Tredici storie di sopravvivenza alimentare ed esistenziale raccolte in un libro che sarà presentato il 14 novembre al Mast. Al centro di ognuna il concetto di ius cibi, ovvero il diritto universale a un’alimentazione adeguata, sicura e sostenibile
di Andrea Segrè e Ilaria Pertot, agronomi
Nessuno vuole essere povero, e ci mancherebbe. Tanto che quando pensiamo alla povertà siamo portati a credere che riguardi sempre gli altri. Viviamo in un mondo in cui l’apparenza conta sempre di più. Nessuno vorrebbe mai ammettere di trovarsi in difficoltà economiche.
Questo atteggiamento si riflette anche nel modo in cui ci si rapporta con il cibo. Se provi a chiedere alle persone se mangiano male, ti risponderanno quasi certamente di no (figurarsi a Bologna). Ma la verità è che molti italiani stanno già sacrificando la qualità della loro alimentazione a causa di disponibilità economiche in continua contrazione e (tanti) altri fattori, spesso non considerati, neppure dalle statistiche.
Se poi qualcuno afferma che «i poveri mangiano meglio dei ricchi» è chiaro che la confusione aumenta. In molti anni di frequentazione delle mense caritative non ci è mai successo di vedere questo fenomeno. Eppure proprio quell’affermazione dello scorso agosto, mai dimostrata, ci ha stimolato un approfondimento per capire non solo come mangiano i poveri, la risposta è scontata, ma anche gli “altri”. Ovvero chi dispone, apparentemente, di risorse adeguate.
Con il passare degli anni, la spesa per il cibo è diventata una voce che molte famiglie cercano di comprimere, rispetto al resto. Non solo perché il reddito disponibile si è ridotto e i prezzi al consumo sono aumentati, ma anche perché rinunciare al superfluo per mantenere una spesa alimentare adeguata ci farebbe sentire immediatamente più poveri. Infatti, spesso si percepisce ricco colui che può permettersi di acquistare il superfluo. Questo circolo vizioso porta a un primo paradosso: si spreca cibo non solo perché non gli sì dà valore, ma anche perché lo spreco diventa una sorta di status symbol. In altre parole, solo chi è ricco può permettersi di buttare via il cibo. Di conseguenza, chi è costretto a non sprecare viene visto come povero.
In effetti lo spreco di cibo è un “ottimo” esempio. È un fenomeno complesso, legato a molteplici fattori. Per esempio, da un lato, c’è il fatto che il cibo costa troppo poco: quando qualcosa è percepito come economico, tende ad avere poco valore e quindi, paradossalmente, è più facile sprecarlo. Dall’altro, c’è il meccanismo delle offerte che spesso porta ad acquistare cibi prossimi alla scadenza o in quantità eccessive, che poi non si riesce a consumare per tempo. Così, quel risparmio apparente si trasforma poi in spreco.
Le indagini che abbiamo svolto facendo “la spesa nel carrello degli altri” ci raccontano però anche di un secondo paradosso: i poveri sono spesso quelli che sprecano di più. L’acquisto di cibo a basso costo, magari come detto in offerta, porta all’accumulo di prodotti che non piacciono o che finiscono per scadere o deteriorarsi prima di poter essere consumati. Inoltre, la mancanza di una vera educazione alimentare porta a scelte alimentari non corrette, che spesso si traducono in acquisto di cibo di basso valore nutrizionale (costa poco e sfama subito) e di conseguenza in un’ulteriore forma di spreco che è la perdita di salute, le cosiddette malattie dismetaboliche.
Nel libro La spesa nel carrello degli altri. L’Italia e l’impoverimento alimentare (Baldini&Castoldi, 2024) raccontiamo 13 storie di sopravvivenza alimentare ed esistenziale non per giudicare, ma per comprendere. Perché dietro ogni carrello c’è una storia: una storia di vita, di difficoltà, di scelte obbligate. E, soprattutto, c’è l’impoverimento alimentare, che non è solo povertà economica bensì una condizione multidimensionale che sempre più persone in Italia stanno vivendo. Una contraddizione pensando che in Italia si parla solo di cibo, si fotografa, gli chef spadellano in ogni Tv…
Il nostro è un primo passo per capire meglio le dinamiche socio-economiche in corso perché non possiamo più permetterci di ignorare una realtà assai ignorata. Se vogliamo davvero affrontare la questione della povertà in generale e di quella alimentare in particolare, dobbiamo partire dalla comprensione delle vicende umane, spesso invisibili nei crudi numeri delle statistiche.
Il carrello degli altri ci guida dunque a conoscere i vecchi e nuovi poveri, i meno poveri e persino i più ricchi in uno slalom fra pensionati e disoccupati che da sempre devono contenere i costi della spesa, fra famiglie e monogenitori cui sempre più spesso il reddito non basta, fra figli, madri e padri che diventano troppo spesso preda di luoghi comuni e fake intorno alle diete e alle strategie nutrizionali, quando non sono ostaggio di disturbi alimentari o dipendenze.
Le pagine del libro, che sarà presentato al Mast di Bologna il 14 novembre alle 18:30 insieme al Cardinale Matteo Zuppi – che ne firma l’introduzione – e Francesco Spada, richiamano l’urgenza di riconoscere lo ius cibi, ovvero il diritto universale a un’alimentazione adeguata, sicura e sostenibile, E proprio per questo, chiamiamo tutti all’azione proponendo interventi concreti e strutturali di lungo termine, attraverso un sistema di politiche alimentari urbane integrate all’educazione alimentare in tutti i cicli di istruzione.
Perché gli “altri” un giorno potremmo essere noi.
Per dare un segno concreto del nostro lavoro abbiamo deciso che i proventi del diritto d’autore legato alla vendite della pubblicazione saranno destinati a MensSana, una mensa sociale di Bologna dedicata a persone in condizioni di fragilità socio-economica e con malattie legate alle sfera nutrizionale e dismetabolica. Un’iniziativa che contrasta concretamente l’impoverimento alimentare e che ha bisogno di sostegno.
