Dal laboratorio cittadino della famiglia Biagi a quello di Marco Fabbri sull‘Appennino, passando per generazioni di grandi musicisti come Nildo Marcheselli e Nicolò Quercia. E a novembre una delibera comunale ha inserito il ballo nel registro della De.Co Bologna nella sezione “Sapere Tradizionale”
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
Quello dell’organetto bolognese è un universo che di primo acchito potrebbe celebrare il passato appartenente a una comunità insolita. Invece, se ci si avvicina senza pregiudizi, mette in luce una semplice e straordinaria bellezza, assimilabile a un panorama mozzafiato giallo autunno, emozione suscitata non solo dalla sua storia, ma soprattutto dalla ricchezza dei suoi suoni. Un effetto che sembra seminato sul terreno della sincerità, necessaria ad arrivare dritti al cuore di chi ascolta o ancor meglio di chi balla la Filuzzi.
Come ogni storia, la strada che porta a questo mondo è popolata da vicende intrecciate a persone, luoghi e tempi che hanno abitato anche l’altro secolo. Andrea, erede della famiglia Biagi di Bologna, racconta del bisnonno Ettore, andato a bottega dall’artigiano di Lugo Luigi Orioli detto “Farinon” nel 1906, che aprì il laboratorio in via Marghera 14, oggi via Fratelli Rosselli, in seguito trasferito e operante fino al 1991 alla Bolognina in via Antonio De Vincenzo. Ettore, riconosciuto dall’ambiente musicale come uno dei primi costruttori di organetto bolognese, lo rammenta intento all’accordatura, seduto davanti a una sorta di macchina per cucire: il mantice azionato da un pedale.
Il laboratorio lo ricorda anche per «il profumo della colla, uno stick, perennemente a bagno in un pentolino scaldato su un fornelletto a gas». Dello strumento porta un pezzo della storia attraverso un registro redatto al principio dal suo bisavolo e in seguito prima da suo nonno e poi da suo padre, dove, dei 620 organetti costruiti fino al 1960, si tracciano le caratteristiche, gli acquirenti e il costo. Il primo strumento, si legge, fu venduto nel 1906 a un compratore di San Giorgio di Piano per 80 lire. Del nonno Attilio viceversa ricorda che nel 1922 applicò il logo “Biagi Bologna” sul dispositivo musicale e, in seguito, fu artefice di un’evoluzione importante apportata all’organetto bolognese, passando dal diatonico (esemplare che emette premendo lo stesso tasto diversi suoni a seconda se il mantice è in espansione o contrazione) all’unitonato cromatico (modello che fa corrispondere a ogni tasto una nota soltanto).
Per Andrea «il fascino dell’organetto bolognese sta anche nell’espressività legata direttamente al temperamento del musicista, tanto che durante l’esecuzione dei brani sembra diventare un’appendice fisica dello stesso». A proposito di suonatori di organetto, quello maggiormente ricordato dal nonno era Nildo Marcheselli (qui), «un nome già conosciuto perché suonava all’Eiar. Ottimo strumentista, sapeva intrattenere il pubblico, capace con il suo brio di coinvolgere e arrivare al cuore della gente».
Oggi, della passione e determinazione legata a quel mondo, cosa resta? Tra le altre cose, si trovano tracce nei progetti musicali messi in campo nel giugno 2024 da un trio che ha sfornato l’album “Trio Quercia Visita Fabbri”, un’occasione maturata tra suonatori professionisti dell’organetto bolognese che offre reinterpretazioni di pezzi storici della Filuzzi e segna anche una sorta di passaggio del testimone da Marco Visita Marcheselli al giovane Nicolò Quercia. Di Marco Fabbri voglio ricordare che, oltre a essere un ottimo musicista di Bandoneon e organetto bolognese, collaboratore di tanti cantanti fra i quali l’indimenticabile Milva, è anche conosciuto per la destrezza artigianale acquisita nella riparazione degli strumenti. Nel raccontare il suo mestiere rileva la soddisfazione che lo affascina maggiormente: la fase di rinascita dell’organetto, un momento che descrive come un miracolo paventato nel suo laboratorio, situato nell’Appennino bolognese a Gnazzano frazione di Loiano, che riporta in vita lo spirito di chi ha suonato prima il pezzo riparato o riassemblato.
Dell’ambito legato all’organetto, resta da segnalare che per il ballo alla Filuzzi ultimamente, è arrivata l’iscrizione nel registro della De.Co Bologna nella sezione “Sapere Tradizionale” che come riportato nella delibera comunale (diventata esecutiva il 26 novembre 2024) è un’attestazione che mira proprio a «salvaguardare, valorizzare e promuovere al grande pubblico le risorse del territorio, le culture locali, le peculiarità produttive, i saperi e le attività tradizionali maggiormente rappresentative dell’identità locale». E chissà se in futuro, dopo questo riconoscimento, non arrivi per il cosmo Filuzzi anche l’entrata in qualche sezione di museo (leggi Palazzo Pepoli) che si occupa della cultura della nostra città.

Mi chiamo Carlo Bigoni riparo organetti e non solo, a Bologna e quanti organetti Biagi o Farinon mi sono capitati tra le mani Una Vera Meraviglia!!! Io stesso posseggo un’organetto Biagi e un Farinon di Lugo…Bell’articolo!!! Complimenti!!!