Il libro di Giovanni Tosco, edito da Minerva, racconta l’impresa del numero 14 (come Cruijff) della Ddr che ai mondiali ’74, ospitati dalla sorellastra Germania Ovest, segnò la rete che diede la vittoria alla squadra del socialismo reale e umiliò i “padroni” di casa. Tempo dopo il trionfo, ritornando sul “luogo del delitto”, decise di restarci a vivere: “Goodbye Lenin”. L’ex calciatore dal 7 al 9 dicembre è in tour in Italia per raccontarsi. Organizzata dal Rotary di Bologna una tappa è a Modena
di Roberto Mugavero, “Edizioni Minerva”
Ho un ricordo nitido di quel giorno, grazie alla Grundig che mio padre aveva da poco acquistato proiettandoci dalla tv in bianco e nero a quella a colori. Era il 22 giugno 1974 e abitavo a San Lazzaro, via Caselle. In quei palazzi c’erano tanti ragazzini che come me amavano il calcio, pronti a seguire i Mondiali che si sarebbero disputati in Germania Ovest. E già, allora le Germanie erano due – c’era anche la Repubblica Democratica dell’Est, la Ddr – separate da quell’assurdo Muro alzato a Berlino nel 1961 dal Governo dell’Est per impedire il passaggio dei propri cittadini verso il “capitalismo”. Due Germanie, due Berlino. Simboli di quella “cortina di ferro” tra Nato e “Patto di Varsavia”.
A noi ragazzini importava solo tifare Italia ma in quel Mondiale sapevamo che c’erano altre squadre molto forti come la stessa Germania dell’Ovest. Argentina, Brasile, soprattutto la magica Olanda di Johan Cruijff. Di certo, nessuno avrebbe immaginato di assistere a una partita che avrebbe cambiato il destino delle due Germanie e – soprattutto – quello di un giocatore il cui nome era fino a quel giorno sconosciuto e poi assurse a gloria eterna. Si chiamava Jürgen Sparwasser e indossava la bella maglia azzurra bordata di bianco della Ddr. Aveva il numero 14. Lo stesso che aveva il campione dell’Olanda, Johan Cruijff.
Venne quel sabato della storica sfida, al Volksparkstadion di Amburgo, tra la fortissima Germania Ovest (i capitalisti) e gli “operai” socialisti della Germania Est. Fu la prima ma anche l’ultima volta che accadde.
Fu una partita molto combattuta, quando al 78’ la Ddr attaccò. Ci fu un traversone da destra. Lo intercettò di testa, fuori l’area di rigore, proprio quel calciatore dal nome così strano, Jürgen Sparwasser che si liberò e mise a sedere l’intera difesa rivale. Sparò una cannonata imparabile sotto la traversa.
Urla da stadio (come si dice), capriole, “compagni” di squadra a ricoprire di abbracci Sparwasser sdraiato a terra, incredulo ma felice. L’altra Germania si riversò all’attacco per pareggiare, ma quel giorno non ci fu nulla da fare.
Sparwasser con la maglia numero 14 divenne per la sua gente il simbolo della libertà tanto sognata. Qualche anno dopo, mentre si trovava per un torneo nella Germania dell’Ovest, quella libertà se la prese: decise con la moglie di non tornare più al di là di quel muro intriso di sangue. Fuggì lasciando a casa sua tutto ciò che aveva.
La notizia si diffuse e in molti fra i cittadini dell’Est la presero come la certezza che la libertà esisteva. Iniziarono anche loro a contestare il Governo di Berlino Est, a cercare di superare quel muro alto. Molti persero la vita colpiti dall’esercito. Ma anno dopo anno quella volontà divenne sempre più forte e il 9 novembre del 1989 (stesso mese e anno di quando nacque la mia casa editrice) il Governo dell’Est abdicò e iniziò a concedere la possibilità di visite all’Ovest. Quel giorno il muro iniziò a essere abbattuto dagli stessi cittadini a colpi di martello e scalpello. La libertà di Sparwasser divenne anche la loro.
La vita è strana e nel mio mestiere di editore mi capita che a volte siano le storie a bussarmi alla porta. Così è accaduto lo scorso anno, quando Giovanni Tosco, bravo giornalista di Tuttosport, mi propose di raccontare e pubblicare la storia di quel giocatore che lui recentemente aveva lungamente intervistato. Ricordai di quel Mondiale 1974, di quella storica partita e di quella magnifica Olanda con quel suo “calcio totale” e gli risposi subito: «Facciamolo!». Mai mi sarei immaginato che quel libro diventasse un successo editoriale in Italia e che un giorno sarei riuscito a organizzare un mini-tour italiano attorno al libro e con la presenza di Jürgen Sparwasser.
Eppure tutto questo è realtà. Da sabato 7 a lunedì 9 dicembre Sparwasser è in Italia a raccontarsi prima al Salone del Libro di Roma, poi al Circolo romano “Sparwasser”, a lui dedicato da quel famoso giorno. Quindi al Museo del calcio di Coverciano; a Modena (tappa organizzata dal Rotary di Bologna) e a Milano. Con una prenotazione di copertura mediatica che non avevo mai visto per un libro e il suo protagonista. Tutte le maggiori reti radio e tv hanno chiesto di sentire dalla sua voce quella storia di calcio e di vita. Sparwasser una volta ha raccontato di aver chiesto a sua moglie che sulla propria tomba non fosse messo il suo nome ma solo la data di quella partita e il nome dello stadio di Amburgo: «Sarà sufficiente per i tedeschi per sapere esattamente chi riposa li sotto».
I libri possono far avverare questi sogni. Fra poco sarà Natale e sarebbe bello se potessimo viverlo senza più guerre, violenze gratuite sulle donne e i più deboli. Avendo di fronte ai nostri occhi altruismo, serenità e felicità. Quella stessa felicità che aveva Jürgen Sparwasser alla fine di quella partita sapendo di aver fatto un gol che dall’Est andava all’Ovest. Un gol di pace e di libertà.

Un piccolo particolare. Il gol di Sparwasser avvenne al 77esimo minuto non al 78esimo.