Più importanti delle dirette Instagram coi piedi nel fango o dei trafiletti con ritratto sui giornali, ci sono l’amore per questa città e la sua gente. E le azioni talvolta folli che questo spinge a fare, sentendosi ferire persino dai “grazie” di chi ha perso tutto, ma si è tenuta stretta la dignità
di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB
Tra tutte le cose belle e brutte che mi hanno insegnato da quando sono venuto al mondo, ce n’è una in particolare di cui sono molto orgoglioso.
Non c’è dubbio che il senso del pudore – così si chiamava una volta – sia diventato oggettivamente una palla al piede, in quest’epoca di narcisismi social. Eppure, in situazioni tragiche come quella che stiamo vivendo da ormai dieci giorni, riesce ancora a fare da bussola per molte persone che, senza secondi fini, si mettono a disposizione della propria comunità per dare una mano, scavando un solco ancora più netto tra il poco che c’è di giusto e il molto sbagliato.
Nel diluvio di immagini che hanno accompagnato quest’ultima alluvione, sintomo di un’infodemia che ha unito nel contagio persino gli opposti estremismi di Gioventù Nazionale e Plat, penso e credo che non ne troverete molte mie e della comunità cui sono orgoglioso di appartenere. Perché al di là delle dirette Instagram coi piedi nel fango o dei trafiletti con ritratto sui giornali, così come della corsa a stabilire chi coordina cosa e quali identità individuali e collettive sono in campo, ciò che più dovrebbe importare sono l’amore per questa città e la sua gente. E le azioni talvolta folli che questo amore spinge a fare, sentendosi ferire persino dai “grazie” di chi ha perso tutto, ma si è tenuta stretta la dignità.
Dignità e pudore, quei valori smarriti che ti fanno dimenticare anche il tuo nome. E pazienza se nessuno sa che lavoro tu faccia o da dove vieni, se ti chiamano signore, cinno o Nicolò. L’importante è fare tutto quel che si può, come si può, senza pretendere nulla in cambio. Nemmeno la pazienza o la grazia davvero divine di chi, con la melma ancora in casa, dona una pala e un sorriso al vicino in difficoltà.
C’è poi un altro sentimento antico che ho provato parecchio, lassù con i piedi a mollo, e si chiama vergogna. Vergogna per i miei limiti, per le mie debolezze, per non aver dedicato tutti i giorni della mia vita un pensiero a quella marea di Anonimi Bolognesi che, quotidianamente e a qualunque età, a fotocamera rigorosamente spenta dedica sé stessa agli altri, tentando di regalare al mondo un po’ di bene.
Vorrei dire ai tanti cronisti che in questi giorni battono la città in cerca di storie e volti, che per fare un buon servizio durante un’emergenza sicuramente non c’è bisogno di prendere in mano guanti e badile. Ma sforzarsi di riportare fatti e nomi in maniera completa, invece, può dare un senso pieno a quel “a cura di” che mettiamo in calce al nostro lavoro. E vorrei dire a Gianmaria, “coordinatore” dei volontari di via di Ravone (qui), che lo ringrazio ancora per averci dato una mano e avermi offerto una birra, ma che d’ora in avanti può chiamarmi serenamente ingrato. Perché tanto io quanto lui, come del resto tutta la comunità di residenti, l’Amministrazione e la Protezione civile di Veneto e Lazio, sappiamo che c’era anche qualcun altro a caricarsi sulle spalle la baracca, mentre cercavamo di tirarci tutti fuori dal fango. Insieme.
È la stessa pigmea bionduzza, consigliera del quartiere Porto-Saragozza, che si è rifiutata di parlare ai giornali e che qualche giorno fa, guardando i ragazzi che spalavano ovunque nel nostro quartiere, con occhi tristi mi ha detto: «Ci salverà soltanto il volontariato».
Sì Ilaria, ma quale?
Photo credits: Giacomo Pizzardi

Ciao Pier Francesco,
Ci salverà sicuramente il volontariato purchè diventi passione politica rivolta in primis, secundis, ecc. a salvare le nostre comunità dalla crisi climatica facendo “whatever it takes”.
Un salutone da Ozzano Emilia, alluvionata per fortuna solo in due vie di numero (Via Volta e Via Andrea Costa) attualmente ripulite e pronte a ripartire grazie a Comune, protezione civile e volontari.
Una menzione speciale tra questi ultimi va ai “forzuti” del CAS della ex Caserma Gamberini anche perchè dopo essere stati sommersi per anni da discorsi di m***a, nel momento del bisogno invece di mandarci a f***o come sarebbe stato più che comprensibile, si sono rimboccati le maniche e ci hanno aiutato a venire fuori dalla medesima.
I nostri problemi sono i problemi del mondo intero e anche per questo non accetterò più un solo discorso razzista, dovessi passare i prossimi 20-30-40 anni (speriamo) che mi restano da vivere a litigare un giorno sì e l’altro pure
Un caro saluto
Io Ilaria l’ho vista con passione tenere decine di fogli e volti di persone che votavano per le primarie in uno spazio in cui non ci sta neanche un tavolo e qualche sedia.
Era una grande, poche parole qualche sorriso e una determinazione granitica
Grazie, ci sei, mi da speranza.
Maria Elena
♥️