Oggi come allora siamo in campagna elettorale. All’epoca era segretario della Lega, oggi è vicepresidente del Consiglio. Visitando il campo sinti che voleva chiudere mancò volutamente l’appuntamento con la scorta. Ma nel mentre ne diede uno alla stampa. I centri sociali seppero. Lo assaltarono. Passò da vittima. Poi accusò la Polizia di averlo abbandonato. La Questura fu costretta a precisare che fu il suo staff a violare gli accordi. Da uomo di governo provi a fare buona politica, non l’opportunista
di Giampiero Moscato, direttore cB
Mezzogiorno, 8 novembre 2014. Giusto dieci anni fa. L’auto di Matteo Salvini, che voleva fare un sopralluogo al campo nomadi di via Erbosa per chiederne la chiusura, fu aggredita a calci, pugni e sputi dai centri sociali. Nel sottrarsi alle violenze la vettura investì due assalitori. Qualcuno ruppe il lunotto posteriore. Poco dopo, a incidente concluso, un cronista del “Carlino” fu malmenato da alcuni anarchici, riportando la frattura di un gomito.
Tensione altissima. L’ingresso nel campo non riuscì. Ma Salvini aveva raggiunto lo scopo. Si parlava di lui da vittima e dei “rossi” come violenti.
Anche allora, come oggi, si era in campagna elettorale per le Regionali. In campo, contro Stefano Bonaccini, c’era il candidato della Lega Alan Fabbri. Quello che divenne nel 2019 il primo sindaco di centro-destra a Ferrara, riconfermato nel 2024, era nell’auto assalita. A bordo anche Lucia Borgonzoni, la sfidante battuta da Bonaccini nelle successive Regionali.
Il leader della Lega, insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, in questo fine settimana è in città e regione per un tour a sostegno di Elena Ugolini. Spesso i suoi passaggi in queste terre creano incidenti. L’invito al vicepresidente del Consiglio è di evitare di alimentare le tensioni. Da un uomo di Governo c’è da aspettarsi, comunque è da chiedere, comportamenti responsabili.
Purtroppo i segnali non sono tranquillizzanti. È di qualche giorno fa l’insulto («Se qualche giudice si sente comunista si tolga la toga») che Salvini ha rivolto a un magistrato di Bologna il quale ha rinviato alla Corte di giustizia europea il decreto del Governo sui “Paesi sicuri”. Un magistrato che chiede a un giudice di rango superiore se sia corretto rispedire in Bangladesh un cittadino di quel Paese che ha chiesto asilo all’Italia è un comunista? O sta facendo il giudice? Chiedo per gli amici del “Capitano”.
Ecco, l’esempio di dieci anni fa può raccontare qualcosa sulla sensibilità istituzionale di Salvini. Allora, da segretario della Lega, tentò l’assalto non solo a una comunità sinti ma a una città e a una regione che più di altre rappresentano un ostacolo. Fu certamente vittima ma insieme stratega di una mossa elettorale che è possibile definire spregiudicata. Qualche sua decisione suggerisce che fu lui a cercare l’incidente quel giorno, contando sul fatto che i collettivi avrebbero reagito, creando il caso politico e mediatico.
Proviamo a ricostruire. Qualche giorno prima Borgonzoni si era introdotta insieme a una delegazione nel campo sinti. Ci fu un litigio e una giovane nomade prese a schiaffi la consigliera comunale, che poi avrebbe fatto querela e chiesto la chiusura del campo, come annunciò quel giorno il segretario della Lega su Facebook, confermando la sua visita dell’8 novembre. Salvini a quei tempi era sottoposto a scorta attenuata: significa che la Digos assicurava la copertura da casa sua al casello di Milano, ma non in autostrada, e a Bologna ci sarebbero stati altri agenti a prendersi cura della sua incolumità.
Così non fu. Non per colpa della polizia. La Questura di Bologna, dopo che le forze dell’ordine furono accusate dalla Lega di non aver protetto la delegazione, fu costretta a malincuore (da cronista dell’Ansa vissi il disagio dei funzionari di Piazza Galilei) a spiegare come davvero era andata. E chi aveva mancato ai patti. Cercare sul web “Salvini scorta Bologna 8 novembre 2014” per credere.
Da giorni la Digos era in contatto con lo staff di Salvini. Nel momento del suo arrivo in città ci furono 50 minuti di mancata informazione sugli spostamenti della sua vettura: spariti dai radar, nonostante gli impegni. Anziché fermarsi al casello di Borgo Panigale, come concordato, Salvini andò senza protezione all’appuntamento che, invece che alle Volanti, aveva dato ai giornalisti in un parcheggio vicino al campo sinti. La voce trapelò. Arrivarono gli antagonisti. Successe quello che successe. L’assalto fu condannato all’unanimità. Giustamente. Restò pure l’amarezza che tutto quel casino si sarebbe potuto evitare con un comportamento rispettoso degli impegni. Mancare a un appuntamento con chi è pronto a rischiare la vita per proteggerti e accusarlo di averlo abbandonato non è prova di lealtà. Magari di opportunismo.
«Questa non è politica – disse il “Capitano” nella conferenza stampa convocata subito dopo in un vicino hotel – il problema sono loro. Sono dei violenti. Denunceremo tutti quanti». Credo che la prima parte della frase sia bidirezionale. Nemmeno la sua è politica. La sua è qualcosa di diverso dalla nobile arte. Dieci anni dopo è lecito chiedere di cambiare atteggiamento. Provare a prendersi i voti governando bene, anziché con le scorrettezze mediatiche, potrebbe essere un modo per evitare altri incidenti. Di cui Bologna e la regione non hanno bisogno.
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