Make Democracy Great Again

Tra i tanti cliché da analisti si sente spesso dire, citando il più delle volte gli Stati Uniti, che l’astensione alta è tipica delle “democrazie mature”. Io, invece, penso sia un “lusso” che non possiamo proprio permetterci

di Pier Francesco Di Biase, caporedattore cB


Che le elezioni americane siano un evento di portata planetaria lo sanno anche i più sprovveduti. Che con il passare dei decenni abbiano un’influenza sempre minore per la maggioranza della popolazione mondiale, purtroppo, un dato di fatto che risulta tuttavia incomprensibile tanto ai cittadini stars&stripes quanto a quelli del Vecchio Continente.

Non stupisce quindi che persino nella Dotta pullulino iniziative per seguire lo spoglio che, nella notte del 5 novembre, non darà quasi sicuramente nessun vincitore certo ma si è trasformato, nel tempo, in un main event molto apprezzato dai consumatori, in maniera non dissimile da quanto accade con il Superbowl o le finali Nba.

Superpotenza mediatica e priorità da provincia americana, e pazienza se tra Casalecchio e San Lazzaro c’è ancora un sacco di gente che vede la Nato come un megastore con porte girevoli, da cui si può entrare e uscire senza necessariamente passare da una guerra mondiale. L’importante è credere che tra Donald Trump e Kamala Harris cambi qualcosa di sostanziale nella politica estera statunitense, che per fortuna dei suoi cittadini non viene fatta dall’inquilino di turno alla Casa Bianca ma da un esercito di selezionatissimi funzionari statali degno dei grandi imperi della Storia.

E dunque viva la grande illusione del sogno americano, anche se fa di tutto per farci capire che in questa fantasia onirica la Democrazia non è esattamente necessaria: si vota di martedì e la maggioranza dei voti assoluti non è garanzia di vittoria, ma a chi interessa? Per molti di noi tanto basta per credere che uno Stato rosso o uno blu possano davvero cambiare le tristissime sorti di un palestinese, di un ucraino o persino di noi europei che invece di democrazia qualcosa sappiamo, pur dimenticandocelo un po’ troppo spesso.

È indubbio che le elezioni più importanti, per il nostro futuro prossimo, non si svolgeranno in Ohio ma lungo la via Emilia, il 17 e il 18 novembre. Eppure, a guardarsi intorno, pare che non interessi praticamente a nessuno. Un atteggiamento assolutamente legittimo – astenersi è un diritto e talvolta un dovere, ci ricorderebbe Epitteto – ma sintomatico, a parer mio, di una difficoltà diffusa a stabilire delle priorità.

Al di là dei catastrofismi d’area – l’astensione in Italia non ha mai penalizzato il centrosinistra, ma può sempre esserci una prima volta – quello che lascia un po’ dubbiosi è l’idea che un anno di pediluvi in acqua stagnante possa non generare, negli emiliano-romagnoli, il desiderio di scegliere chi e cosa debba condurli, nei prossimi cinque anni, verso un modello che produca, oltre alla ricchezza, anche maggiore equità sociale e ambientale.

Tra i tanti cliché da analisti si sente spesso dire, citando il più delle volte proprio gli Stati Uniti, che l’astensione alta è tipica delle “democrazie mature”. Io, invece, penso sia un’espressione nichilistica connaturata alla decadenza cui, prima o poi, vanno incontro tutte le grandi collettività.

Poiché amo la mia terra e penso sia tutt’altro che in decadenza, non posso non augurarmi che i suoi abitanti, tra due settimane, scelgano ancora una volta di andare a votare e cogliere il frutto più puro della nostra Costituzione, per quanto maturo, rifiutandosi di lasciarlo marcire.

È un “lusso” che noi, ora, non possiamo proprio permetterci.


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