa a Bologna?
«Nel mio saggio per il libro ho cercato di individuare alcuni caratteri fondamentali del fenomeno degli spazi alternativi bolognesi e delle sue peculiarità. Si tratta di un fenomeno che troviamo anche in altre città d’Italia come Milano, Roma e Napoli, ma che a Bologna sembra avere attecchito piuttosto bene, proliferando nel tempo e assumendo delle specifiche qualità. Anche rispetto a situazioni internazionali, come New York o Berlino per esempio, questo fenomeno ha assunto dei tratti unici che mi hanno portato a sostenere come, in effetti, si possa parlare di un “modello Bologna”. Del resto, la band post-punk inglese Scritti Politti così descriveva Bologna nel brano del 1978 di cui abbiamo preso in prestito il titolo per questo libro: “Skank Bloc Bologna”. Il mito di Bologna come luogo di agitazione politica e innovazione culturale è, infatti, un primo carattere di questo modello, ma anche le rispondenze con il milieu accademico cittadino, in particolare il Dams, le convergenze tra vita, politica e produzione artistica, il ruolo di questi spazi come incubatori di professionalizzazione dal basso, e la ricerca costante di forme di autonomia e ridefinizione dei codici del fare artistico. Il fatto che molte delle figure coinvolte in questi spazi siano poi diventate professionisti nei più diversi ambiti dell’industria culturale è sintomatico del ruolo formativo di queste iniziative. La natura cooperativista di Bologna e il suo progressismo hanno di certo contribuito, ma bisogna ricordare che numerose figure che hanno animato questi spazi non sono bolognesi ma hanno visto in Bologna un luogo di liberazione, e non solo a livello nazionale ma anche internazionale. Non saprei dire se oggi Bologna è ancora un modello, ma sicuramente gode ancora di una reputazione su scala internazionale come città progressista e luogo di innovazione culturale, molto di più di quanto molti abbiano consapevolezza in città».
Nel libro vengono descritti diversi spazi che hanno avuto (e alcuni di loro ancora hanno) una valenza “politica” in quanto tesi primariamente alla rivendicazione di diritti civili e di cittadinanza (Il Cassero, Làbas, Atlantide): questa scelta è indicativa di una particolare funzione da attribuire all’arte? L’arte può essere uno strumento per il raggiungimento di obiettivi sociali? L’arte è militanza?
«Le origini dell’arte come strumento di rivendicazioni politiche e sociali risalgono alle avanguardie storiche, dada in particolare, ma trovano a più riprese nel corso del XX e XXI secolo una loro legittimazione. Dal situazionismo alla critica istituzionale, dall’arte pedagogica alle più recenti forme di arte politica e artivismo, numerosi artisti hanno usato l’arte per veicolare istanze di natura militante. Vari di questi spazi, inclusi quelli che citi, sembrano avere appreso la lezione e incarnato questo spirito, senza necessariamente dovere produrre opere o eventi artistici classificabili in quanto tali, dimostrando così che la connessione tra arte e vita può essere inestricabile e confusa. Il ruolo della street art e della comunicazione visiva in questi casi è significativo, in quanto generi di espressione artistica di tipo visivo che danno letteralmente forma a dinamiche di opposizione o resistenza».
Continuando su questo tema, uno dei saggi contenuti nel libro dà una lettura dei luoghi descritti da una “prospettiva di genere”: nel campo dell’arte di stanza a Bologna e nei luoghi descritti, il genere ha avuto rilevanza nell’affermazione artistica?
«Uno degli elementi del “modello Bologna” che ho cercato tracciare è senza dubbio il principio di intersezionalità e inclusione, che determina il valore sociale di molti di questi spazi. Da una prospettiva femminista, il primo degli spazi inclusi nel libro, in ordine cronologico, è La Tregenda, un luogo che ha preso vita nelle cantine di Via San Vitale ed è rimasto attivo per alcuni mesi nel corso del 1976, in cui Maurizia Giusti, meglio nota come Syusy Blady, Antonietta Laterza e altre artiste hanno dato spazio a forme di sperimentazione nelle arti visive, nella musica e nel teatro, uno spazio con accesso riservato a sole donne, in cui le donne si sentissero libere di sperimentare e discutere senza doversi confrontare con gli uomini, cercando una forma di autonomia da una società in cui si riconoscevano solo in parte. La dimensione femminista di alcuni di questi spazi, incluso La Tregenda, è stata affrontata da Lara De Lena nel suo saggio per il libro. Fondamentale anche il ruolo di questi spazi come luoghi di identificazione per la comunità Lgbtqia+, in particolar modo il Cassero, il primo spazio che un Comune italiano ha assegnato a una organizzazione omosessuale, ma anche Tpo e Atlantide che si sono contraddistinti per la natura intersezionale e inclusiva, sia in termini di identità genere sia nei confronti di persone con disabilità. In tutti questi casi, l’arte ha avuto un ruolo fondamentale come strumento di empowerment, ovvero per responsabilizzare chi ne fa esperienza, per diffondere messaggi di tipo sociale e per rafforzare la coesione di comunità che in altri luoghi e paesi sono discriminate o perseguitate».
Mi sembra che il libro sia esso stesso un oggetto d’arte, con la sua grafica che a me ricorda manifesti e fanzine di ispirazione punk e con il suo ricco e multicolore corredo di immagini: è stato difficile il recupero di tutto il materiale poi raccolto nel libro? Sarà stato in gran parte nel formato che ora chiamiamo analogico.
«Il recupero delle immagini è stato complesso, in particolare per gli spazi più storici, non solo perché si tratta di materiale analogico che andava quindi digitalizzato, ma anche perché non è stato facile individuare chi conservasse questi materiali. Pensiamo, ad esempio, a centri sociali le cui attività sono state condotte da numerose persone. Le studentesse e studenti che hanno effettuato il nostro tirocinio hanno avuto il preciso compito di individuare chi, tra le persone contattate, avesse a disposizione anche delle immagini o dei materiali visivi. In alcuni casi abbiamo trovato persone molto consapevoli dell’importanza di mantenere un archivio visivo di queste esperienze e che a volte avevano già digitalizzato questi materiali. In altri casi, abbiamo effettuato noi stessi delle digitalizzazioni. Il risultato è una selezione di circa 150 immagini a colori, fondata su un principio di diversificazione, cercando di alternare immagini grafiche, principalmente flyer e altri esempi di comunicazione visiva, a immagini fotografiche che documentano la vita di questi spazi o le loro produzioni artistiche. Siamo profondamente grati ad alcuni fotografi come Nanni Angeli, Valentina Morandi, Gianluca Perticoni e Massimo Sciacca. L’immagine sulla copertina del libro, rappresentativa di una certa urgenza espressiva mista a irrequietudine, è di Valentina Morandi, autrice di molti altri scatti che documentano dall’interno la vita del Livello 57 tra la fine degli anni ’90 e i primi anni ’00. Una serie di foto in bianco e nero di Massimo Sciacca, invece, sono raccolte in una sorta di portfolio con cui si apre il libro, che ha la funzione di traghettare il lettore direttamente all’interno di questi spazi, consentendogli di sentirne l’odore, di percepirne l’atmosfera densa di energia, di ascoltarne i suoni.
A seguire cinque saggi e i 32 spazi in ordine cronologico, per anno di fondazione, ognuno dei quali è introdotto da una serie di informazioni di base e un breve testo introduttivo per poi passare a una carrellata di immagini. Il design del libro, che vuole restituire lo spirito orgogliosamente indipendente di questi spazi, è stato elaborato da un giovane graphic designer bolognese che risiede a Milano, Alessandro Schino, mentre Emma Passarella si è occupata dell’editing di tutti testi, tutto all’interno di quel grande laboratorio editoriale che è Mousse Publishing e sotto lo sguardo esperto e rigoroso di Ilaria Bombelli. Mousse pubblica una rivista di arte contemporanea molto influente a livello internazionale. La collana editoriale è dedicata a cataloghi di mostre e monografie di artisti associate ai più importanti musei di arte contemporanea internazionali e a manifestazioni come la Biennale di Venezia. Ognuna delle pubblicazioni di Mousse è curata nei minimi particolari, a partire dal design, e secondo la migliore tradizione del libro d’arte e dei libri d’artista, il che fa anche di questo volume un oggetto d’arte a sua volta affascinante, ma anche uno scrigno di materiali preziosi. La realizzazione del libro, interamente in inglese, è stata possibile grazie a un importante finanziamento del programma Italian Council del Ministero delle Cultura che abbiamo vinto nel 2022. L’obiettivo di questo programma è di promuovere l’arte italiana a livello internazionale, ma nel nostro caso non si tratta di arte in senso stretto, forse più di un modello di riconsiderazione dell’arte e del suo ruolo sociale, il “modello Bologna” appunto; infatti, il libro è distribuito in tutto il mondo e da noi presentato in diverse città in Italia e all’estero, inclusa New York da cui sono tornato di recente, dove ha suscitato grande interesse anche grazie alle affinità e agli scambi che hanno contraddistinto soprattutto la stagione tra gli anni ’70 e gli ’80 quando figure come Francesca Alinovi, Franco “Bifo” Berardi, Mariuccia Casadio e Renato De Maria avevano creato un vero e proprio ponte tra due delle città più innovative del mondo sul piano culturale».
nella foto: Flava Break dance
Photo credits: Gianluca Perticoni / Eikon
Infine, avete reso disponibile in open access un documento di interviste con i membri fondatori degli spazi, che completa la fruizione del libro: mi raccontate anche questa esperienza?
«Il documento online con le interviste (qui) ha un ruolo fondamentale, in quanto si tratta delle informazioni primarie che abbiamo raccolto, ovvero le interviste condotte dai noi e dalle nostre studentesse e studenti con i fondatori di questi spazi. Abbiamo costruito le interviste a partire dalle stesse domande, in modo da consentire confronti e riflessioni in base alle risposte ottenute. Abbiamo chiesto cosa li avesse spinti ad avviare uno spazio, quale la suddivisione interna del lavoro, quali le relazioni con il territorio e le istituzioni culturali locali, quali le forme di finanziamento e, per gli spazi non più attivi, quali obiettivi sono stati raggiunti e se fosse possibile ripetere oggi quelle esperienze. Ne è emerso un quadro composito di risposte che ci hanno dato conferme e ci hanno consentito di riflettere sulle caratteristiche in comune tra questi spazi e come più che esperienze separate fossero, in realtà, il risultato di un sentire comune, fortemente connotato con la città di Bologna e condizionato, positivamente, dalla presenza del Dams e dallo spirito cooperativista e progressista cittadino. Molte informazioni e punti di vista emersi dalle interviste sono stati incorporati anche nei brevi testi che introducono ognuno degli spazi del libro. Ma abbiamo pensato di rendere queste interviste disponibili online, integralmente, in modo che potessero circolare più facilmente e che diventassero disponibili in qualsiasi momento anche a chi non abbia a disposizione una copia del volume, in modo che queste parole e queste prospettive possano aiutare future generazioni di artisti e di studiosi a capire cosa è successo a Bologna e come è possibile mantenere viva quella memoria creando nuovi spazi».
L’intervista è stata realizzata per Cubo-Rivista del circolo Università di Bologna diretta da Massimiliano Cordeddu. In copertina: Isola Nel Kantiere, febbraio 1991, Massimo Sciacca
