Inquinamento musicale, una piaga contemporanea in ogni luogo della vita. Brevi cronache di disagio acustico in un minimarket del centro e in un negozio accanto al Paladozza: «Preferirei un bel silenzio». «Ma a me spacca le orecchie». La musica, osservava Kant, è inurbana perché si impone anche a coloro che non la vogliono sentire: secondo un’indagine, ben di più di chi adora il rumore. Una buona ragione, offerta agli inquinatori musicali, per imparare la moderazione. Abbassare il volume forse conviene
di Ugo Berti Arnoaldi, Biblioteca del Mulino
Una mattina di ottobre, tra le nove e le dieci. Il minimarket di via d’Azeglio è semideserto. Sarebbe anche tranquillo, se non ci fosse la radio che trasmette a volume non proprio moderato un dialogo tra due conduttori allegri e molto vivaci.
Dico all’uomo del banco salumi e formaggi: «Ma è proprio necessario ascoltare la radio?» Dice: «Eeeh, ma sarebbe un mortorio». Dico: «Capisco della musica, ma delle chiacchiere?». Dice: «Eeeh». Riprovo alla cassa: «Ma è proprio necessario ecc.?». La cassiera: «A quest’ora Rds trasmette questo, non c’è un’altra opzione». Dico: «Ci sarebbe spegnere la radio». Dice decisa: «Ah be’, io senza musica non ci lavoro. E poi non è così alto». Dico: «La mia prima reazione sarebbe di uscire». Dice, tenendo a freno il malumore: «Lei è il primo che si lamenta». Dico, più per me che per lei: «Gli altri si saranno rassegnati».
Tempo fa mi capitò di andare in un negozio di cose sportive vicino al Paladozza; era di prima mattina e il vasto interrato in cui scesi alla ricerca di un paio di ciabatte per il mare era vuoto. Vuoto ma non silenzioso, perché sia una televisione sia una radio erano in funzione mescolando le musiche rispettive. Fatto l’acquisto, avviandomi all’uscita chiesi al commesso se la cosa andasse avanti così tutto il giorno. «Ma sa» – disse – «altrimenti qui c’è un silenzio che spacca le orecchie».
Insomma il nemico non è il rumore ma il silenzio. Il silenzio disturba, mette a disagio, fa paura. Se tale è il silenzio, il rumore ne è la cura.
Esiste dunque un piacere del rumore. Agli amanti dei fragori di Formula Uno, YouTube offre infinite registrazioni dedicate; per esempio “Best sounding racecars ever“: 18 minuti di solo baccano paradisiaco, 112mila iscritti, 1.914.000 visualizzazioni. Persino il rumore delle esplosioni può dare piacere: mortaretti, castagnole, fuochi d’artificio, spari allietano da sempre le occasioni di festa e di carnevale insieme a vari altri noise makers.
Il fatto è che agli uomini piace vivere in società e la società ha un sonoro: il rumore è rassicurante, certifica che non sei solo. Lo aveva già notato Chateaubriand: «Abbiamo bisogno di finestre sulle vie, sui mercati, sugli incroci. Tutto quello che si agita e fa rumore ci piace».
Il rumore è attributo della socievolezza, condimento dell’allegria, della compagnia, del movimento. Ancor più quel particolare rumore che è la musica. Dove c’è musica c’è festa. Bar, ristoranti, alberghi, negozi, supermercati, sale d’attesa, palestre, piscine, taxi, stazioni, aeroporti accendono la musica nella presunzione di offrire un dipiù di accoglienza. Vieni, entra, qui si sta bene.
I bar chiamano all’happy hour, i ristoranti usano la musica per emulsionare in un unico fracasso le conversazioni dei singoli tavoli; le palestre danno il ritmo. Si va dal grado zero, rumore in purezza, offerto da quegli esercizi che infliggono, come il minimarket di via D’Azeglio, l’ascolto di radio commerciali, inclusi i dialoghi dei conduttori e le interruzioni pubblicitarie, a più elaborate proposte musicali tailor made fornite da società ad hoc: articolate per fasce orarie, o per pubblico. Un bar del Pavaglione, per esempio, propone jazz nelle ore più tranquille della mattina, e pop all’happy hour. Con la stessa logica una palestra di via Albiroli alterna nel corso della giornata liste di musiche diverse per terminare all’ora della chiusura con qualche nota di musica classica, forse per spaventare i clienti e accelerarne l’uscita.
Studi sulla cui solidità non giuro arrivano a identificare il genere di musica adatto ad allungare la permanenza dei clienti nel negozio o nel supermercato, a favorire gli acquisti, a far consumare al ristorante vino più costoso, persino ad aiutare a mantenere una dieta: una ricerca dell’Università di Oxford (e qui metterei un punto esclamativo) mostra che la musica ascoltata a tavola è in grado di influenzare il gusto di ciò che si mangia. Un opportuno «sonic seasoning» dove gli ottoni sostituiscono i sapori amari e le note acute lo zucchero «può arrivare a rendere un piatto il dieci per cento più dolce o più salato». Altre ricerche, la maggior parte, arrivano a calcolare la relazione fra la diffusione della musica e l’aumento delle vendite, l’aumento della produttività sul lavoro, e della produzione di latte nelle mucche (3% in più la musica lenta, classica o country, 2% in meno quella veloce come rock o heavy metal) e persino del vino nelle vigne trattate a Mozart.
Vari anni fa all’aeroporto di Gatwick una campagna di interviste mise in luce come dei 95mila intervistati il 43% fosse contrario alla diffusione della musica e solo il 34% favorevole. Un risultato che suggerisce che diffondere musica, nei bar come negli aeroporti, è un atto delicato che può portare anche effetti negativi, se non ci si chiede quale musica e soprattutto a quale volume.
La musica, osservava Immanuel Kant, è intrinsecamente inurbana perché si impone anche a coloro che non la vogliono sentire. E forse questi non sono solo pochi attaccabrighe. Una buona ragione, offerta agli inquinatori musicali, per imparare la moderazione. Abbassa la tua radio por favor, forse conviene anche a te.

E la musica “sparata a palla”, che alle due di notte esce dalle porte dei bar per salire come un tossico fumo lungo i muri delle strette vie del centro per entrare dalle finestre fin dentro le camere da letto dei residenti?
Serve forse a dare un messaggio: “Oh, voi scassamaroni che qui insistete a vivere, andate a vivere altrove e lasciate questa via alle brame di noi baristi della notte”?
Il problema non è solo della musica che diventa rumore insopportabile, a volte dannoso alla salute (superando i decibel stabiliti da norme di legge) prodotta o persino diffusa all’esterno da negozi, bar e altri esercizi privati: ancora più in-civile quella prodotta e diffusa negli spazi pubblici, piazze e strade.