Attilio Perrone Capano, il diplomatico antifascista e la lapide che non c’è

Napoletano, segretario di Legazione a Budapest, alla caduta del Duce scelse di restare fedele al Re. Arrestato e trasferito in Italia, per vie perigliose fu rifugiato nel Collegio San Luigi, retto da un oppositore del regime. Da lì tentò di raggiungere l’Italia libera ma una bufera sul Cimoncino lo uccise, giusto 80 anni fa. Per motivi formali l’istituto di via D’Azeglio declinò il progetto di commemorarlo: per il mondo cattolico un’occasione perduta di ricordare i propri meriti nella Resistenza

di Ugo Berti Arnoaldi, Biblioteca del Mulino


Lo trovarono sotto il Cimoncino, disteso sugli avanzi di un nevaio che si andava sciogliendo, ai primi di maggio del 1945. Attilio Perrone Capano, giovane diplomatico napoletano, era lì da quattro mesi: da quando, vestito incongruamente con cappotto e scarpe da città, aveva tentato di attraversare il fronte e raggiungere l’Italia libera per quell’itinerario di montagna. Nel nevosissimo ultimo inverno di guerra era stato sopraffatto e ucciso dalla bufera. La notte del 2 gennaio, ottant’anni oggi.

Il cammino che aveva portato Perrone Capano a morire in quella maniera disgraziata sull’Appennino modenese era cominciato a Budapest, dove era arrivato come segretario di legazione nel giugno 1943, un mese prima della caduta del regime fascista. La nascita della Repubblica di Salò, a settembre, aveva creato a Budapest una situazione paradossale, con due legazioni italiane, una fedele al Regno d’Italia e una neofascista. Perrone Capano era della prima. Quando poi nel marzo 1944 l’Ungheria decise di non riconoscere la legazione del Regno del Sud, i suoi funzionari furono arrestati e dopo cinquanta giorni di carcere avviati in Italia dove Perrone fu internato in un albergo di Lumezzane in Val Trompia, poi in un istituto religioso di Cesano Boscone.

Qui con altri tre compagni decise di sfilarsi e di riparare a Bologna, con l’obiettivo di passare le linee e riprendere servizio; era ormai metà ottobre, un momento in cui la liberazione della città pareva questione di settimane. Ma, come è noto, non sarebbe stato così, e ai fuggitivi non rimase che adattarsi a un lungo periodo di clandestinità; aiutati dai coniugi Dal Fiume, cugini di Toni Giuriolo (qui), vennero ospitati nel Collegio San Luigi che, retto da un energico e attivo antifascista, il padre Antonio Beati, nel 1943-45 era nascondiglio per ricercati, riparo di ebrei e renitenti, deposito di armi e materiali, sede di riunioni clandestine. Ma appunto per questo sotto osservazione da parte della polizia fascista.

La permanenza dei quattro a lungo andare diventava pericolosa per sé e per il collegio, sicché a fine dicembre Perrone prese la decisione di passare le linee. Il fronte nell’alto Modenese era permeabile, passavano in tanti, compresi molti disertori delle formazioni repubblichine; Perrone trovò il contatto che il 29 dicembre lo portò con altri a Sestola. Fece base a Roncoscaglia donde infine il 2 sera insieme a una piccola truppa si mise in marcia, direzione Cutigliano, nel pistoiese.

Come racconta un ben documentato e affettuoso libretto di una nipote, Eva Framarino dei Malatesta (qui), la famiglia a Napoli aveva saputo che nel corso della traversata Attilio si era fermato esausto, lasciando proseguire gli altri; nessuno però era in grado di dire che cosa fosse accaduto dopo, né vi era modo di completare le ricerche prima della fine della guerra. Appena possibile, cioè a fine aprile, i familiari si precipitarono in zona, potendo arrivare con l’auto solo a Lizzano; di lì Sandro, il cognato, proseguì a piedi per Fanano, Sestola, Roncoscaglia. Sarà lui a trovare il corpo e a organizzarne il recupero, prima a spalle fino a Canevare, poi a Lizzano. Qui il 3 maggio la bara fu ospitata nella tomba Lanzoni-Filippi dove rimase fino all’autunno, quando si poté traslarla nella tomba di famiglia a Napoli.

E qui finisce la storia del giovane diplomatico fedele alla monarchia. Una coda tutta bolognese di questa vicenda emerge però dalle carte di mio padre (Francesco, avvocato, partigiano, scrittore, ndd) che nell’aprile 1959, come segretario dell’Unione bolognese della Resistenza, si adoperò per realizzare il progetto di Renato Perrone Capano, che intendeva collocare una lapide a ricordo del fratello nell’ultimo luogo dove aveva vissuto, il Collegio San Luigi.

L’avvocato Perrone aveva già preparato il testo, chiesto l’adesione del Ministero degli Esteri (disponibile purché l’iniziativa non avesse «carattere strettamente politico o addirittura fazioso») e ottenuto quella di personalità come Enrico De Nicola e Giovanni Leone. Occorreva però l’approvazione dei Barnabiti. Interpellato con mille cautele, il nuovo rettore del Collegio si esibì in una melina da manuale: da un lato occorreva l’autorizzazione dei superiori a Roma, e poi ostava il fatto che la lapide non riguardava un ex allievo del Collegio. Si tentò la via indiretta di Lercaro: fu spiegato che gli Ordini non dipendono dal cardinale ma dai loro Generali, e che sono molto gelosi della loro indipendenza; in sostanza un’altra melina.

Dopo un anno la corrispondenza termina, con la rinuncia dell’avvocato Perrone. La lapide al San Luigi non c’è. Per il mondo cattolico un’altra piccola occasione perduta di ricordare i propri meriti antifascisti.


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