Si muove la città con le piazze, i giardini e tanta gente a teatro

Dopo qualche mese di osservazione, ritorna la nostra strana finestra sul teatro bolognese, il bloc notes di Cantiere senza pretesa di costanza. Il taccuino si riapre perché le Stagioni sono entrate nel vivo. Con quel tocco di natalizio per i vicoli e le strade, Bologna acquista ancora più magia, dentro e fuori dai teatri

di Cristian Tracà, docente


Nel weekend che si è appena concluso, densissimo di appuntamenti in città tra festival, convegni e spettacoli, i teatri più grandi del centro storico hanno celebrato due successi di pubblico, legati a due lavori di regia importanti, molto distanti dal canone classico, premiati dalle rispettive platee con applausi scroscianti.

Sul miracolo scenico a cui abbiamo assistito all’Arena del Sole dirò solo questo: “Sotterraneo” prende “Fahrenheit 451” di Bradbury e lo rende ancora più capolavoro di quanto già non sia. Un ritmo incredibile, trovate sceniche eccezionali per gridare l’amore per il teatro e per la cultura e respingere quel fantasma che aleggia sull’Europa che torna a usare gli accenti della guerra e del nazionalismo autoritario. Difficilmente mi è capitato di desiderare che uno spettacolo ricominciasse, ma al contempo di non vedere l’ora che cominciasse l’applauso per rendere omaggio a un grande lavoro musicale e di scrittura scenica.

Ineccepibile davvero: il fuoco che da elemento di coesione e sviluppo del linguaggio per l’essere umano diventa arma di distruzione e barbarie, per ridursi nel culmine della distopia a jingle per attori ridotti a clown che fanno ridere senza pensare: è il flo rosso che si snoda in mezzo a delle scene potentissime. Bello da far commuovere.

Più spazio, consentitemi, a quanto avvenuto al Teatro Duse, che ha ospitato l’Amleto al quadrato di Filippo Timi, capace di spostare ancora più in là la soglia della provocazione. L’attore umbro non è nuovo al lavoro di smontaggio sacrilego dei mostri classici del teatro, degli eroi della letteratura teatrale. Ci aveva lasciato le penne già Don Giovanni. Adesso tocca all’uomo del dubbio, che per l’occasione parla a un teschio glitter.

Un eroe intrappolato in una gabbia dorata dove licenziosamente alterna parodie, metateatro, carnevalesco. Intertestualità à gogo, non sense alternati a squarci molto centellinati di battute più fedeli al dettato shakespeariano, che per questa rarefazione diventano ancora più forti.

Timi rivolta come un calzino il personaggio, lo rende antieroe e poi si prende gioco di lui uscendo dai panni e fustigando in modo straniante il personaggio, il genere, lo stilema tragico. Amoreggia con chi gli capita a tiro, ammiccando alla follia, interpretata da una bravissima Marina Rocco nei panni di una Marylin persa nel suo labirinto a osservare, fornita di pop corn, il crepuscolo dell’uomo simbolo dell’età moderna.

L’apice si raggiunge quando Gertrude, nell’interpretazione clamorosa di Lucia Mascino, guadagna il centro del palco spingendo il dialogo alle profondità delle viscere, reclamando il suo spazio di libertà come donna, respingendo l’ossessione (un po’ edipica) del figlio che la vuole intrappolare nel ruolo di madre e moglie del padre.

Il fantasma del padre ha tratti così incerti tra sogno e realtà che i confini del genere sfumano, probabilmente per un preciso ribaltamento che ha significati profondi nella dimensione del regista, ma che in superficie appare come intermezzo farsesco.

Come leggere l’interferenza con Pinocchio se non con il riferimento al desiderio del burattino di avere un padre, padre che però è anche nemico e attore del complesso che Freud ha teorizzato, a tal punto che sembra più femminile che maschile nel sogno premonitore.

Nonostante scelte lessicali molto decise e una lettura abbastanza scardinante, il pubblico non si scompone, apprezzando il clima piacevole da varietà, l’invito a non prendersi sul serio, ad accettare la parodia come regime dove si può giocare anche sulle commistioni impossibili. Nei buchi di quella gabbia vestita a festa si intravedono però squarci come nel cielo raccontato da Paleari-Pirandello.

Le sale piene, in entrambe le circostanze, sono un gesto di grande speranza. Uno dei modi più entusiasmanti per dare fiducia alle generazioni future è vedere come ancora c’è un fermento che pullula all’interno e all’esterno della ribalta, che centinaia di persone pagano un biglietto per vivere un rito collettivo di pensiero.

P.s. A proposito, se non l’avete ancora fatto, prenotate un posto per vedere “Le amarezze”, spettacolo per la regia di Andrea Adriatico da un testo di Koltes che andrà in scena il 10 e 11 dicembre a Teatri di Vita. Pochi posti disponibili: assolutamente consigliata a chi ama essere trascinato in un’esperienza non comune di visione e di scena.


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