Scuole Besta. Il polo dinamico è un’ottima soluzione, se provvisoria

Per gli alunni dell’Istituto scolastico nel parco Don Bosco sarebbe un vero peccato se quella adottata dall’amministrazione fosse una soluzione definitiva: perderebbero la grande opportunità di vivere in un ambiente che stimola la crescita e l’autonomia

di Daniela Rocca, cittadina


La mia esperienza alle scuole Besta è iniziata nel 1984, l’anno in cui è stato inaugurato il modulo sperimentale, che consisteva in tre giorni di frequenza mattutina fino alle 13.00 e tre, con frequenza anche pomeridiana, fino alle 16.00.

Questo comportava tre pranzi settimanali a scuola, consumati nell’atelier (che noi abbiamo sempre chiamato “antiaula”): uno spazio prezioso, ricavato da una porzione dell’ampio corridoio interno al plesso, delimitato da mobiletti in modo da ottenere una specie di “succursale dell’aula” su cui l’insegnante può vigilare restando in classe, o sulla porta. In più, ogni antiaula ha un piccolo lavandino e i mobiletti si possono spostare, per adattare lo spazio all’attività da svolgere.

Nel nostro caso, ci permetteva sia di mangiare in una situazione piacevole e rilassata – senza il caos di un normale refettorio, come succede nella maggior parte delle scuole – sia di svolgere comodamente attività che avremmo faticato a gestire in classe. Infatti le ore pomeridiane in più rispetto all’orario standard erano dedicate ad attività svolte con la compresenza di più docenti. Per esempio il “laboratorio linguistico”, in cui la classe, divisa in gruppi, sceglieva dai quotidiani un articolo in cui individuava le parole straniere utilizzate, per esaminarle insieme alle docenti di italiano e inglese. Forse non è un caso che dalla prova d’ingresso sostenuta appena arrivata alla scuola superiore sia risultato che la mia preparazione era superiore alla media; lo stesso era accaduto ad altri dei ragazzi provenienti dalle tre sezioni del modulo sperimentale.

L’altro valore aggiunto dello spazio scolastico era l’accesso diretto al parco, che per le aule al piano terra avveniva direttamente dalla grande porta-finestra che dava sulla porzione di area verde destinata a ogni classe: questa comprendeva panchine in cemento a formare una sorta di aula all’aperto (che dopo qualche anno sono state eliminate).

Oggi sembra impensabile, ma il parco circostante all’inizio non era nemmeno diviso da una recinzione che delimitasse il giardino scolastico: era tutto a disposizione della scuola e arrivava fino al terrapieno alberato che lo separava dalla strada. Ricordo che, quando era bel tempo, l’ora di educazione fisica iniziava con un giro del parco di corsa per fare riscaldamento.

Tra il 2009 e il 2022 anche i miei figli hanno frequentato le scuole Besta: le cose erano cambiate, dato che i pomeriggi a scuola si erano ridotti da tre a due e le compresenze erano quasi scomparse, in seguito alla riforma Gelmini. Nonostante ciò, la scuola Besta proponeva comunque – e propone tuttora – attività curricolari integrative come il teatro, svolte durante l’orario scolastico e che fanno parte integrante dell’offerta formativa. Erano spariti anche i pannelli fonoassorbenti nei corridoi e il telone che divideva la grande palestra in due parti, in modo che quattro squadre potessero giocare contemporaneamente. Erano però rimasti l’accesso al parco e gli atelier, sempre essenziali sia per i lavori di gruppo (es. Loi – Laboratorio orientamento e informatica), il recupero o il potenziamento, sia per gestire momenti in cui uno o più studenti avessero la necessità di scaricare la tensione o staccarsi dall’aula per qualche minuto.

Mi era sempre piaciuta questa varietà di spazi, ma la sua grande utilità mi è stata molto più chiara durante gli anni di frequenza di mia figlia, entrata alle Besta subito dopo la pandemia.

Capitava che, passando davanti alla scuola, vedessi alcuni suoi compagni di classe fuori dall’aula, nella corrispondente porzione di giardino. Un giorno le chiesi il perché e lei mi rispose che gli insegnanti consentivano agli alunni brevi pause dal lavoro scolastico in varie situazioni: per esempio quando avevano già completato un test e uscivano a confrontarsi sulle risposte date e le difficoltà incontrate, oppure se non riuscivano a restare tranquilli in aula per tutto il tempo, diventavano insofferenti e finivano per disturbare tutti. Veniva loro consentito di uscire (in caso di brutto tempo in antiaula, altrimenti in giardino) per qualche minuto a rilassarsi, per poi rientrare e rimettersi al loro posto. La cosa era accettata da tutti i docenti, dato che i ragazzi erano praticamente in classe e anche l’educatore e/o l’insegnante di sostegno non dovevano allontanarsi con loro per accompagnarli altrove.

Non è un mistero che dopo la pandemia sia aumentato di molto il disagio psicologico, specialmente nei giovani e giovanissimi, ed è ovvio che la scuola non è (ancora) del tutto attrezzata per gestire questo fenomeno in breve tempo, quindi ben vengano gli edifici che ne hanno da sempre tenuto conto, pur senza sapere se e quando sarebbe stato così utile. Semplicemente ci si era ispirati alla cultura nordeuropea che per fortuna non vedeva la scuola come un semplice luogo dove i ragazzi vanno per imparare, ma dove devono anche stare bene e sentirsi meno estranei possibile.

Certo, un edificio non fa i miracoli. Per un docente che si limiti ad applicare le raccomandazioni ministeriali (quelli che una volta erano i “programmi”) e faccia soltanto lezione frontale non ci sarebbero differenze fra un edificio come le Besta e uno costituito soltanto da corridoi e tante aule. Ma per chi fa del suo lavoro una ricerca del benessere degli altri questo tipo di scuola è un alleato prezioso.

Il trasferimento al polo dinamico deciso dall’Amministrazione è un’ottima soluzione, ma provvisoria. D’altronde questo edificio era nato proprio per essere sede temporanea per quelle scuole che dovevano subire ristrutturazioni profonde o ampliamenti (come il liceo Sabin che non aveva nessuna voglia di spostare definitivamente una parte dei suoi studenti e insegnanti così lontano dalla sede e da stazione e autostazione). Se ci fosse stato un polo dinamico disponibile ai tempi del Covid, parecchi studenti non avrebbero dovuto fare lezione nei capannoni della fiera.

Per gli alunni delle Besta sarebbe un vero peccato che fosse invece una soluzione definitiva: perderebbero la grande opportunità di vivere questi tre anni di scuola in un ambiente che stimola la crescita e l’autonomia.


3 pensieri riguardo “Scuole Besta. Il polo dinamico è un’ottima soluzione, se provvisoria

  1. Ringrazio Daniela Rocca per la sua testimonianza, Anche i miei due figli hanno frequentato le Besta, una scuola accogliente con un’offerta didattica ricca e diversificata che accompagna i ragazzi nella loro crescita, valorizza le loro attitudini, fa scoprire i loro talenti, cura il loro benessere e li prepara alle sfide future. Un modello di didattica e un pensiero di scuola che è nato all’interno di una scuola che ha una struttura che permette e facilita con i suoi spazi accessori alla classe (antiaula e parco) la progettualità dei docenti e il benessere dei ragazzi. Un modello di didattica e un pensiero di scuola che non possiamo permetterci di perdere. Ecco perché sarebbe un grave errore trasferire definitivamente le Besta in un edificio solo aule e corridoi senza accesso a spazi esterni e senza antiaule.

  2. Ottimo intervento; anche I miei tre figli hanno frequentato le Besta e ho sempre apprezzato la scuola, concepita nel parco, avendo come scopo il benessere dei ragazzi anche nei momenti di ricreazione, della mensa e dei lavori di gruppo. Mi auguro che le Besta vengano ristrutturate, adeguandole alle normative, ma valorizzando le idee pedagogiche di cui sono state espressione: una scuola nel verde, duttile negli spazi, con gli studenti protagonisti attivi della loro formazione.

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