Uno bianca e strage alla stazione: qualche dubbio, tante certezze

È in corso una nuova inchiesta sulla banda dei fratelli Savi. Ci sono interrogativi per cui molti familiari delle vittime chiedono di accertare complicità e coperture. Sulla bomba fatta esplodere il 2 agosto ‘80 sentenze emesse da corti diverse sostengono la matrice neofascista e la copertura dei servizi segreti deviati e manovrati dal piduista Licio Gelli. Anche in questo caso c’è chi punta il dito contro la giustizia. Saremo pronti a raccontare nuove verità. Ma solo in presenza di prove nuove. In calce, il commento di Eva Mikula

di Giampiero Moscato, direttore cB


Uno Bianca. Strage alla stazione del 2 agosto 1980. Sono giorni intensi per chi ha memoria dei tragici fatti che colpirono Bologna. A quasi 45 anni dalla bomba che fece 85 morti e oltre 200 feriti nella sala d’aspetto di piazza Medaglie d’Oro, e a più di 30 anni dall’arresto della banda di Roberto e Fabio Savi, composta per cinque sesti da poliziotti, continuano a susseguirsi le inchieste e addirittura le sentenze. Storie di dolore infinito. Storie infinite di cronaca giudiziaria. Con molti dubbi, con tantissime certezze.

Non sono più un cronista. Lo fui dal 1981, in varie testate, fino al 2018, quando andai in pensione lasciando nell’Ansa, l’agenzia di stampa che ho servito per 33 anni, qualcosa di più del cuore. Continuo, in altre vesti, a fare il giornalista. Qui, sulle pagine del Cantiere, e nel Master in Giornalismo, da docente e tutor di nuove leve di una professione tanto in crisi quanto mai sempre più necessaria, a dispetto dei troppi che gongolano a vederla morire (¡No pasarán!). Mi pronuncio da lettore, in questo caso, affidandomi alla sapienza dei colleghi ancora sul campo e con gli strumenti dell’esperienza.

Uno bianca: qualcosa si muove. La procura sta indagando, spinta dagli esposti di alcuni familiari delle vittime, a firma degli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, e dagli spunti investigativi del giornalista Massimiliano Mazzanti. Agli atti anche le intercettazioni, acquisite dai carabinieri, fatte nell’ambiente familiare della cosiddetta superteste Simonetta Bersani. All’epoca fu l’accusatrice di alcuni esponenti della mala del Pilastro, poi scagionati processualmente, almeno finora, dall’arresto della banda dei Savi e dalle loro confessioni, rafforzate dalle dichiarazioni di persone a loro vicine, come per esempio la fidanzata del “lungo”, Fabio, la rumena Eva Mikula.

La verità ufficiale, quella che esclude un secondo livello oltre a quello costituito dai tre fratelli Savi e dai tre loro complici, non convince molti dei familiari delle loro vittime e anche una serie di cronisti di lungo corso. La presenza di un quarto uomo nell’eccidio dei carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu, il ruolo del brigadiere dell’Arma Domenico Macauda (interrogato dalla procura di Bologna oppose la facoltà di non rispondere: la tortura in Italia non è consentita, dico a chi parla di pista non seguita) e altri elementi di dubbia interpretazione sono alla base della richiesta di nuove indagini, per accertare eventuali livelli di controllo o di copertura della gang.

Da ex cronista e da lettore aspetto di capire se ci siano effettivamente elementi nuovi tali da fare emergere complici o manovratori della banda, rimasti finora oscuri e addirittura occultati. So che le confessioni incrociate dei Savi e della Mikula, subito dopo le catture, furono molto precise e dettagliatamente uguali.  Sono laico e aperto a sviluppi che contraddicano questa giudiziaria verità e non sarò in nessuno imbarazzo qualora si dimostrasse un giorno che la giustizia (io credo che sia stata fatta) in realtà abbia colpito solo una parte di quell’atroce macchina da guerra che fu la banda della Uno bianca. È molto facile sollevare dubbi. Più difficile dimostrarli. Finora chi li ha sollevati non mi ha convinto. È colpa mia se non sono convincenti? Quando ci saranno nuove prove tali da dimostrare che i dubbi sono fondati sarò lieto di raccontare anche io la nuova verità. Alimentarli senza elementi certi forse aiuta ad avere visibilità ma rischia di illudere.

All’inizio ho accennato alla strage alla Stazione, a margine della Uno Bianca. Siccome dubbi vengono espressi anche sulla matrice fascista dell’eccidio del 2 agosto ’80, e sulle manovre dei servizi segreti deviati e del capo della P2 Licio Gelli, vorrei ricordare che sono oramai una decina i processi istruiti da corti diverse. Tutte le sentenze ribadiscono come quell’ordigno sia stato fatto esplodere da mani nere, coperte da mani sporche: la condanna contro i Nar, definitiva; quella contro Luigi Ciavardini, all’epoca minorenne; quella contro i depistatori Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte; quella contro Bellini; quella contro Cavallini.  Dubitare è lecito e anzi è doveroso. Più difficile, e forse non del tutto corretto, ipotizzare che tutte queste corti abbiano mancato al loro dovere di condannare solo al di là di ogni ragionevole dubbio. Anche in questo caso aspetto prove convincenti che i colpevoli siano altri e che tanti giudici italiani siano così incompetenti o peggio da mandare all’ergastolo gente innocente.

Resto in attesa. Con calma e senza imbarazzo alcuno. Da ex cronista e da giornalista attivo sento come dovere morale non atteggiarmi a giudice e piuttosto provare a essere testimone onesto di quello che apprendo. Per riportarlo secondo le regole della nostra civiltà giudiziaria e politica. Questa la mia idea del giornalismo. A imbastire le trame sempre e comunque è meglio la fiction.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, Eva Mikula ha scritto questo commento. In accordo con l’autrice, lo pubblichiamo qui per garantire, com’è nostra abitudine, un dibattito aperto e trasparente

di Eva Mikula

«Scrivo dopo aver letto l’ultimo articolo di Giampiero Moscato. Se dietro “il lettore” che scrive c’è un giornalista che ha seguito da vicino la vicenda Uno Bianca, dietro questo commento c’è una donna che ha vissuto in parte la vicenda.

A me non servono i taccuini per ripassare trent’anni. Mi basta la memoria, anche laddove lo stato d’animo me lo vorrebbe impedire.

Moscato scrive che «la Mikula ha rafforzato le confessioni dei Savi». La verità storica (e qui non servono i verbali, basta l’archivio dei media) dice il contrario. I Savi non hanno confessato nulla prima del mio interrogatorio del 26 novembre 1994 dove, alle 3 del mattino, si sono presentati quattro pubblici ministeri insieme a Daniele Paci per ascoltare le mie confessioni. All’improvviso, dopo sette anni e mezzo si era fatta così luce su tutto, compresa la strage del Pilastro, la banda delle Coop, la Regata, il cavalcavia (l’omicidio di Antonio Mosca), via Volturno, Tamas Somogyi, altri componenti della banda ecc..

E allora perché scrivo? Perché mi par di capire che si cerca ancora la verità dopo trent’anni.

Ci vuole poco a fare ipotesi e illudere per la seconda volta i familiari delle vittime, nonché una nazione intera. Basta lasciare le cose come stanno e fare fiction a beneficio dell’audience.

Mi hanno resa un personaggio non credibile (senza un giustificato motivo) e la signora Simonetta Bersani se l’è cavata senza un processo. Già questo non sembra assurdo?

Moscato scrive che attende le eventuali nuove prove. Io ho dato diversi indizi con la pubblicazione del mio libro autobiografico, ma nessuno vuole approfondire. Anzi, ogni mia iniziativa viene rigettata in quanto Eva Mikula, l’opportunista che l’ha fatta franca.

Questo è il termometro della giustizia? Oppure si usa la medicina chiamata pregiudizio? O peggio ancora, non si riesce a comprendere ciò che si legge in uno sconfortante analfabetismo funzionale di massa.

Tutti vogliamo la verità, me compresa, ma in pochi la sanno dire e combattere per essa senza secondi fini. Tutti vogliono rispetto e compassione, ma in pochi li sanno offrire. Tutti vogliono la ragione, ma in pochi sanno ammettere i propri errori.

Io ho superato questi passaggi, a cominciare dalla tenera età. Sono una sopravvissuta (per adesso), sono fortunata. Il resto sono cronache in diversi colori».


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