Immagine di un bel tempo che fu: il padre della musica da ballo bolognese ha una strana postura nel suonare l’organetto. Poggia il piede su una sedia e con la gamba piegata dà forma al piano sul quale regge lo strumento. Le mani lo stringono, le dita arpionano le note. Il corpo è chino a concordare i suoni con le vibrazioni del contrabbasso e della chitarra. Si può pensare che quest’atteggiamento servisse per meglio seguire la melodia? Di certo con quei ritmi Bologna uscì dal buio della guerra
di Vincenzo De Girolamo, giornalista
Guardate le foto di Leonildo Marcheselli, il re della Filuzzi, e confrontatele con la suggestione che arriva da Paolo Fresu, il jazzista di Berchidda, nel libro “Musica Dentro” in cui parla del suo modo di stare in scena. «Le mie posizioni sul palco, specie quando suonavo seduto, diventavano sempre più fetali, mi raccoglievo su me stesso con la gamba destra attorcigliata sulla sinistra o attorno alla gamba della sedia, intento a trovare la giusta concentrazione ma soprattutto il suono dentro e fuori di me. Questo perché mi ero accorto che suonando verso il basso potevo percepire meglio le frequenze degli altri strumenti …». Sarà stato così anche per Leonildo, quando con il corpo chinato sul suo organetto sembrava cercasse qualcosa?
Di certo ci sono, per il musicista di Longara, il risultato dell’azione sul mantice, la pressione sui tasti, la rivoluzione dell’aria che entra silenziosa e si trasforma in onda sonora all’uscita della cassa armonica dell’organetto bolognese, grazie a una tastiera formata da dodici tasti di cui nove sulla prima fila e tre sulla seconda, messa a punto negli anni ‘30 dai liutai Ettore e Attilio Biagi.
Il suo suono, a chi fu protagonista di quelle notti speciali, periodo post bellico, riporta storie della nostra città, pezzi di vita tra sale e balere in compagnia di suonatori e della sfrenata voglia di mordere la notte dei biassanot. Nell’evocare queste atmosfere non si può fare a meno di ricordare che nella vita della sala da ballo tutto aveva una scansione. I ballerini in pista fermavano i loro passi, sintonia tra la guida dell’uomo e i movimenti della donna, solo quando il capo orchestra pronunciava le parole «A sedere… sedere». La pausa permetteva di aprire la sfilata dei camerieri, che arrivava dopo l’esecuzione dei tre brani: mazurka, polka e walzer. Allora chi, accaldato, aveva accompagnato il walzer con la danza a passi sincopati, volteggi e movimenti sviluppati lungo l’intera pista da ballo (il cosiddetto “frullone”, serie di giri rigorosamente effettuati a sinistra, marchio di qualità del ballerino filuzziano), vedeva come un miraggio queste figure di bianco vestite che si avvicinavano col vassoio. Che sollievo dopo acrobazie, sgambate, pivot e l’apice nei balli a chinino, leggasi polka chinata.
A sentirlo raccontare oggi, sembra di abitare in un sogno tra viali e strade, piazze, ritrovi notturni e schiamazzi, la voglia di vivere, di uscire dal buio della sciagura bellica. Bologna conobbe un tempo caratterizzato dalla presenza di un gran numero di luoghi dove ballare: soprattutto la Filuzzi, genere musicale affermatosi pienamente verso la metà del secolo scorso. I musicisti che avevano come luogo di ritrovo i bar di via Indipendenza o di Piazza Maggiore, valga per tutti il Modernissimo, nel formare i gruppi di tre o quattro elementi (organetto bolognese, contrabbasso, chitarra e in seguito batteria), in città non prevedevano nelle loro formazioni la presenza di strumenti a fiato. Quando si esibivano gli piaceva giocare con l’esecuzione dei brani accelerandone il ritmo. L’opera e la sensibilità dei musicisti doveva essere un filo teso ai ballerini che con la loro danza esprimevano sicurezza e capacità acrobatica attraverso forza e precisione.
Ma com’è arrivato Leonildo Marcheselli a diventare il padre della Filuzzi? La sua avventurosa parabola artistica può riassumersi nel motto tratto dal libro di Chiara Valerio “Chi dice e chi tace”: «Se a qualcuno piace una cosa e si avvicina troppo alla fine, finisce dentro». E così è stato per lui, arrivato a cogliere enormi successi partendo da una famiglia di braccianti agricoli di Longara, frazione di Calderara di Reno. Ricordiamo per esempio che ricevette, dall’Accademia Lanaro della Libera Scuola di Fisarmonica, il Diploma ad Honorem per l’abilitazione all’insegnamento della Fisarmonica attraverso la prassi dell’educazione musicale impartita a tanti allievi, tra i quali figurano anche Lucio Dalla e Fio Zanotti. E che fu protagonista in tante trasmissioni radiofoniche nell’intervallo della radiocronaca delle partite del Bologna Fc prodotte dalla Rai di Bologna.
Il figlio Paolo a tal proposito ricorda l’invito rivolto alla madre dal parroco di Longara, proprietario di un apparecchio radiofonico: «Vieni Flora che c’è Nildo che suona». Va menzionato poi il suo calendario delle serate, sempre pieno, tra il Garden o il Florida, il Circolo dei Tranvieri o il Drago Verde, restando in cartellone per 12 anni di fila al Giardino delle Rose, dalle parti dello Stadio. Non da meno sono i due milioni di dischi venduti e il contratto ventennale con la casa discografica Durium di Milano.
Tutto questo porta a pensarlo ancora nella città vecchia, con i figli Marco e Paolo con Gianni Gitti, in collaborazione con il Dams nelle persone di Roberto Leydi e Placida Staro, nei momenti in cui realizzarono il disco documento “La tradizione del liscio in Emilia-Romagna”. E chissà se oggi qualche figura che accompagna la fiumana turistica lungo le vie del centro bolognese ricorda, come riportato nel libro “Tòtt A Balèr” di Marco e Paolo Marcheselli, «…Bologna, una città che alla cultura della danza deve molto».

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