Il presidente della Regione, dopo la proclamazione ufficiale, ha chiarito qual è il primo punto della sua agenda: un Patto repubblicano col governo Meloni, una collaborazione fattiva tra le Istituzioni per risollevare un territorio devastato due volte in 18 mesi. Giusto. Ma la sua giunta dovrà battersi con la disaffezione della gente. Rianimare la partecipazione al voto ma anche all’impegno pubblico è un modo di aiutare il centro-sinistra, ben avvertito che avversari forti potrebbero batterlo
di Giampiero Moscato, direttore cB
Da mercoledì Michele de Pascale è ufficialmente il presidente della Regione, proclamato dalla Corte d’appello di Bologna. Poco dopo l’annuncio della magistratura ha chiarito subito qual è il compito più urgente della nuova Giunta. Rispondendo alla telefonata con cui la presidente del Consiglio si è congratulata, l’ex sindaco di Ravenna ha infatti per prima cosa aperto il confronto sul tema cruciale della ricostruzione e della messa in sicurezza del territorio regionale devastato da due alluvioni in meno di 18 mesi. Ha ovviamente ragione, la situazione è grave e prioritaria. Ma credo che la sua leadership regionale debba chiarire anche come intende affrontare un’altra e diversamente grave urgenza: la disaffezione della gente al voto e, ancor peggio, la perdita della passione politica, la crisi della partecipazione all’impegno pubblico.
La ricostruzione
«Spero che già nei prossimi giorni – ha sottolineato de Pascale, ringraziando Giorgia Meloni – si possa iniziare a lavorare con le Istituzioni preposte, a partire dal Comune di Bologna. Con Palazzo Chigi vorremmo un cambio di passo nei rapporti. Serve un grande scatto sulle opere da realizzare. Si possono legittimamente avere opinioni diverse su come sono andate le cose in questo anno e mezzo ma questa discussione rischia di non portare alcun risultato». Il primo segnale di collaborazione dal Governo che ha chiesto il neopresidente è un Patto repubblicano sul post-alluvione, tenendo conto che il generale Francesco Paolo Figliuolo entro l’anno terminerà il suo incarico di commissario straordinario. «Propongo uno schema chiaro: il presidente della Regione sia il commissario e ci sia un referente operativo a Palazzo Chigi, perché le norme devono essere cambiate. Poi serve affidamento reciproco. Meloni deve sapere che la struttura commissariale non verrà usata in alcun modo contro il governo, bisogna togliere lo scontro politico dalla ricostruzione».
Ha ragione da vendere, ovviamente. Lo aveva detto in campagna elettorale che se fosse stato eletto avrebbe fatto tutto il possibile per rimettere in sicurezza il territorio, far avere gli indennizzi agli alluvionati, far ripartire le aree alluvionate. Aggiungendo una frase molto bella: «Se ce la faremo non voglio essere ringraziato, perché è il compito che ci spetta. Ma se non riusciremo sarò il primo a considerarmi il responsabile». Lo ha ribadito anche mercoledì, rispondendo a una domanda sulla formazione della nuova giunta: «Mi confronterò con Elly Schlein, come con tutti i segretari dei partiti della coalizione. Sto ascoltando tutti, ma poi deciderò io. Se sarà una buona o una cattiva giunta la responsabilità è mia».
La buona politica
Ecco, questo impegno pubblico è un buon modo di fare politica. Che è quella cosa che, se fatta bene, porta fiducia a noi elettori, ancora attivi o in quiescenza. La vittoria alle Regionali e il forte successo anche nelle zone alluvionate e in una Bologna alle prese con tanti problemi sono, dal punto di vista del centro-sinistra, risultati incoraggianti. Ma a rileggerli con la lente dello studioso come ha fatto il docente Pier Giorgio Ardeni (qui) e a sentire anche cosa dice tanta gente, pure quella che ha votato, ci sono fortissimi segnali preoccupanti che emergono in Emilia-Romagna. Se avessero avuto un Giorgio Guazzaloca e magari maggiore fiducia, le destre avrebbero potuto vincere anche in questo 2024.
La composizione della nuova giunta dovrà tenere conto del fatto che l’elettorato vuole fatti e che non sopporta neanche solo l’impressione che gli incarichi di responsabilità si assegnino col bilancino. Il centro-sinistra ha ancora tanti talenti al suo interno: a governarci siano chiamati quelli capaci di fare politica e quelli migliori ad amministrare. Riuscirci sarebbe un gran bel segnale, anche per togliere al centro-destra un’arma usata molto anche in questa campagna elettorale. La politica non è un posto di lavoro: è un impegno di chi è capace al servizio della collettività.
Per parlare alla sinistra delusa si torni a parlare dei temi cruciali per quella gente ma, in nome di altre mission, troppo trascurate: l’occupazione, i diritti economici, la sicurezza sociale, il welfare, la salute. Tra gli eletti in regione e tra i tecnici del territorio ci sono persone che hanno le competenze giuste e lo spirito da civil servant. Si possono scegliere se si è capaci di resistere ad alcune vecchie e sbagliate pressioni egoistiche del ceto politico.
In bocca al lupo e buon lavoro, presidente.
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